Origine dei Danai

I Danai (Tuata De Danan) I I Figli di Danu

Volendo cercare il luogo d’origine dei danai, la traccia più sicura ed antica la scopriamo in Cilicia, una fertile valle situata tra i monti Tauri ed il Mare di Levante, al confine con la Siria dove la presenza dei danai è attestata dagli autori greci.

In Cilicia è archeologicamente attestata la presenza della cultura della ceramica cardiale, che fu la prima civiltà contadina ad affacciarsi sul Mediterraneo, i cui componenti sono da considerare portatori del cromosoma: “Y G”, il più antico tutt’ora presente in Europa, mentre i caucasici mediterranei erano portatori cromosoma “R1b” evolutosi nel Caucaso nelle due forme principali, “R1a”, nel Caucaso Settentrionale e nella steppa, e “R1b”, nel Caucaso meridionale, si tratta di  2 sotto clade  evolutesi nei rispettivi territori dal gruppo “G”.

Quindi i danai portatori del cromosoma  “Y R1b” arrivano in Cilicia assieme o si sovrappongono ai pacifici contadini primitivi, ma comunque prima degli elleni popolo di stirpe semita appartenenti al gruppo “J2” che si sono autodefiniti danai per essersi a loro volta sovrapposti a un popolo che ormai era migrato lungo le sponde dell’Egeo fino in Grecia, Balcani Italia e dell’Africa mediterranea, un esempio è la Palestina un toponimo che anticamente indicava la terra dei “Peleset”, cioè il nome attribuito dagli egizi a un popolo caucasico che la bibbia chiama Filistei e i greci Pelasgi. che generazione dopo generazione migrava verso occidente, mentre oggi con il termine palestinese si indicano cittadini arabi appartenenti ai gruppi “J che sono subentrati ai caucasici primitivi.

Gli autori classici identificano la Cilicia come la terra dei danai, e la chiamavano anche: “terra della Danuna”, ma si tratta solo di mitologia, in quanto li identificano come i discendenti dei 50 figli di re Danao, il quale era fratello di Egizio, che a sua volta aveva anche lui 50 figli o figlie.

Del passaggio dei danai dalla Cilicia, le uniche tracce sarebbero i toponimi: della regione, “Danuna”, della capitale, Adana, che tra l’altro sarebbe stato imposto da Alessandro Magno in sostituzione del più antico e semita Antiochia di Cilicia, e quello di Alanya, un toponimo in uso tra i cercatori di metalli preziosi provenienti dall’omonima regione del Caucaso.

Ma la leggenda legata alla lotta per il potere tra i due fratelli provenienti dalla Libia, (così erano chiamate dai greci: la Persia e la Mesopotamia), sarebbe confermata dalla divisione del ceppo genetico “R1b”, una parte del quale, i pelasgi, si sarebbe riversata in direzione della Grecia, mentre l’altra parte, i peleset: avrebbe fondato l’Egitto,  per poi continuare fino a Gibilterra, da dove invaderanno la Spagna, l’Irlanda e la Gran Bretagna.

La divisione e provenienza dei danai sarebbe confermata anche dal nome antico delle due regioni caucasiche principali, Iberia oggi chiamata Georgia, cioè gli iberi di re Egizio e l’Albania di Danao oggi chiamata Azerbaijan, popolo che ritroveremo in Italia con l’etnonimo di Albani, e anche sulle coste balcaniche e lungo il corso del Danubio, da dove raggiungeranno la Danimarca, alla quale daranno il nome, ed il nord dell’Europa occidentale, comprese le isole Britanniche.

Comunque Iberia e Albania sono toponimi attribuiti dai greci a quelle due regioni, pertanto Pelasgi e Peleset sembra essere l’etnonimo che i due popoli si erano attribuiti.

Ma la terra d’origine dei danai potrebbe essere ancora più a est, infatti ungo la sponda caucasica del mar Caspio, la terra degli albani confina con una fertile pianura persiana, posta ai piedi dei monti Elburz, che i greci chiamavano “Hyrcania”, oppure “Varkàna” per i persiani antichi, toponimi che entrambi avevano il significato di “Terra dei Lupi”, nomi che ritroviamo oggi nell’italica Irpinia.

In realtà nel greco classico l’aggettivo lupo sarebbe “Lycos”, dal quale il latino “lupus”, pertanto la radice Hyrpus, in uso tra le popolazioni italiche prima dell’arrivo degli elleni, apparterrebbe a una lingua greca molto antica, probabilmente pre indoeuropea.

Queste traduzioni comunque non mi convincono, in quanto la Varkana è dominata dal monte “Damavand”, un vulcano alto 5.610 m, la cui ultima eruzione è avvenuta nel 5.650 a.C., conosciuto anche come la montagna dei lapislazzuli, i quali fin dalla prima età del rame, erano preziosi e ricercati come l’oro, pertanto si tratta di un territorio di origine vulcanica irrigato da numerosi fiumi che scendono dai monti Elburz, quindi una specie di paradiso terrestre, che a quei tempi poteva solo essere chiamato “Terra della Regina”.

La mia ipotesi può sembrare una forzatura, ma “Kana” sinonimo di regina anche se in uso tra i popoli altaici (Turchi) e Mongoli, nella forma femminile “Khanim” contiene la radice “ana”, forma primitiva indoeuropea che significava “Signora Che Nutre” o dea del cibo, oppure regina.

Allo stesso modo per la radice Hyrsus ritengo di escludere qualsiasi traduzione e penso ad un eventuale teonimo come potrebbe essere la celtica “Artios”, l’orsa che domina la frana e l’alluvione, come poteva essere l’Hyrcania durante le eruzioni e le esondazioni di fiumi, Artios era adorata anche come dea dell’abbondanza, ma non trovo traduzioni che possano associare hirpus con ursus.

 Una divinità dell’abbondanza norrena (sciti) chiamata “Nerthus”, potrebbe essere una traccia ideale, in quanto porterebbe al latino “Hirctus”, sinonimo di terra alta, da ciò il sostantivo “erta”, equivalente di salita, montagna o alta, quindi Hyrcania poteva significare “Montagna della Regina”.

Da notare che da erta abbiamo la forma inglese di terra: “Earth e quella tedesca “Erde”.

Il toponimo Damavand ha come prefisso un titolo nobiliare “Dama”, che generalmente veniva attribuito alle dee, per il suffisso “Vand”, invece non trovo traduzioni dal sanscrito, pertanto se non si tratta di una corruzione di “Var” sinonimo di terra, posso considerare il persiano moderno “Wind”, che nell’antichità aveva il significato di bianco dal quale aveva origine il teonimo solare Windos.

Quindi sul significato del toponimo Damavand si possono fare 3 ipotesi: la prima sarebbe piaciuta al mio ispiratore: Robert Graves, cioè “Dea Bianca”, anche per le nevi perenni che la ricoprono, la seconda: “Dea Terra”. Perché con le sue eruzioni crea la terra che poi fertilizza con le abbondanti acque dei suoi ghiacciai, con la terza ipotesi, considerando che sul fronte opposto, nella catena caucasica principale, troviamo un altro vulcano alto 5.642 m la cui ultima eruzione è avvenuta nel 1.660 a.C., il cui nome fa riferimento a una divinità solare “El” per i semiti Elios per gli elleni, pertanto si può supporre che per gli aryani persiani, la dea del Damavand,  pur mantenendo il ruolo di Grande Madre, con l’affermazione dei culti solari, fosse diventata la compagna del dio solare.

Aggirando il mar Caspio, la Varkana ci immette nel deserto del “Karakum”, (Turkmenistan), il quale domina la sponda orientale del Caspio, anticamente questo deserto era chiamato “Dahistàn”, vale a dire terra dei “Dahae” in latino, oppure Dahan”, in persiano, una confederazione di tre tribù: i “Parni”, i “Xanthii”, e i “Pissuri”, un popolo scomparso verso la fine del II millennio a.C.

Da precisare che il toponimo Dahan e l’etnonimo dahae sarebbero originati dalla radice: “Dhara”, che significa terra, pertanto mi sembra evidente il riferimento alla Grande Madre Terra.

Considerando che la desertificazione del Karakum è la conseguenza dei forti venti che caratterizzano il territorio, si può pensare che in origine la steppa fosse rigogliosa e permettesse il sostentamento di un numero considerevole di persone a contatto con il mar Caspio, il quale comunque costituiva una fonte di cibo.

Pertanto il processo di desertificazione progressiva sarebbe stato la causa di ondate migratorie periodiche, che hanno portato i dahae verso il Caucaso e il Mediterraneo.

Le uniche notizie sui dahae le abbiamo dal “rigveda”, la bibbia dell’induismo, il quale ha rivoluzionato le antiche tradizioni vediche che venivano tramandate solo per via orale, ma non ha trovato proseliti tra i persiani.

Menzionati come Dasa, il rigveda li indica come demoni nemici degli Aryani, questo mi porta alla conclusione che fossero adoratori di Varuna, figlio di Danu, ma declassato dagli induisti a demone, re dei naga i quali evidentemente erano i Dahae.

Infatti proprio la desertificazione del territorio sarebbe stata la causa della diaspora religiosa che ha indotto gli aryani sciti a demonizzare Varuna il dio delle acque, colpevole di imprigionare in cielo la Grande Madre, e quindi di impedire alla pioggia di cadere.

Ricordiamoci che nel II millennio a.C., gli aryani sciti invasero l’India imponendo il culto di Shiwa, da cui l’etnonimo sciti, mentre tra gli aryani persiani si diffuse il monoteismo con i culti solari di Mitra e Aura Mazda.

Infatti i danai migrati in Grecia fondarono la città di “Argos” un preciso riferimento al sole, in quanto dal greco antico Argos avrebbe il significato di “Bianco”, “Splendente”, e “Lucente”, lo stesso significato di “Wilios” la divinità solare di Wilusa, la Troia Omerica, che i greci chiamavano Apollo o Elios.

Una testimonianza del legame dei danai con il Dahan ce la fornisce il fiume Hari il quale si perde nel deserto, proprio a causa dell’insabbiamento provocato dal vento, infatti il suo idronimo significa Aryo, ma viene chiamato anche con il nome della città di Herat che attraversa, lungo il quale viveva la tribù dei parni.

Prolungando idealmente il corso dell’Hari in direzione del mare, si incontrano una serie di oasi probabilmente alimentate dallo scorrere sotterraneo dell’Hari, le quali fanno parte di una regione chiamata: “Margiana”, “Margus” in persiano antico, la cui capitale è la città di “Mary”, chiamata anche “Merv”.

Si tratta di toponimi che hanno come base la radice indoeuropea: “Magus”, quindi etimologicamente affini all’insubre “Magana”, che indicava un: “Campo sacro alla Regina.

La Margiana e la confinante “Bactriana”, un altro toponimo che ha come suffisso la radice “Ana”, sinonimo di dea, praticamente il territorio che si estende tra il vecchio corso dell’Hari e l’Amu Darya, era sede di una cultura neolitica che gli archeologi hanno chiamato Oxos, dal nome greco dell’Amu Darya.

Con ogni probabilità il confine tra il mondo scita e quello persiano era costituito dal fiume “Amu Darya” sinonimo di “Mare Fiume”, quindi corruzioni fonetiche a parte, con questo idronimo si voleva identificare la Grande Madre Danu che personificandosi nel fiume, incontrava Varuna, il dio delle acque, personificato dal mare.

Anticamente l’Amu Darya era il fiume più importante del medio Oriente, lungo oltre 2.600 Km sorge sui monti del Pamir e sfociava nel mar Caspio. Oggi a causa dei prelievi di acqua per l’irrigazione, la sua portata si è talmente ridotta fino a perdersi nel deserto.

L’Amu Darya sarebbe stata anche la via di collegamento tra il Caucaso e la valle dell’Indo dalla quale sarebbero passati i primi indoeuropei, in quanto il suo ramo sorgentizio più importante chiamato “Panj”, discende dai monti “Hindu Kush”, i quali segnano il confine tra l’Afghanistan e il Pakistan.  

Più a Nord Est troviamo la valle del fiume Zeravshan sinonimo di Portatore d’Oro, un tempo si perdeva nel deserto oggi viene tatto affluire nell’Amu Darya.

Nella valle del Zeravshan troviamo la mitica Samarkanda, al cui toponimo in lingua sadiana (dialetto iranico) viene attribuito il significato di “Fortezza di Pietra”, ma a mio parere essendo la città un avamposto scita il suo nome aveva il significato di: “Forte di Samara”.

Ma il fatto che Samara era un idronimo che gli sciti attribuivano ai fiumi, presente anche in Europa, perfino con le varianti: Tamara Tanaro Tamre Tamigi, e considerando che la traduzione in turco di Kanda mi dà “Sangue”, posso ipotizzare che Samarkanda fosse il nome scita del fiume Zeravshan, il quale si perde nel deserto, simboleggiando quindi il: “Sangue di Samara”, che si perde nel deserto, perché secondo il rigveda è stata uccisa o divorata dal demone Varuna. Lo stesso avviene in Italia a “Samarà” (Samarate), dove il fiume Arno si perde nella brughiera.

Anche se si tratta solo di una mia ipotesi, noto che l’idronimo Zeravshan ha come suffisso la radice indoeuropea “shan”, sinonimo di regina mentre per la radice Zerav non trovando traduzioni, ma volendo trovare un significato alla radice, posso ipotizzare un sinonimo etimologicamente affine: “Zara”, città fondata dai Liburni, (pelasgi) quindi un popolo con radici persiane.

Il nome primitivo di Zara era Jadera, è in origine era un’isola separata dal continente da uno stretto canale, che in seguito è stato riempito.  Questo toponimo primitivo mi fa pensare alla “Bajadera”, antica ballerina del tempio, un sostantivo del quale l’unica traduzione che trovo è “pluviale”, quindi è provabile che Jadera fosse un sostantivo antico relativo alla pioggia, e che nel tempio di Samarkanda (Zeravshan), ci fosse una Bajadera che praticava la danza della pioggia.  

Rino Sommaruga

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Neanderthal

L’uomo di Neanderthal costituisce il mistero più affascinante che attrae l’interesse di tutti gli appassionati di storia dell’umanità.

            Gli studi sulla sua genetica si moltiplicano e si contraddicono in continuazione, mentre l’unica cosa certa, è l’epoca della sua separazione dal principale ramo evolutivo dell’Homo sapiens, circa 800mila anni fa, mentre i riscontri archeologici sulla sua apparizione si attestano tra i 500 e i 400 mila anni fa.

            Recentemente sui monti Altai in Siberia sono stati scoperti i resti di un’altra specie umana, denominata “Homo di Desinova”, della quale esistono pochi reperti di comparazione, ma dai primi dati genetici, il Desinova sembra discendere dall’uomo di Neanderthal, dal quale si sarebbe separato circa 200 mila anni fa

            L’uomo di Neanderthal e di Desinova sarebbero stati coevi con l’Homo Heidelbergensis (Heidelberg Germania), fino a 100mila anni fa, il quale è forse stato il primo sapiens ad arrivare in Europa.        

Molto indicativo sull’incontro tra il Neanderthal e l’uomo Heidelbergensis è il monte Carmelo in Palestina, sul quale nella grotta di Kebara è stato rinvenuto uno scheletro di Neanderthal, mentre sullo stesso monte, ma nella grotta di Misliya, sono stati ritrovati i fossili di uomo sapiens più antichi finora ritrovati fuori dall’Africa, risalenti a 180mila anni fa.

In realtà fino alla sua scomparsa il Neanderthal era culturalmente più evoluto del Cro- Magnon, e lo dimostra anche il volume interno della sua calotta cranica, che raggiungeva i 1600 cm³, come l’uomo moderno, condizione indispensabile per lo sviluppo del volume cerebrale, mentre quella del coevo Sapiens Heidelberg arrivava a 1300 cm³. Dobbiamo forse supporre che il Cro-Magnon è il frutto di una ibridazione tra il Neanderthal e l’Heidelberg?

            Infatti, archeologicamente all’uomo di Neanderthal viene attribuita la cultura Munsteriana, periodo che si distingue per la capacità dell’uomo di lavorare le pietre, il legno e le pelli, diffusa in tutta l’Eurasia e la riva mediterranea dell’Africa, la cultura Munsteriana si è conclusa circa 30000 anni fa, con la scomparsa del Neanderthal, e gradualmente sostituita dalla cultura Aurignaziana, periodo iniziato 40000 anni fa, dallo stesso uomo di Neanderthal ed in seguito continuato dall’uomo Cro-Magnon.

            Con l’aurignaziano l’uomo è in grado generare il fuoco, incomincia a dipingere a fabbricare utensili e abiti, conosce i primi rudimenti della medicina ed è in grado di curare traumi e ferite di una certa gravità.

            In questa fase di contatto, è possibile che i figli dei Cro-Magnon, si siano incuriositi dell’abilità artistica dei Neanderthal e che nel corso della loro età dell’apprendimento siano riusciti a sviluppare le stesse capacità, dando inizio così all’evoluzione culturale del Cro-Magnon.

Il vero mistero consiste nel fatto che Il Cro-Magnon arriva 60000 anni dopo la scomparsa dell’uomo di Heidelberg, cosa è successo durante questo periodo?

Perché non si trova traccia di culture intermedie, che facciano da anello di collegamento tra l’Heidelberg e il Cro Magnon? E perchè non si trovano prove dell’esistenza di una specie che provi l’ibridazione delle due razze?

Una traccia potrebbe essere l’aplogruppo mitocondriale “H” sviluppatosi almeno 30000 anni fa ma esclusivo dell’Europa e del Medio Oriente luoghi dove si sono incontrati i Neanderthal e i Cro-Magnon.

            Dal punto di vista genetico il Neanderthal possedeva il 99,5% del patrimonio genetico dell’uomo moderno, per contro, tra le popolazioni euroasiatiche moderne, compresi i nativi americani, nel loro cromosoma si registra la presenza di geni Neandertaliani tra 1 e il 4%, mentre ne sono completamente privi gli autoctoni africani.

            In particolare la presenza di geni del Neanderthal è maggiormente concentrata nelle popolazioni dell’Asia orientale, e in particolare, nella popolazione melanesiana sono presenti in una percentuale che arriva anche al 6% del totale, derivata dall’Uomo di Desinova. 

            Si tratta di dati non universalmente riconosciuti, ma che comunque considerando la distribuzione Euroasiatica dei siti occupati dai Neanderthal, hanno generato l’ipotesi di un’origine centroeuropea della specie.

            Altri ricercatori hanno elaborato studi che identificano il Neanderthal come un individuo dalla pelle bianca e capelli rossi, mentre è convinzione comune che la pelle dei caucasici sia diventata bianca a causa di un adattamento climatico; una teoria che non è condivisa da tutti.

            Infatti se si considera che i mammiferi sotto il pelo di colore variegato hanno tutti la pelle bianca, per prima cosa mi risulta evidente che non c’è relazione tra il colore della pelle e quello dei capelli o del pelo, quindi devo partire dal presupposto che come tutti i mammiferi, gli umani primordiali sotto al pelo avevano la pelle bianca, e pertanto sarebbe la pelle nera ad essere il frutto di un adattamento climatico.

            Infatti, è noto a tutti che in altura il sole abbronza di più per effetto della rarefazione dell’atmosfera che ci protegge dai raggi ultravioletti e dai raggi x emessi dal sole, i quali essendo cancerogeni, inducono il nostro organismo a difendersi producendo melanina e carotene due pigmenti che anneriscono la nostra pelle.

            Quindi possiamo immaginare cosa sia successo nella preistoria sugli altipiani Africani e Indiani posti a livello equatoriale, con il sole che batte in verticale e le giornate sono più lunghe, luoghi dove la gente ha potuto sopravvivere alle radiazioni solari solo grazie alla capacità fisiologica individuale di produrre pigmenti.

            Un esempio lo possiamo avere ancora oggi con molte persone che soffrono di albinismo, e le moltissime che passano giornate intere a prendere il sole senza abbronzarsi, ma rimediando un sacco di lentiggini che a volte diventano melanomi.

            Questo rende evidente il fatto che le radiazioni solari hanno eliminato gli individui dotati di una melanogenesi insufficiente, inducendo la popolazione a ripetuti accoppiamenti tra individui portatori di pigmentazione scura, che ha finito per accentuare le caratteristiche somatiche di popolazioni che in origine erano solo molto abbronzate.

            Ovviamente si tratta di un fenomeno che si è prodotto nell’arco di centinaia di generazioni.

Ma l’esempio più lampante ce lo forniscono ancora i melanesiani delle isole Salomone, i cui abitanti oltre ad essere i non africani con la pelle più scura, il 20% di loro ha i capelli biondi.

            Recentemente si è scoperto che questa caratteristica non è il retaggio di un apparentamento con i conquistatori francesi, ma è dovuta a una variante unica al mondo di un gene che codifica gli enzimi preposti alla pigmentazione; si tratta del “TYRP1”, posto sul cromosoma 9.

            Di statura media non superava l’1,70 cm di altezza il Neanderthal aveva una cassa toracica robusta e articolazioni corte ma muscolose, che lo rendevano più robusto del Cro-Magnon, ma meno resistente alla fatica.

L’associazione tra l’enorme cassa toracica, le narici molto dilatate e la capacità di adattarsi al clima freddo, mi induce il sospetto che fossero privi delle ghiandole sudorifere, o comunque non ne disponessero a sufficienza, condizione che li obbligava a vivere in ambienti freddi, e che potrebbe essere la causa della loro scomparsa.

Infatti, ad un certo punto della sua evoluzione, la specie umana incominciò ad avvertire la necessità di ridurre la sua temperatura corporea, un’esigenza che favorì coloro i quali vivevano in luoghi freddi, o chi disponendo di una peluria rada riusciva a sopportare meglio il disagio, arrivando così a una selezione naturale della specie che passo dopo passo ha portato gli esseri umani a nascere con sempre meno pelo.

Un esempio lo possiamo trovare nel cavallo e nei bovini, i quali eliminano il calore in eccesso attraverso la respirazione, altri animali come il coniglio, il cane e l’elefante, invece usano le orecchie come radiatori, oppure immergersi nell’acqua o rotolarsi nel fango, come ippopotami e maiali, è un altro sistema per raffreddare il corpo.

Un’altra ipotesi sulla scomparsa del Neanderthal, forse la più provabile, può essere legata al sistema immunitario, incapace di difendersi dalle malattie portate dal Cro-Magnon.

In proposito l’attenzione degli studiosi è attratta dal fatto che in Africa dove le radici Neandertaliane sono molto rare, contrariamente alle previsioni, la diffusione del Covid è molto bassa, pertanto i ricercatori si stanno occupando di una possibile predisposizione al Covid 19, dei soggetti portatori dei geni del Neanderthal.

Rino Sommaruga

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Origine Dei Semiti

Secondo le tradizioni bibliche, dopo il diluvio universale il figlio di Noè, Sem, condusse la propria famiglia dal Monte Ararat alla penisola araba, un evento sul quale si fonda la concezione ebraica della propria origine e quella degli altri popoli, i semiti figli di Sem, i Camiti discendenti di Cam, mentre mentre Iafet e la sua discendenza avrebbero popolato la Grecia e L’Europa.           

Una migrazione che in base alle risultanze archeologiche e ai dati genetici sarebbe avvenuta in parte con la famiglia di Cam, il quale avrebbe poi proseguito verso la valle del Nilo.

            Fino a qui tutto sembra confermato anche dagli studi sulla genetica, perché il Caucaso e in particolare l’Armenia sembrano essere stati l’ombelico dell’umanità, in quanto tutte le migrazioni sarebbero partite da lì, dal territorio situato nei pressi del monte Ararat.

            Il quale essendo la montagna più elevata, di origine vulcanica e ricoperta da un ghiacciaio, in un’epoca in cui l’umanità condivideva la cultura matriarcale, nell’immaginario umano, il monte Ararat poteva solo essere considerato la casa di una Grande Madre preistorica, la quale prima creava la terra con il fuoco e poi la rendeva fertile con l’acqua del ghiacciaio.

La dea poteva essere chiamata appunto Ararat, e da questo prendeva il nome non solo la montagna ma anche tutta l’Armenia, in quanto, veniva identificata anche dalla stessa bibbia come la: “Terra di Ararat”, mi sembra evidente l’allusione a una divinità con quel nome.

Se traduciamo la radice latina “arare”, presente nel toponimo, possiamo avere il gotico “arjan”, (un chiaro riferimento a una divinità primordiale ariana), e il germanico antico “erran”.

Bisogna ricordare che i goti sono i discendenti dei primi popoli germanici che si insediarono in Scandinavia, dalla quale poi compirono una migrazione alla rovescia, risalendo la Vistola e il Bug fino ad arrivare sulle rive del Mar nero, dove assorbirono gli Sciti e fondarono il regno dei Gothones; da dove nel V secolo d.C. istigati dai bizantini si misero in marcia per invadere l’Italia.

Da sottolineare che i Gothones confinavano con gli alani, un altro popolo di cultura ariana, quindi dobbiamo ritenere che la lingua parlata dai Goti, fosse molto affine alle lingue usate nel Caucaso e dai protoindoeuropei, per i quali il nome Ararat si riferiva a una divinità che ha determinato la nascita della cultura ariana.

 Sempre dalla radice indoeuropea “ar”, abbiamo il bretone “arat”, il gaelico irlandese “araim”, aventi il significato di muovere o spostare, come la lava che fuoriesce da un vulcano e scorre verso valle.

In particolare nei pressi del confine tra la Turchia, l’Armenia e la Siria troviamo l’antichissima città di Harran, 6200 a.C, un toponimo etimologicamente affine al germanico antico erran, e ci riporta a una ipotetica corruzione di Ararat.

Da ricordare anche l’ara, l’altare sul quale ardeva il fuoco sacro e si compivano i sacrifici agli dei, il quale non faceva altro che riprodurre il vulcano sacro.

A dimostrazione che la città primitiva si incentrava su una cultura matriarcale, le risultanze archeologiche ci dimostrano che i fondatori di Harran facevano parte della cultura agricola di Halaf, quindi erano sicuramente adoratori di una Grande Madre il cui nome era sicuramente affine al toponimo Harran.

Testimonianze dell’adorazione di una Grande dea le troviamo anche più a sud, con la civiltà di Samarra (5500 a.C.) situata lungo la riva destra del Tigri, ed omonima della più antica Samara posta in riva al Volga.

Nei pressi della Samarra mesopotamica (Tell El-Sawwan) è stata anche ritrovata una statuetta femminile caratteristica dei culti matriarcali

In seguito Samarra e Harran saranno inglobate nella cultura di Ubbaid, una civiltà mesopotamica che ha preceduto l’arrivo dei sumeri, successivamente Harran continuò ancora a prosperare fino 3000 a.C., per poi cadere nelle mani dei nomadi aramei, (la radice semita aram significava altopiano) i quali vivevano appunto sugli altopiani mesopotamici da dove penetrarono pacificamente nel regno sumero (Bassa Mesopotamia) per poi sottometterlo con Sargon 2500 a.C., il quale fondò il regno di Akkad, che occupava tutta l’area mesopotamica

Harran fu rinominata dagli aramei in “Karran”, forse la forma semita dello stesso nome, mentre fu chiamata “Carre”, dai romani e dai greci, divenendo dopo Ur la seconda sede principale del culto del dio lunare sumero “Nanna”, divenuto “Sin”, con l’affermazione della casta semita di Akkad, “Hubal” per Abramo e gli arabi, ed infine nel 1800 a. C. dopo un breve periodo di indipendenza, Harran fu conquistata definitivamente dai nomadi semiti amorrei.

Da ricordare che gli arabi adorarono Hubal fino all’avvento del Islam VII secolo d.C., e ancora oggi esistono sette religiose che identificano Hubal con Hallah.

Ma bisogna considerare anche il fatto che i semiti avrebbero coabitato sui monti Tauri e nell’alta Mesopotamia anche con i sumeri, un popolo di origine indiana, in quel momento culturalmente più evoluto, con il quale avrebbero avuto un rapporto di sudditanza e apprendimento culturale, tanto che adottarono le stesse divinità attribuendo loro nomi semiti.

Anche il mito del Diluvio Universale non è altro che una forma enfatizzata del Diluvio Universale sumero, raccontato nell’Epopea di Gilgamesh, un poema sumero del quale esiste una rielaborazione semita, ritrovata tra i ruderi della biblioteca di Assurbanipal.

            E tra i sumeri primitivi troviamo una divinità della terra chiamata “Aruru” o anche Ninhursag, la Grande Madre Terra, la quale anche se non sarà mai la divinità più importante, sarà lei a plasmare gli umani dalla terra, sette uomini e sette donne, e diventerà la protettrice dei parti e madre di tutte le creature viventi.

In seguito perderà importanza in favore di Inanna la dea dell’amore, che i semiti chiamavano Ishtar o Astarte identificata con la stella Venere.

Ma in realtà i semiti potrebbero essersi sovrapposti ai popoli che li hanno preceduti, in quanto mentre nella penisola arabica, risulta dominante l’aplogruppo arabo “J”, dove sono transitati gli arabi, Siria, Giordania e Palestina prevale una variante del cromosoma primitivo, il “J2”, segno evidente che c’è stato uno scambio genetico con femmine appartenenti ad etnie diverse, ed il fatto che non esistano mutazioni  tra gli “R1b”, e gli “E” (nordafricani) mi fa ritenere che l’invasione non sia stata pacifica, ma che ci sia stata una vera e propria caccia alle schiave. la violenza e la sopraffazione sono un retaggio che accompagna i semiti da sempre, ma che allora era una pratica comune di tutti i popoli.

È nota la leggenda sul ratto delle sabine compiuto dai romani, e anche i coloni delle città greche non esitavano a sposarsi con donne rapite o comprate.

 Ararat ci porta anche alla città di “Harappa”, appartenente alla cultura della valle dell’Indo, una civiltà agricola a carattere irriguo, sviluppatasi in Pakistan a partire dal VII mila a.C., e che raggiunse il massimo splendore nel II millennio a.C.

Ma anche alla mitica città di “Aratta”, la quale, secondo i racconti mitologici dei sumeri, distava 7 montagne da Sumer, con la quale commerciavano i loro cereali in cambio di oro e lapislazzuli che la città di Aratta disponeva in abbondanza.

Comunque, ancora oggi Aratta appartiene al mito anche se in Iran è emersa la civiltà di Jirof situata nel sud est del paese, che farebbe pensare essere Aratta.

IL fiume Indo è molto importante per la diffusione della cultura Indoeuropea, in quanto oltre a sorgere sui monti Himalaiani al confine con l’Afghanistan e in vicinanza del mar Caspio, sfocia in un’ampia palude nel golfo di Oman, praticamente all’imbocco del golfo persico, e non a caso ancora oggi si parla il sanscrito, la lingua indoeuropea più antica ancora parlata.

In funzione del diluvio universale trovo molto interessante il fiume Indo e la sua civiltà primitiva, per via dell’ingente portata d’acqua media (6600 metri cubi al secondo) e la presenza lungo la costa di un vasto fondale piatto stimabile alla profondità di circa 50 metri, che si estende lungo la costa settentrionale dell’India, del Pakistan e della Persia, fino a congiungersi con il fondale del golfo Persico, quindi possiamo pensare che in epoca glaciale tutto quel territorio fosse abitato.

Ciò è confermato anche dal fatto, che in prossimità della foce dell’Indo il fondale è segnato da un profondo canalone, che si inabissa gradatamente, una evidente traccia dello scorrimento dell’Indo risalente all’epoca glaciale, quando i mari erano più bassi e quel fondale emergeva dalle acque.

Quindi all’origine del diluvio potrebbe esserci stato un monsone tipico della regione, che per la sua intensità avrebbe provocato un’alluvione nella valle dell’Indo, trascinando in mare i beni della popolazione, comprese barche e zattere, sulle quali si sarebbero rifugiati quelli che hanno potuto, che poi sarebbero stati trascinati alla deriva fino all’interno del Golfo Persico, dove i sopravvissuti avrebbero potuto approdare.

Da notare che a fronte della grande portata d’acqua e delle sorgenti poste a quota 5500 metri sul livello del mare, il fiume Indo scorre praticamente in pianura, tanto che la provincia di Sindhu (dal sanscrito Sindhu sinonimo di fiume) l’ultimo bassopiano, è costantemente soggetta al rischio di alluvioni, mentre la coincidenza  di piene e alte maree permettono all’acqua salata di penetrare nell’entroterra anche per 30 Km, condizione ideale per allagare la valle, se non ci fossero 5 dighe a limitare il deflusso delle acque.

 Il Collegamento tra la cultura dell’Indo e il regno di Sumer sarebbe l’agricoltura irrigua, caratteristica dei sumeri i quali potrebbero essere i discendenti, del popolo   della valle dell’Indo.

Infatti la bassa Mesopotamia in precedenza era una vasta palude soggetta alle continue esondazioni del Tigri e dell’Eufrate, provocate dall’enorme quantità di detriti che trasportavano durante le piene, e che si depositavano durante le magre, ostruendo il letto dei fiumi.

E appunto i carotaggi del territorio hanno dimostrato l’esistenza di antichi villaggi sepolti da 4 metri di limo, mentre a sua volta la città di Lagash e stata fondata in un sito un tempo ricoperto da una palude prosciugata; particolare interessante: nel dialetto lombardo il toponimo Lagash ha il significato di “Lagaccio”, come a indicare una palude.

Pertanto, considerando che la costruzione degli argini per contenere le piene e dei canali per irrigare i campi, opere che hanno permesso la bonifica della bassa Mesopotamia sono state realizzate dai sumeri, seguendo pratiche che all’epoca erano in uso solo nella valle dell’Indo, mi sembra logico ritenere che provenissero proprio dalla valle dell’Indo.

Un’altra traccia dell’arrivo in Mesopotamia di una popolazione aliena è un dato statistico antropologico, relativo al ritrovamento di cadaveri, il quale indica che il 70% della popolazione era dolicocefala, caratteristica attribuita ai semiti, mentre il restante

30% era brachicefala quindi sumera, pertanto possiamo ipotizzare l’inserimento di un piccolo nucleo di persone estranee al contesto sociale primitivo, ma culturalmente più evoluta, che ha dato l’input allo sviluppo culturale ed economico della Mesopotamia, e che in seguito è stato assorbito dalla popolazione indigena.

Bisogna considerare che nella cultura sumera non esistevano distinzioni di ceto sociale, si trattava di una società fondata sulla meritocrazia, nella quale i sovrani si vantavano delle opere pubbliche realizzate, e non delle vittorie in guerra, pertanto era possibile che una donna sumera andasse in sposa a un semita.

Quindi possiamo supporre che con l’affermazione della casta araba, e l’assorbimento sociale della minoranza sumera i semiti si sarebbero identificati con i discendenti di “Utanapistim”, il Noè sumero.

Dopo il rimescolamento sociale avvenuto negli ultimi 2 millenni, i dati antropologici non sono più significativi per identificare l’etnia di un individuo, ma 6 mila anni fa lo erano.

Geneticamente le popolazioni primitive della valle dell’Indo appartenevano al gruppo “G”, del cromosoma “Y”, al quale potrebbero essere appartenuti anche i sumeri, e dal quale discende anche il gruppo che iniziò a popolare il Mediterraneo nello stesso periodo in cui ebbe inizio la cultura dell’indo.

Questi clan evidentemente montanari che provenivano dall’alta valle dell’Indo, avrebbero raggiunto il Caucaso attraverso la Persia e l’Afghanistan.

Dei sumeri non esistono tracce genetiche, ma si sa che si definivano “teste nere” forse in contrapposizione ai biondi ariani, una caratteristica che in origine riguardava anche i semiti.

            Dal punto di vista genetico invece, la migrazione dei semiti sarebbe iniziata in India fra i 30 o 10 mila anni fa, con la separazione di un gruppo di individui dal primitivo flusso migratorio (cromosoma “Y”, gruppo “K” ora estinto, che si dirigeva verso est, forse dei ribelli guidati da qualche capetto ambizioso, o individui banditi dalle tribù per colpe gravi.

Considerando il ridotto numero di individui che si accoppiavano tra di loro, e quindi anche consanguinei, si è creata una situazione che ha favorito il propagarsi delle caratteristiche genetiche più comuni agli appartenenti del clan, fino a determinare un nuovo gruppo del cromosoma patrilineare “Y” vale a dire l’aplogruppo “J”, caratteristico degli arabi.

Con ogni probabilità nel 10 mila a.C. anni fa questa linea patrilineare era già presente sulle rive del Mar Nero, che allora era un lago che attirava su di sé le mandrie di bovini, per la gioia dei cacciatori, motivo per il quale le montagne al confine tra l’Anatolia e la Siria furono chiamate monti Tauri.

In particolare il loro centro di culto principale doveva essere il vulcano El’Brus il monte più alto della catena caucasica, il quale è posto in riva al mar Nero al confine tra la Russia e la Georgia.

Il significato del suo nome viene inteso in varie forme, come “Picchi Gemelli” nella lingua locale per via delle due cime o “Cima Conica” per altri, mentre gli arabi lo chiamavano “Gebel-as-Suni”, il Monte delle Lingue. Anticamente era chiamato Strobilus forse omonimo dell’italiano Stromboli, ma a mio parere El’Brus fa riferimento all’omonima divinità, anche per il suo secondo nome, in quanto nella preistoria, la Georgia era la patria degli Iberi, o camiti per la bibbia, e nella lingua iberica moderna “Brus” significa “Stregone”, mentre nel dialetto lombardo è in uso il verbo “ Brüsa”, sinonimo di brucia

In merito bisogna considerare anche il nome e cognome gaelico scozzese “Bruce” derivato dal nome gaelico del clan “Brus”, di origine primitiva, in quanto le lingue gaeliche e l’iberico, sono originarie della Georgia, Azerbaigian (l’antica Albania) e Armenia.

Nella mitologia greca Il monte El’Brus è il luogo dove Zeus incatena il titano Prometeo colpevole di aver rubato il fuoco agli dei per donarlo all’umanità; ma la cosa è discutibile, in quanto Zeus appartiene alla terza generazione degli dei e sarebbe figlio di El per i semiti, Kumarbi per i gaelici o indoeuropei e Crono per gli elleni, quindi ad incatenare Prometeo sarebbe stato El, e non Zeus.

In oltre bisogna considerare che Prometeo è figlio di Giapeto, il cui nome, etimologicamente potrebbe essere il sinonimo del “Jafet” della bibbia, ed è padre di Deucalione, il quale avvertito da Prometeo costruisce una nave con la quale si mette in salvo dal diluvio universale con la moglie Pirra.

In seguito otterrà da Zeus (?), la possibilità di ripopolare la terra, e tra i suoi figli, nascerà Elleno, il capostipite della razza ellenica.

Quindi El è figlio di Anu il Cielo corrispondente al vedico Varuna e all’ellenico Urano entrambi divinità del cielo e creatori del mondo, mentre la madre di El dovrebbe essere Anat divinità semita della terra, corrispondente alla sumera Aruru, a Danu madre e compagna di Varuna e all’ellenica Gea madre e sposa di Urano.

Il monte El’Brus sarebbe anche il luogo dove secondo gli studi genetici, gli scandinavi si separarono dagli arabi, andando a formare due nuovi ceppi patrilineari, lo scandinavo “I “, e lo slavo “I2”.

Nella terra di Ararat i figli di Sem incontrano i figli di Cam, i quali appartenevano al gruppo patrilineare “R1b” una evoluzione avvenuta nel Caucaso del gruppo “G”, che ancora oggi contraddistingue gli europei occidentali, i quali dopo aver colonizzato la valle del Nilo proseguiranno il loro viaggio fino a raggiungere lo stretto di Gibilterra, la Spagna, Francia e le isole Britanniche, ancora oggi tra le popolazioni berbere del nord Africa  è presente il cromosoma Y europeo; mentre l’aplogruppo “R1b” dei pastori “camiti”, è presente anche tra la popolazione di pelle nera dell’Africa equatoriale.

A ciò bisogna aggiungere che le piramidi egizie non sono altro che l’evoluzione in forma maestosa della cultura “Kurgan”, apparsa nel Caucaso nel IV millennio a.C., la realizzazione delle quali si sarebbe concretizzata sotto il regno di Snefru, grazie all’ingente bottino di guerra conquistato in Nubia (terra ricchissima di oro) Sinai (turchesi) e Libia.

Siamo nel 2630 a.C., e si può ipotizzare l’arrivo in Egitto di una popolazione di cultura Kurgan (sciti della steppa, identificabili anche con la cultura di Samara, poi evolutasi nella cultura di Jamma) che dopo aver conquistato Sinai e Libia affonda le proprie mani in una terra ricca d’oro come la Nubia, che farà la fortuna dell’Egitto nei successivi 2000 anni.

La Cultura Kurgan prende il nome dai tumuli sepolcrali a camera che la contraddistinguevano, tra i quali, quelli reali raggiungevano la dimensione di 117000 metri cubi, colline che occupavano lo spazio di due campi di calcio per un’altezza di almeno 12/16 metri, all’interno del quale il re veniva inumato con un ingente corredo d’oro e una concubina, un coppiere, uno scudiero, un cuoco un servo, un messaggero e dei cavalli uccisi ritualmente, perché accompagnassero il sovrano nel regno dei morti.

Il toponimo Ararat per affinità etimologica, oltre al teonimo sumero Aruru, chiama in causa altre divinità semite chiamate in lingua cananea Asherah o Athirat, una delle quali veniva indica come Signora del Mare e della Saggezza, moglie di El e madre dei suoi figli, che erano 70.

El era una divinità del sole Il cui culto era diffuso nel Caucaso come quello della Grande Madre e del Bue, e sarà adorato dai semiti, che poi chiameranno anche Baal, il quale a sua volta aveva una moglie chiamata Asherah dea del matrimonio e della fedeltà; mentre dagli ebrei El sarà chiamato: Yahweh, il quale non avrà mogli.

Gli elleni il cui etnonimo è originato dal teonimo El, invadendo l’Anatolia e il Peloponneso lo chiameranno Elios, forse a causa di un compromesso con le popolazioni locali, ma poi prenderà il sopravvento Apollo, il quale era una divinità del sole sempre di origine semita, la sua origine è ancora molto dubbia, e il fatto che gli venga attribuita l’uccisione di un pitone mentre era ancora in fasce, mi fa pensare a una tradizione  molto antica, legata all’uccisione del serpente Varuna l’amante della Grande Madre, generalmente attribuita al Toro Indra.

Sembra che fosse adorato dai semiti di Tiro e sia giunto in Grecia con le loro navi come in Puglia allora chiamata Apulia e tra gli etruschi che lo chiamavano Apulo.  

I proto europei invece lo chiamavano Kumarbi anche lui senza mogli, gli anatolici adoravano anche “Uuillos”, protettore di Troia chiamato poi Windos o Vindonnus, mentre i persiani continueranno ad usare il teonimo Mitra, quindi dobbiamo supporre che El sia un teonimo tribale arrivato dall’India e che il suo culto si sia fuso con le pratiche vediche.

Anzi nella tradizione vedica si arriva ad affermare che Mitra uccide il Toro Cosmico e diventa amante della Grande Madre, questo mi fa ipotizzare la sottomissione di un popolo di cultura matriarcale a uno di guerrieri, o come ho già detto la sottomissione alla casta semita delle donne proto europee e nord africane.

Da menzionare anche la divinità solare sumera “Sàmas”, per i quali era solamente il Giudice degli dei e degli uomini, e che non ha avuto nessuna influenza sulla cultura semita, mentre per affinità etimologica bisogna citare la massima divinità sumera, “An”, il dio del cielo.

Dopo gli Akkadi che conquistarono il regno di Sumer, nel XII secolo a.C., con il tramonto della cultura micenea e quella ittita , lungo la costa dell’attuale Libano emergono le città stato fenice si tratta di un popolo di mercanti semiti, diventati abili navigatori, i quali domineranno  il Mediterraneo fino alla definitiva sconfitta di Cartagine, ed in seguito continueranno a navigare sotto il controllo di Roma.

            Delle 20 città, le più importanti erano: Arwad (Arados), Amrit (Marathos), Biblo (Gubal), Berito (Beirut), Sidone (Saida), Sareptà (Sarafand), e la mitica Tiro (Sur), costruita su due isolette vicine alla riva e riunite con un terrapieno, allo stesso modo la conquistò Alessandro Magno, facendo costruire un terrapieno che la congiungesse alla riva.

I Fenici pur essendo individui dotati di grande intelligenza, abilità e creatività, emergono dalla storia come pirati, in quanto oltre agli atti di pirateria marina, si servivano dei traffici commerciali per penetrare nei porti, dove dopo aver esaurito la merce non esitavano a compiere scorrerie e soprattutto a rapire le donne; tanto che a mio parere ritengo che i misteriosi Popoli del Mare, che hanno saccheggiato l’Anatolia e la Grecia provenissero dalle colonie fenice le quali erano

diffuse in tutto il Mediterraneo, e disponevano di un ampio retroterra abitato da gente di indole guerriera che chiedeva solo l’occasione per arricchirsi.

Quindi i mercanti fenici essendo a conoscenza delle difficoltà che stavano minando l’impero ittita, avrebbero formato una coalizione tra le varie colonie, assoldando mercenari nativi dei loro possedimenti ed avrebbero invaso l’Anatolia per impadronirsi delle sue ricchezze.

Tiro era veramente la dominatrice dei mari, tanto che la potentissima Cartagine fu fondata da un gruppo di esuli provenienti da Tiro.

La leggenda racconta che a fondare Cartagine sia stata la regina Didone in fuga dal fratello Pigmalione, il quale con una congiura gli avrebbe usurpato il trono e ucciso il marito.

Tra le colonie più importanti fondate dai fenici si possono citare: Palermo Marsala, Lampedusa Pantelleria Malta, Cagliari Neapolis, Olbia Sant’Antioco, Tharros, Cadice, Utica e Lixus in Spagna e poi la potentissima Cartagine, un clone dell’altrettanto potente Tiro, la quale comprava metalli preziosi a Tartesso posta sulla costa atlantica della Spagna.

La presenza dei cartaginesi nel Tirreno con i loro empori, ha sicuramente favorito la diffusione della cultura semita tra i villanoviani e la successiva integrazione tra le due popolazioni, fino al punto da essere identificati come un’unica nazione, i “Tirreni” per i greci, gli “Etruschi” per i romani, ma con ogni provabilità si riferivano ai cartaginesi e alle loro colonie, i quali venivano identificati con gli abitanti di Tiro; un esempio è la colonia di Tharros fondata dai cartaginesi in Sardegna, il cui nome è un sinonimo greco di Tiro.

Il toponimo Tiro è l’italianizzazione del lido “Tyros”, mentre il nome fenicio della città era “Sur”, e in Lidia ha origine anche la leggenda di Tyrrhenus, il mitico fondatore delle dodici città dei tirreni.

La leggenda racconta che: di fronte a una grande carestia, il re dei lidi Telefo, divise il suo popolo in due, e ne affidò una parte a uno dei due figli, Tyrrhenus, ordinandogli di condurre quella gente in cerca di una nuova terra.

In realtà la leggenda di Tyrrhenus, storicamente andrebbe messa in relazione alla carestia (documentata dagli egizi), che colpì l’Anatolia alla fine del II millennio a.C., e alle guerre con gli elleni, i semiti che premevano dal confine della Siria, che provocarono la caduta dell’impero ittita.

Tale carestia diede inizio alla migrazione verso l’Italia di popolazioni anatoliche legate alla cultura vedica, eventi dai quali nacquero i miti di Enea e degli esuli troiani, testimonianza inoppugnabile di queste migrazioni è il vulcano “Etna”, al quale gli esuli “Palaici”, imposero il nome della loro grande dea madre e fondarono Catania, il cui toponimo etimologicamente significa “Sotto la Regina”.

Mentre i Tirreni sono da mettere in relazione con l’espansione delle colonie della potentissima Tiro, la quale con la gemella Cartagine era divenuta la padrona del Mediterraneo, da ciò la denominazione: “Mare di Tiro”, o Mare “Tirreno”.

Un’altra divinità del sole adorata dai semiti amorrei era Assur, patrono dell’omonima città posta sulle rive dell’alto Tigri. La città partecipò alle vicende mesopotamiche fino al IX a.C., quando iniziò una fase di espansione che la portò a conquistare la Mesopotamia la Fenicia, la Palestina e l’Egitto, fondando così il regno Assiro e babilonese, che durò fino al VI secolo a.C., fino al ritorno dei persiani

Gli assiri e babilonesi sono ricordati nella storia per l’esilio del popolo di Gerusalemme ma tra gli archeologi sono fonte di notevoli informazioni grazie alla biblioteca di Assurbanipal, voluta dall’omonimo re e padre di Nabucodonosor, il conquistatore di Gerusalemme.

Durante il periodo storico biblico il Retenu (Siria, Fenicia Palestina e Giordania), come anche durante l’età del bronzo è diviso in tribù e città stato di cultura semita, ma indipendenti tra loro e sottomesse prima all’Egitto poi agli Assiri, ai persiani di Dario, ai Macedoni di Alessandro Magno ed infine ai romani.

Facevano eccezione i filistei che gli egiziani chiamavano Peleset. I quali essendo di cultura indoeuropea erano totalmente alieni al contesto storico del territorio.

Infatti non si conosce la loro provenienza, fonti bibliche li descrivono con elmi piumati, per questo identificabili con i greci micenei, ma io ritengo che essendo conoscitori della metallurgia del ferro, allora sconosciuta anche agli egizi, potevano essere solo anatolici.

Con ogni probabilità la loro presenza nel Retenu sarebbe dovuta al matrimonio di Ramsete II con una principessa Ittita, che sugellò il trattato di pace che caratterizzò il lungo regno di Ramsete poi continuato dal figlio Merenptah, il quale si segnala proprio per gli aiuti inviati agli ittiti durante la carestia che determinò il crollo del loro impero.

Quindi è ipotizzabile che con la fine dell’impero, la famiglia reale ittita si sia rifugiata in Egitto, lasciando il suo seguito in Palestina.

La divisione tra le tribù semite non è solo religiosa ma anche politica, infatti Il regno di Giuda stringe una forte alleanza con i Babilonesi che gli procurerà molti privilegi ma anche molto rancore da parte delle altre tribù semite, tanto che quando il faraone Necao si ribellerà ai babilonesi, re Giosia tenterà di sbarrargli la strada ma subirà una sonora sconfitta nella battaglia di Megiddo durante la quale morirà.

Anche se nuovamente sconfitto dai Babilonesi Necao riuscirà a pilotare la successione di Giosia con il secondogenito EliaKim, che cambiò il nome in Ioiakim, il quale gli garantì l’alleanza del regno di Giuda.

In seguito a un nuovo tentativo fallito da parte dell’Egitto per riconquistare il Retenu, Gerusalemme si ostina a rifiutare la resa perché istigata dal profeta Ezechiele, convinto che dio salverà Gerusalemme.

Da questa ostinazione nasce la decisione di Nabuccodonosor di distruggere Gerusalemme ed esiliare la casta giudaica.

Le vicende che fin qui ho riassunto sono in contrasto con le affermazioni della bibbia, che vedono le tribù semite nate dopo l’esodo, mentre dimostrano un’identica origine genetica, ma culturalmente accomunati agli indoeuropei.

Il concetto di appartenenza alla razza ebraica nasce durante l’esilio babilonese, quando nella biblioteca di Assurbanipal i sacerdoti di Gerusalemme scoprono altre tradizioni fino ad allora sconosciute ai giudei, come ad esempio il diluvio universale e che le origini del culto di El,  si fondono con quelle di altre divinità pagane, da ciò l’ossessione nei confronti dei culti ritenuti ellenizzati, e la convinzione che la distruzione di Gerusalemme sia stata una punizione per il politeismo praticato da molti.

Ragion per cui al ritorno dell’esilio, il dio della casta giudea non sarà più El, ma Yahweh. Non esistono tracce archeologiche, ma possiamo ritenere che sia Yahweh che Allah siano entità divine già adorate, prima che il loro culto si diffondesse su larga scala.

In seguito i giudei saranno protagonisti di un altro esilio, storicamente definito diaspora, per il fatto che si trattava di un esilio volontario per non pagare le tasse ai romani.

Ma secondo i cronisti romani del tempo, gli esodati della giudea si recarono a Roma, la città più ricca del mondo dove costituirono la comunità etnica più numerosa, e dalle loro attività poterono trarre lucrosi guadagni, tanto da poter pagare anche le tasse che non avevano voluto pagare a Gerusalemme.

Alcuni di loro si convertirono al cristianesimo nel tentativo di evadere al retaggio della diaspora, un’operazione che riuscì solo ai non circoncisi.

In seguito molti ebrei si trasferirono a Costantinopoli al seguito dell’imperatore Costantino e della sua ricca corte, per poi migrare verso nord a causa dell’avvento dell’Ortodossia Bizantina, che li emarginava, e poi  diventarono vittime della follia nazista molti secoli più tardi.

Da ricordare che con l’affermazione del cristianesimo come unica religione, gli ebrei hanno potuto continuare a celebrare il loro culto, mentre i fedeli delle altre religioni sono stati perseguitati fino anche allo sterminio, come successe nel III secolo d.C., agli ariani insubri, i quali furono sterminati nella battaglia del monte Velate, chiamato anche Urona (Varese), dalla legione comandata da san Ambrogio allora governatore e vescovo di Milano.

Altri ariani ebbero maggior fortuna e per non sottomettersi al cristianesimo riuscirono a rifugiarsi sulle Alpi, tanto da fondare la confederazione Elvetica, e la comunità del Tirolo, poi integrata nell’impero Asburgico, e in seguito divisa tra Austria e Italia al termine della I guerra mondiale, popolazioni che col tempo dovettero convertirsi per necessità.

La strage degli ariani sul monte Velate è un episodio sfuggito all’oscurantismo clericale, grazie alla tradizione orale, perché il ricordo di quella battaglia, è legato al fatto che al termine dello scontro, Ambrogio pose una statua della Madonna sul monte Velate, il quale era sacro agli ariani in quanto vi sorge il fiume Olona, anticamente chiamato Urona, e quindi sacro alla Grande Madre, e consacrò il monte Velate al cristianesimo, tanto che da allora la montagna è chiamata “Sacro Monte”.

Il teonimo Urona potrebbe riferirsi alla femmina del “Uro Indicus”, il “Bos Taurus Primigenius”, oggi estinto, ma anticamente considerato sacro al dio della fecondazione, quindi sarebbe un epiteto rivolto alla Grande Madre che si accoppia con il dio del bue.

Da sottolineare che il toponimo Velate è una corruzione del greco antico “Elate”, nome greco dell’abete sacro alla Grande Madre e che la rappresentava nelle sue celebrazioni, mentre Urona era il nome della dea; pertanto, il fiume pur con una portata d’acqua limitata, aveva la stessa importanza del Gange, in India, e durante la festa del “Imbolc “(2 febbraio) la gente vi si immergeva per purificarsi.

Rino Sommaruga

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Il Tirolo

   Il Tirolo esiste come stato indipendente fin dal XII secolo d.C., allora era un possedimento del conte Mainardo I di Tirolo-Gorizia, ed aveva un’estensione territoriale che comprendeva parte dell’Engadina, della val Tellina fino a Tirano, tutto il Trentino, il Friuli e l’Austria, mentre il capoluogo era Castel Tirolo nei pressi di Merano.

Ma il concetto di Tirolo serpeggiava già in epoca romana, in quanto i legionari fondarono una base logistica nei pressi di Innsbruck chiamata Teriolis, poi divenuta città mercato, oggi identificata con Zirl, quini possiamo supporre che Teriolis fosse un toponimo con il quale i romani identificavano il territorio di un popolo che adorava una divinità della terra chiamata Maia, o anche “Magera”, perché era la portatrice dei frutti della terra, dalla quale prenderà il nome il mese di maggio.

Infatti, documenti risalenti al 857 d.C. attestano che Merano in origine era chiamata Maia, mentre il territorio circostante era detto Mairania,

Il nome primitivo di Merano è conservato ancora oggi dai due quartieri più antichi della città, Maia Alta e Maia Bassa, un toponimo che faceva riferimento a Maia una dea greca della fertilità, adorata anche dai romani.

Le logiche che nei tempi primitivi condizionavano la fondazione dei villaggi, mi fanno supporre che Maia Alta fosse il villaggio retico primitivo, mentre Maia Bassa fosse il primo insediamento romano.

In seguito i villaggi del circondario sarebbero stati riuniti in un unico centro amministrativo chiamato Mairania, sinonimo di “Maia Regina”, diventato Meran in tedesco e Maran in ladino, mentre io ipotizzo una pronuncia più primitiva come “Meràa”, o “Merä”.

Maia era una divinità della primavera, e faceva parte dell’olimpo greco in quanto madre di Ermes, il messaggero degli dei, ed era figlia di Pleione, una ninfa protettrice della navigazione, a sua volta figlia di Oceano.

Il padre di Maia era Atlante, uno dei titani spodestati dagli dei dell’Olimpo, pertanto possiamo supporre che Maia fosse una grande madre pre ellenica, in quanto nella lingua greca antica il suo nome significava: “Ostetrica” il cui culto è migrato verso nord con i celti, vale a dire i greci primitivi, come i minoici o i pelasgi, dei quali i reti abitanti del Tirolo potevano essere una tribù.

Secondo la tradizione romana, ogni primo maggio il sacerdote di Vulcano le sacrificava una scrofa gravida, nessuno ne conosce la ragione ma uno scrittore del IV secolo d.C., Ambrogio Teodosio Macrobio, riferisce che Lucius Cincio Alimento (uno storico, politico e pretore in Sicilia, nel 210 a.C., quando venne fatto prigioniero da Annibale), nei suoi annali (andati perduti) spiegava che Vulcano era il marito di Maia.

Il fatto che Lucio Cincio fosse soprannominato Alimento mi fa supporre che fosse il sacerdote di una divinità dell’agricoltura, come appunto poteva essere Maia, il cui culto potrebbe essere stato adottato dai romani durante la seconda guerra punica, in quanto solitamente i romani cercavano di rabbonire le divinità dei nemici, ammettendo i loro culti a Roma, erigendo templi in loro onore.

Così fecero con Giunone durante la guerra con Vejo, e con Cibele, la Grande Madre dei frigi, adorata anche dagli insubri alleati di Annibale.

Forse Maia, la Primavera, era figlia di Cibele?  Come Persefone e Proserpina lo erano di Demetra e Cerere? L’accostamento a Vulcano mi fa pensare anche a Thera, la Grande Madre dei minoici, della quale il vulcano Santorini era la sua manifestazione, In questo caso Vulcano poteva esserle padre o marito. Non a caso nella mitologia greco-romana Efesto e Vulcano erano mariti rispettivamente di Afrodite e Venere.

Ma essendo Maia una dea della primavera il suo essere andrebbe comparato a quello di Persefone e Proserpina, che come lei nella mitologia greco-romana erano la Primavera e mogli di Ade e Pluto, due divinità del regno dei morti, per cui potevano stare tra i vivi solo sei mesi l’anno, i quali coincidevano con la primavera e l’estate.

Quindi il vero marito di Maia avrebbe potuto essere Velkhanos una divinità dei morti cretese (minoici), il cui nome o entità potrebbero essere stati confusi dai latini.

Il teonimo Thera potrebbe essere anche lui all’origine del toponimo Tirolo, in quanto è la radice greca che indica la terra.

Ma la divinità più importante dei reti sembra essere stata Reitia, che alcuni storici identificano anche come Rethia Phora la dea dei passaggi, in quanto veniva raffigurata con in mano una chiave, perchè considerata la Guardiana della porta del Cielo e pertanto veniva identificata con la luna.

Un particolare da non trascurare è il nome del passo Resia, il quale ricalca esattamente il teonimo Rethia Phora.

Sicuramente Rethia era la Grande Madre del popolo retico, e per questo si chiamavano reti, vale a dire: figli di Reitia o Rethia, ma in ogni caso si trattava della stessa entità divina di tutte le grandi madri della cultura indoeuropea, quindi alter ego di Demetra e Cerere Cibele e forse madre di Maia.

Piuttosto contradditorio il fatto che al passo Resia sorge L’Adige ed inizia la valle Venosta, due toponimi che sembrano riferirsi ad altre divinità.

Ufficialmente Adige sarebbe la traduzione del tedesco “Tyrol”, il quale significa terra e farebbe riferimento alla Grande Madre Thera, Gea o Gaia per gli elleni, Tellus per i romani, la quale  a sua volta darebbe il nome all’adiacente val Tellina,  mentre il prefisso “Ad”, di Adige è caratteristico in alcuni nomi di fiumi, che ritroviamo anche nel nell’idronomo Adda che sorge in val Tellina, quindi considerando la stretta identità culturale tra gli antichi tirolesi e i valtellinesi escludo che Adige e Tyrol abbiano lo stesso significato.

In realtà il nome dell’Adige è una corruzione del teonimo “Aditī una Grande Madre alter ego di Danu, indicata come la madre delle divinità “aditya”, i quali non sono altro che Varuna, Indra, Mitra, ecc. vale a dire gli stessi danava figli di Danu.

Quindi Aditī e Danu sarebbero stati i nomi tribali di una stessa entità divina, e con ogni probabilità Aditī era la grande madre dei germani.

Da ciò deriverebbe l’utilizzo del prefisso “Ad” nella formazione di alcuni idronomi, e soprattutto voglio indicare il nome dell’Adamello, la montagna che divide la valle Camonica dal Tirolo il quale è formato dal prefisso “Ada”, e dalla radice celtica “Mello”, comunemente nota come sinonimo di collina, ma evidentemente a quei tempi, la gente non distingueva le colline dalle montagne, e per loro erano semplicemente dei luoghi alti.

Quindi il toponimo Adamello avrebbe indicato una montagna sacra ad “Ada”, forse un diminutivo di Aditī; questo grazie al suo imponente ghiacciaio che ricopre la sua vetta, che gli antichi consideravano una manifestazione della Grande Madre.

Da considerare nei pressi del Passo di Resia il Lago della Muta, situato nel comune di Curon; il cui toponimo fa pensare alla presenza di un gurù, il quale interpretava i mugugni di una donna muta, come manifestazione della volontà del dio, il quale doveva trattarsi di una divinità solare come appunto Vindonnus, un’usanza che riscontriamo anche nella fondazione di Roma, in quanto il nome di Acca Laurentia significava appunto la Muta dell’Alloro, albero sacro alle divinità solari.

Acca Laurentia era soprannominata la “Lupa”, in quanto secondo la credenza popolare il dio dell’alloro, il Lupo Apollo, oppure un’altra divinità solare si accoppiava con lei trasmettendogli le sue volontà.

Nell’Iliade Omero cita la sacerdotessa di Apollo destinata a rimanere inascoltata, quindi possiamo concludere che anche lei fosse muta.

Ma ciò che non torna in questo mito è il nome della sacerdotessa: “Cassandra”, il quale significa: “Colei che Passa tra le Querce”, quindi era una sacerdotessa di Cassio, e non di Apollo.

Ciò a dimostrazione che i racconti di Omero potevano essere ispirati da fatti e personaggi realmente vissuti, ma non coerenti o in relazione tra loro.  

La presenza del culto di una divinità solare, potrebbe aiutarmi a svelare l’origine del toponimo Venosta, in quanto posso prendere in considerazione il fatto che la valle è chiamata anche val di Sole, per la presenza di un monte indicato con il nome Sole, il quale per i valligiani ha un’importanza vitale, in quanto ripara la valle dalla tramontana, conferendole un clima mite e asciutto che favorisce l’agricoltura.

Quindi il toponimo valle Venosta potrebbe essere originato da un teonimo legato al culto del sole come potrebbe essere “Vindonno”, chiamato anche Windo o Lindo (sinonimo di Bianco) una divinità del sole anatolica, protettore di Troia (Wilusa) al quale era sacre anche Vienna e “Vinitia” (Venezia) primitiva (le città Bianche).

Bisogna considerare che i reti erano i discendenti degli abitanti primitivi della Grecia e Anatolia, provenienti dall’Albania caucasica attuale Azerbaigian, e originari della Persia pertanto erano portatori di una cultura che in epoche successive i micenei e gli elleni hanno adattato alle loro lingue e culti, prima con Poseidone e poi con Zeus, tanto che Vindonnus diventerà Apollo ed Elios. Infatti i celti romanizzati associavano il culto di Apollo con quello di Vindonnus

Bisogna sottolineare che i romani conoscevano la Rethia con il nome di Raetia et Vindelicum, proprio perché il territorio era popolato dai vindelici una tribù di adoratori di Vindonnus arrivati nel territorio retico dopo la caduta dell’impero ittita e quindi portatori della cultura del ferro, i quali si sarebbero insediati tra i reti, risalendo la valle Venosta, per poi scendere in riva al Danubio; e dove non a caso i romani fonderanno la città di “Augusta Vindelicum”, oggi semplicemente Augusta.

Da citare anche Veldidena, “Uuiltino” per i vindelici, dove i romani fondarono un’altra base di rifornimento, il luogo oggi è chiamato Wilten, un toponimo che richiama la divinità Wilios (Bianco), ed è un quartiere di Innsbruck.

Il quartiere sorge ai piedi del monte Bergisel, un toponimo che in apparenza potrebbe sembrare germanico ed indicare una fortezza, ma considerando che sulla cima del monte sono stati ritrovati bronzi risalenti al XII secolo a.C., in gran parte trafugati, e tracce di altari votivi, che testimoniano la presenza dei celti è fuor di dubbio che il toponimo sia di origine retica, quindi Bergisel significava Monte di Isel.

Quale sia il significato di Isel è difficile dirlo, ma una traccia ce la potrebbe fornire il fenicio Ezbel, dal quale deriva l’indeuropeo Isabella, il cui significato era “Amante di Bel”, per cui possiamo supporre che il monte Isel svolgesse le stesse funzioni della torre di Babele, sulla quale viveva una sacerdotessa destinata all’incontro carnale con il dio, Bel, Baal o Vindonnus.

In proposito anche l’italico Veldidena porterebbe all’identica ipotesi, in quanto il suffisso “Dena” potrebbe derivare dal nome Dana che in sanscrito significa “Generosa”, e in persiano “Sapiente”, due etimi derivanti da lingue antiche, che comunque farebbero riferimento a una sacerdotessa o a una dea.

Da sottolineare anche il fatto che ancora nel 850 d.C., oltre al toponimo romano “Locus Wiltina”, era ancora in uso il nome Vindelico del luogo, vale a dire: “Uuiltino”, il quale ci riconduce al golasecchiano Uillo e all’omerico Ilios”, il mitico fondatore di Troia, e che con le 2 u al posto della W, denota l’origine primitiva della lingua parlata dai vindelici.

In seguito alla mitologica guerra di Troia (Wilusa) l’Anatolia fu investita da una grave carestia, un evento che trova riscontro sia nella leggenda del principe Tirrenus, che nei documenti egiziani, i quali registrano l’invio di cereali agli ittiti da parte del faraone Merenptah, in quanto gli alleati erano stati colpiti da una carestia.

Quindi a causa della carestia, verso la fine del secondo millennio a.C., gli agricoltori anatolici sarebbero migrati verso nord, seguendo la costa adriatica  raggiungendo il Veneto, da dove risalendo la valle Venosta arriveranno nella Raetia transalpina, dove si divideranno, alcuni clan si dirigeranno verso il Baltico, altri raggiungeranno la Normandia, dove dopo oltre un millennio li troverà Giulio Cesare, che li chiamerà “Veneti dell’Armorica”, Pomponio Mela cita il lago di Costanza con il nome di “Lacus Venetus”, Claudio Tolomeo cita il Golfo di Danzica come  “Sinus Venedicus”, Plinio il Vecchio li localizza lungo la Vistola.

Questa migrazione merita un commento a parte, perché a parte la diffusione dei segreti della metallurgia del ferro, he fino allora gli ittiti avevano tenuta segreta, l’abbandono dei campi divenuti improduttivi, ha dato il via a una fase storica molto importante, che ha determinato l’inizio del periodo ellenico.

L’abbandono della coltivazione ha favorito il ritorno della pastorizia, e quindi l’arrivo dei pastori Dori, Ioni ed Eoli (elleni), che già premevano dal confine della Siria, le cui capre potevano nutrirsi con le erbacce che crescevano sui campi inariditi dall’eccessivo sfruttamento.

Gli elleni poi raggiungeranno anche la Grecia, evidentemente anche lei colpita dalla carestia dove fonderanno una nuova grande civiltà. 

Sempre in merito alle divinità anatoliche giunte nel Tirolo all’inizio dell’età del ferro, bisogna citare anche Kephisos dio delle sorgenti, dal quale prende il nome la sorgente Cepina in val Tellina, e tante altre fonti diffuse sulle Prealpi.

Dal teonimo Kephisos deriva anche il nome di una roccia chiamata ceppo, dalla quale abitualmente sgorgano le acque della falda idrica superficiale.

In val Tellina era adorato anche Bormanus, al quale tra le varie fonti erano sacre le sorgenti di Bormio.

Tra le divinità norrene che avrebbero potuto originare il nome del Tirolo, è appariscente il teonimo “Tyr”, il dio della guerra e della giustizia dei germani (ariani), ma la divina Maia mi fa ritenere che i tirolesi fossero un popolo di contadini pacifici, discendenti da quegli agricoltori persiani (danai), che migliaia di anni prima abbandonarono la Persia in cerca di nuove terre da coltivare.

I quali attraversando il Caucaso, l’Anatolia, i Balcani, le Alpi e la Manica, popolarono l’Europa Occidentale, portando con sé una parte del seme della cultura indoeuropea, che poi avrebbero ricongiunto con la parte del seme portata dai germani, i quali avevano popolato l’Europa Orientale.

Rino Sommaruga

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Il Culto Di El

Il nome del vulcano El’Brus, la montagna più alta del Caucaso, e le tradizioni paleolitiche che vedevano nei vulcani una manifestazione della Grande Madre Terra, mi hanno portato alla convinzione che in epoca primordiale per i caucasici il monte avesse la stessa importanza religiosa del vulcano Thera per i minoici, cioè era la casa della Grande Madre Terra.

            Ma una ricerca più approfondita sull’esistenza di una Grande Madre chiamata “El”, mi ha dimostrato che in realtà si trattava di una divinità solare, dalla quale sarebbe poi disceso il culto di Elios (Helios), diffuso in Anatolia dagli elleni (figli di El), i quali lo diffusero anche in Grecia con il nome di Apollo, mentre in Europa occidentale è giunto con il nome di Bel, sovrapponendosi a Windos.

            Un esempio molto indicativo del sincretismo tra due divinità solari è il monte Parnaso, la casa di Apollo, una montagna che si divide in due cime, la Cirra (la casa di Apollo) e l’Elicona, e appunto il toponimo Elicona dovrebbe significare “Culla di Eli” il nome con cui El era chiamato dai greci.

            Il nome del monte Parnaso è un toponimo originato dal luvico “Parna”, sinonimo di “Casa”, ed essendo il luvico una lingua parlata nell’Anatolia Centro-Meridionale e nell’Alta Mesopotamia, luogo di provenienza degli elleni, mi sembra evidente che il teonimo Apollo era il frutto di un compromesso spirituale tra la popolazione primitiva adoratrice di Windos e i nuovi arrivati elleni, adoratori di El.

            Anche la doppia cima del Parnaso non fa altro che simboleggiare il sincretismo tra due divinità; lo stesso esempio lo posiamo trovare nell’aquila a due teste simbolo dell’Albania, la quale a sua volta simboleggia l’unicità dei culti di Giove e Zeus.

            Etimologicamente iI toponimo El’Brus si accosta al lombardo “Brüsa”, sinonimo di “Brucia”, un verbo che si discosta nettamente dal sinonimo latino “Ardet”, e trova affinità solo nel corso “Brusgiò”, nel francese “Brûlures”, e nel “sardo Brujare.

            Da brujare abbiamo lo spagnolo “Brujera” sinonimo di “Stregoneria”, e “Bruja”, corrispondente a “Strega”; mentre per paradosso nella lingua corsa: Strega si dice Brucia.

            Quindi nei tempi remoti una relazione tra il vulcano El’Brus e una divinità femminile doveva pur esserci; anche se in ogni caso il toponimo indica il sole che brucia, e ai 5642 metri della sua cima brucia veramente.

            Anticamente il monte era chiamato Strobilus, un sostantivo che oggi indica una struttura vegetale contenente i semi per la riproduzione degli alberi, la quale potrebbe essere anche una pigna, quindi è possibile che gli antichi abbiano accostato simbolicamente l’attività di un’eruzione vulcanica con gli effetti esplosivi prodotti dal fuoco sulle pigne, le quali sono le strobilus degli abeti, gli alberi sacri alla Grande Madre Terra.

            Da prendere in considerazione anche l’affinità etimologica di Strobilus con il nome del vulcano Stromboli, un toponimo al quale i linguisti attribuiscono il significato di rotondo, derivato dalla radice greca strobylè, quindi è possibile che il lemma strobilus fosse un termine comune con il quale gli antichi indicavano i vulcani, la cima dei quali è comunque rotonda e assomiglia a una pigna. 

La pigna era particolarmente sacra a Cibele una Grande Madre anatolica, la quale era adorata già 8 mila anni prima di Cristo; adorata anche dai frigi e dai celti il suo culto è sopravissuto fino a tutto il primo millennio d.C.

            Anche lei come la vedica Danu aveva un figlio amante Attis (Varuna) poi morto dissanguato per essersi evirato in onore della madre, ma le leggende elleniche raccontano di un’evirazione operata da Dionisio per conto di Zeus (Indra) innamorato della dea.

            Con le sue due cime definite “gemelle”, il monte El’Brus richiama il gemellaggio divino tra il sole e la luna, Utu e Nanna (divinità maschili) per i sumeri, chiamati Samash e Nin dagli accadi, Apollo e Artemide per i greci, Elios e Selene figli di Teia, a sua volta considerata dai greci figlia di Gea la terra; da considerare anche, che nella scrittura sumera l’ideogramma U rappresentava il sole tra due cime di montagne.

            Nella teogonia di Esiodo Gea (figlia di Caos) è la divinità primordiale che da sola ha generato Ponto il mare, i monti, le ninfe, e Uranos chiamato anche “Ofione”, oppure “Ofiuco” (Varuna nella tradizione vedica),con il quale poi si è accoppiata e generato i titani, le prime divinità corrispondenti ai danava della tradizione vedica, i quali come nella tradizione vedica saranno spodestati dai figli, i deva.

Pertanto si può considerare che il monte Strobilus sia stato il luogo dove secondo le tradizioni più antiche la Grande Madre ha partorito o creato il sole, la luna e tutto l’universo.

EL è un teonimo che troviamo anche nella bibbia, sia nella sua forma originale che nella formazione dell’etnonimo elamiti e “Regno di Elam”, si trattava di una popolazione di origine indoeuropea, culturalmente evoluta al pari dei sumeri.

Nella tradizione ebraica in origine dio era adorato con il nome di El, si trattava una forma di pensiero primitiva chiamata Elohismo, da cui il periodo Elohista, un termine usato per distinguere il periodo primitivo dalla fase successiva costituita dalla tradizione Jahvista, introdotta durante l’esilio.

Infatti il profeta Elia portava un nome Elohista, il quale era un chiaro riferimento a El, come anche il suo successore Eliseo; che Elia fosse un profeta di una divinità solare ce lo dimostra anche la tradizione, in quanto non avrebbe conosciuto la morte, ma sarebbe salito in cielo sopra a un carro di fuoco trainato da cavalli di fuoco, il quale poteva essere solo il carro del sole.

Quindi con ogni provabilità come volevano le antiche tradizioni legate ai culti solari, anche Elia come Gesù sarebbe stato l’incarnazione del dio.

Di Elia si racconta che sconfisse i 450 sacerdoti di Ba’Al, un’altra divinità solare adorata dai fenici, il cui nome è un altro adattamento di pronuncia del teonimo El, e dal quale sempre per difetto di pronuncia si è originato l’Europeo “, Bel”, quindi più che una guerra di religione, tra Elia e i sacerdoti fenici ci sarebbe stata una lotta di potere.

Anche il secondogenito di Mosè aveva un nome Elohista, si chiamava Eliezer

Rino Sommaruga

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Troia Mito o Verità

Da oltre tremila anni gli uomini sono affascinati dai racconti di Omero i quali hanno creato un mito indistruttibile, “La Guerra di Troia”, dal soprannome di una mitica città che si chiamava “Ilio”, dal nome del suo fondatore, divenuta famosa nel mondo occidentale con l’appellativo di “Troia” a causa del quale non si trovava alcuna traccia archeologica, se non nella posizione geografica e nel nome di una città storicamente posta all’imbocco dei Dardanelli, che gli ittiti chiamavano Wilusa, un toponimo forse originato dal teonimo Windonnus, una divinità solare chiamata anche Windos, per poi essere corrotto in Lindo o Helios, da cui Ilio o Ilios il nome del mitico fondatore di Troia, e non a caso la divinità protettrice di Troia era un dio solare, che Omero chiamava Apollo.

Da citare anche “Wurusemu” dea del sole ittita il cui centro del culto era nella città di “Arinna” il cui nome era usato spesso per indicare la dea, e che potrebbe anche aver originato il nome dell’italica Anna “Perenna”.

Da notare che tra le rare iscrizioni attribuibili alla civiltà di Golasecca emergono nomi come Uini, Uenia e Vin, mentre a Châtillon-sur-Senne in Borgogna, tra i resti di un tempio galloromano, è stata ritrovata una dedica ad Apollo Windonnus pegno di un voto esaudito a un certo Uillo.

Da questi nominativi si sarebbero originati i britannici Will e Wiliam a testimonianza del forte legame religioso tra questi nomi e la divinità solare

Il racconto di Omero già privo di riscontri archeologici  inficia il suo valore storico anche per l’utilizzo di teonimi completamente estranei all’epoca micenea, come Zeus per esempio il quale non era ancora il re degli dei, Hera, una Grande Madre declassata a sorella di Poseidone, il nume tutelare dei micenei, Apollo era una divinità greca ai tempi di Omero, ma inesistente in epoca micenea, e quindi  nulla poteva sulle sorti dei teucri o degli achei,  Athena era una divinità primitiva e  nume tutelare di Atene e dell’Attica anche durante l’età classica, pure Afrodite era una divinità primitiva di origine fenicia, era adorata a Cipro e dai micenei ma come per Athena non risulta che avesse estimatori in Anatolia.

Anche Cassandra la sacerdotessa, di Apollo ha un nome estraneo al contesto miceneo e anatolico, infatti il nome Cassandra calzerebbe a pennello per una sacerdotessa di Cassio, in quanto è composto dal nome della quercia Cassano-s  e dal sostantivo greco “Andron”, sinonimo di passaggio, il che significherebbe “Colei che Passa tra le Querce”, un rito che compivano le sacerdotesse di Cassio e Zeus, mentre l’albero sacro ad Apollo e alle divinità solari era il lauro.

Durante il secondo millennio a.C., l’Anatolia era dominata dagli ittiti, i quali regnavano sugli altipiani ed avevano un rapporto feudatario con i regnanti delle città dei bassipiani, e tra i documenti ittiti finora ritrovati spunta il nome di Wilusa, che secondo gli archeologi, in base alla posizione geografica e alla descrizione del territorio circostante fatta da Omero, sarebbe la Ilio dell’Iliade, divenuta famosa con il soprannome di Troia. 

Dalle tavolette ittite oltre al nome di Wilusa emerge anche il nome del suo principe, Alaksandu il quale nel 1285 a.C., stipula un trattato di amicizia con l’imperatore ittita Muwatalli II.

Oltre all’omerica Ilio che in lingua locale poteva anche essere Wilio, anche il nome del suo principe rientra nella tradizione omerica, infatti Alessandro è uno dei nomi che Omero attribuisce a Paride.

Ora, una delle domande che si pongono gli studiosi è perché Omero quando si riferisce a Paride a volte lo chiama Alessandro, questo può essere spiegato dal fatto che i due nomi hanno praticamente lo stesso significato, Paride è sinonimo di: “Battagliero”, mentre Alessandro significa: “Uomo che Protegge”, quindi mi sembra plausibile che fossero dei sinonimi di due lingue o dialetti diversi.

All’epoca del trattato con Muwatalli II, Alaksandu era in lotta con un certo Piyama-Radu, il quale si aggirava in continuazione tra le città degli achei per istigarle alla guerra contro Wilusa, tanto che a un certo punto Muwatalli II si rivolgerà alle città greche chiedendo l’estradizione di Piyama-Radu.

Chi fosse Piyama-Radu e il motivo della contesa non è dato a sapere, ma la richiesta di estradizione ci dice chiaramente che non era un greco, pertanto poteva essere solo un nobile anatolico che evidentemente tentava di riconquistare un regno perduto.

Il nome del personaggio è abbastanza curioso, infatti Piyama è una voce di origine indiana e indicava un pantalone in pelle indossato per cavalcare a pelo, lemma che poi gli inglesi hanno adottato per indicare il pigiama, e anche il nome Radu sembra indicare il pelo.

Etimologicamente Radu sarebbe la variante rumena del bulgaro Radko nella cui lingua presenta anche la variante “Rajno”, che al femminile Rajna”, significa regina.

Tutto ciò non ci aiuta a capire chi fosse il personaggio, ma ci porta nei Balcani, terra di provenienza dei frigi, alleati di Ilio nella guerra omerica.

Secondo Strabone erano un ramo dei Brigi una popolazione tracia, che sarebbe migrato migrata in Anatolia nel 1200°. C., ed alleatosi con gli ittiti; è ipotizzabile che tale migrazione sia avvenuta in sostegno della guerra che gli ittiti hanno portato all’Egitto, per la conquista di Quadesh (1274 a. C.).

Ma non si può escludere che i Brigi controllassero l’accesso al Mar Nero ed imponessero dei pedaggi per il passaggio dello stretto, ragion per cui i micenei portavano continuamente guerra a Wilusa, un problema che per gli ittiti non esisteva, in quanto avevano libero accesso su entrambi i mari.

In realtà i brigi facevano parte di un flusso migratorio che durante l’età del bronzo è partito dal Caucaso (Albania e Iberia), e attraversata l’Anatolia o la steppa pontica risaliva il Danubio fino a raggiungere la Francia e le isole Britanniche; tracce del loro passaggio sono Vienna, che chiamarono “Windobona” (Città Bianca), anche il nome di Venezia deve la sua origine al toponimo primitivo “Vinitia” originato appunto dal teonimo Windonnus”,

In Francia i brigi hanno dato origine a etnonimi come Brigantes insediatisi nella Valle D’Iserè, o Brittones che popolarono la Normandia, dalla quale poi si imbarcarono per l’isola che chiameranno Britannia.

Gli etnonimi Brigantes e Brittones sono contraddistinti dalla “s” finale caratteristica della lingua caucasica primitiva, continuata ancora oggi dal greco e dallo spagnolo.

Anche la tribù dei Parisi che ha fondato Parigi, si può considerare di origine brigia il quanto il suo etnonimo avrebbe lo stesso significato di Paride, cioè: “guerrieri o battaglieri”, i quali avevano “Sequana” la dea della Senna come protettrice. così come i frigi anatolici erano strettamente legati al fiume “Halys”, un idronomo etimologicamente affine all’etnonimo parisi.

Ora, dato per scontato che il motivo del contendere fosse la città di Ilio, la quale grazie alla sua posizione dominante sullo stretto dei Dardanelli doveva essere molto ricca, ci si domanda cosa c’entra Elena?

Bisogna considerare che i trattati di alleanza o vassallaggio venivano garantiti dai matrimoni, e nel caso di Ilio dobbiamo supporre che il principe della città si sia sposato con una figlia o sorella dell’imperatore ittita, la quale diventava il suo occhio vigile sulla lealtà del vassallo, pertanto aveva il potere di destituire il principe regnante o di rompere un’alleanza.

Quindi possiamo supporre che prima del 1285 a.C., Piyama-Radu era il principe di Ilio, il quale durante una sua assenza (come il Menelao omerico) sarebbe stato esautorato dal potere per volontà della moglie e sostituito con Alaksandu, evento che sarebbe poi stato ratificato da Muwatalli con il patto di alleanza del 1285.

Come nella tradizione omerica dopo dieci anni Piyama-Radu riesce a conquistare Wilusa, grazie al fatto che Muwatalli II e i suoi alleati entreranno in guerra contro l’Egitto, battaglia di Quadesh 1274 a.C., ma sarà soltanto una effimera conquista, perché al ritorno da Quadesh, Muwatalli II riconquisterà la città e rimetterà Alaksandu sul trono.

Se la destituzione di Piyama-Radu sia stata una scelta politica o il capriccio di una donna non lo sapremo mai, sempre che tra le migliaia di tavolette ancora da decifrare non si nasconda qualche altra notizia.

Mentre il mitico cavallo di Troia potrebbe essere una metafora suggerita dal nome di Piyama-Radu e dal fatto che dopo la partenza dei guerrieri di Ilio per la guerra di Quadesh, una fazione di cittadini fedeli a Piyama-Radu potrebbe aver propugnato il suo ritorno al potere spalancandogli le porte della città.

Sempre dalle tavolette ittite sappiamo che Piyama-Radu era suocero di un certo “Atpa”, il quale era reggente della città di “Millawata”, per conto degli Ahhiyawa (nome ittita degli achei).

Millawata era la città più importante della Caria, posta al termine di una lunga carovaniera che arrivava dalla Mesopotamia, e per questo fu a lungo contesa tra gli ittiti e gli ahhiyawa, nome ittita degli achei, i quali dopo il crollo dell’impero degli altipiani ne presero definitivamente possesso.

In seguito a questo evento Millawata sarà chiamata “Miletos” (1000 o 1100 a.C., circa), mentre la regione Caria diventerà la Ionia, quindi devo supporre che gli achei (ioni) che aggredirono Ilio non provenivano dalla Grecia, ma dalla Mesopotamia e raggiungeranno la Grecia solo dopo il disfacimento dell’impero ittita e della cultura micenea.

Quindi Omero al quale vengono attribuite origini ioniche (questa è la lingua delle versioni originali dei suoi poemi) si sarebbe ispirato a città della Grecia classica, mentre in realtà i nemici di Ilio non erano i micenei ma un popolo proveniente dalla Mesopotamia, molto probabilmente di etnia semita, primitivo adoratore di una divinità primordiale, la Grande Madre Terra del monte El’Brus (El strega) poi declassata a strega, e sostituita da una divinità maschile chiamata: El in ebraico, Eli in greco, Ilu in accadico, An in sumero, teonimo dal quale sarebbe nato l’etnonimo “elleni”, vale a dire adoratori o figli di Eli, e il nome Elena, quindi Omero nell’indicare la donna perfida che tradiva il marito, si sarebbe servito del nome  Elena, che faceva riferimento alla strega del monte El’Brus.

Ad Ugarit una delle città più antiche VI mila a.C., situata al confine con l’impero ittita, El era adorato con il nome di Kumarbi, il quale era il padre del dio del cielo e della tempesta “Teshup”, teonimo che sarà grecizzato in Zeus, quindi possiamo supporre che nella tradizione ellenica Eli diventerà Crono, il padre di Zeus

Rino Sommaruga

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Atlantide

Parlando di Atlantide gli storici la identificano con l’isola e arcipelago Madera, Madeira in portoghese, toponimi che avrebbero il significato di legno, e attribuiti all’isola perché grazie al clima mite e leggermente umido dell’arcipelago, gli alberi crescono rigogliosi, mentre io non posso trascurare l’affinità etimologica tra i toponimi Madera e Matera.

Ma anche se l’arcipelago sarebbe stato citato da Platone e conosciuto dai fenici come la mitica Atlantide, sprofondata per volere di Poseidone ai tempi di Göbekli Tepe, IX millennio a.C., secondo gli storici, l’arcipelago sarebbe rimasto disabitato fino al 1400 d.C., ragion per cui l’esistenza di Atlantide è considerata solo una leggenda.

Resta il fatto che Madera è un arcipelago vulcanico, quindi soggetto a esplosioni e successivi sprofondamenti, quindi in funzione della sua natura i navigatori antichi, hanno considerato l’arcipelago come una manifestazione della Grande Madre Terra, indicandola appunto con il nome di Madera.

E anche Platone nel venire a conoscenza dell’esistenza di questo arcipelago di natura vulcanica, nel formulare la sua teoria sull’esistenza di Atlantide ispirato (come sostengono in molti) dalla vicenda legata all’esplosione dell’isola di Thera si sarebbe convinto che anticamente anche l’arcipelago Madera sia stato abitato.

Anche se non esistono tracce archeologiche, che possano testimoniare la presenza di antiche civiltà, l’antropizzazione antica rimane un’ipotesi che non si può scartare del tutto.

Come ho già detto i fenici conoscevano l’esistenza dell’arcipelago, in quanto essendo distante dalla costa africana solo 500 km è possibile che i navigatori vi siano stati trascinati dal vento o che abbiano notato le colonne piroclastiche sollevarsi durante qualche eruzione, da cui il mito delle Colonne D’Ercole, e probabilmente l’arcipelago non fu mai abitato proprio perché troppo lontano dalle rotte commerciali.

In ogni caso l’arcipelago era un punto di riferimento per i navigatori, i quali quando navigavano nell’Atlantico verso le Canarie, nel caso in cui le bufere spingevano le loro navi troppo al largo, potevano usare Madera come punto d’appoggio e rifornimento.

Ma è certo   che i fenici oltrepassavano le colonne d’Ercole per acquistare oro e argento dalla città stato iberica di Tartesso, la quale era molto ricca e potente, pertanto è possibile che la mitica Atlantide sia stata la stessa Tartesso.

La mitologia greca cita anche l’isola di Eritea che si estendeva fino ai confini di Tartesso, che Eracle raggiunse navigando sulla barca dorata di Helios, per rubare i buoi di Gerione, i quali erano sacri ad Apollo

A parte la considerazione che Apollo ed Helios sono due teonimi appartenenti a due culture diverse, ma che fanno riferimento alla stessa divinità solare, e che il nome dell’isola Eritea nella lingua dei celti significa “Eri Divina”, in onore di una Grande Madre pre ellenica poi declassata in età classica a ninfa delle acque.

Sull’esistenza di Eritea e che la stessa Tartesso fosse un’isola, bisogna tener presente che la costa dell’Andalusia è particolarmente ricca di paludi e che molte località costiere formano il loro toponimo usando “Isla” come prenome, quindi possiamo ipotizzare che anticamente nel golfo di Cadige fosse presente un arcipelago poi insabbiatosi.

In oltre bisogna considerare che  la cultura di Tartesso aveva una propria lingua molto antica, che tutt’ora i linguisti definiscono non indoeuropea; in realtà l’Andalusia con la sua posizione geografica, può solo appartenere al contesto migratorio degli iberi paleolitici  (i camiti della bibbia), o alla cultura della Ceramica Cardiale, come è già attestato per i vicini lusitani, con i quali sono affratellati anche etimologicamente, come dimostra la radice “lusi” presente in entrambi gli etnonimi.

In oltre il nome dell’isola Eritea ci porta al teonimo irlandese Eri che nelle lingue gaeliche significa Terra, infatti Eriu è la dea che favorì la colonizzazione dell’Irlanda da parte degli iberi, i quali in onore della dea chiamarono l’isola “Weri”, da cui il moderno Eire.

Ma come abbiamo già visto, Eri è anche il nome di una dea, che in origine era una Grande Madre, e che gli elleni hanno declassato a ninfa delle acque, pertanto è difficile stabilire se il toponimo Eritea abbia avuto origine dalla civiltà primordiale che ha abitato l’Andalusia o sia un toponimo usato dai greci.

Ma anche il toponimo Tartesso si presta a due interpretazioni diverse, infatti potrebbe essere originato da Thera oppure dal Toro cosmico amante della dea, poi ucciso, secondo la tradizione vedica da “Mitra”, il sole

La bibbia cita Tartesso con il nome di Tarsis, Strabone sosteneva che i Tartessiani o Turdetani possedevano libri e leggi che essi stessi definivano antichi di almeno 7 mila anni.

Di sicuro è possibile che gli abitanti di Tartesso pur appartenendo allo stesso ceppo genetico dei caucasici, con il loro isolamento geografico abbiano conservato lingua e tradizioni ancora più remote della cultura indoeuropea

Il toponimo Tartesso è anche un sinonimo di Tarso, antica città della Cilicia, posta ai piedi dei monti del Tauro, nei pressi della quale, il tumulo di “Yumuktepe”, è stato ritrovato un sigillo risalente al 7 mila a.C. 

Se tutto ciò combaciasse, Tartesso sarebbe stata una civiltà discendente dai popoli di Gobekli Tepe, i quali dopo aver colonizzato il Nord Africa, hanno attraversato lo stretto di Gibilterra e sono penetrati nella penisola iberica.

Rino Sommaruga

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I Balcani E IL Nord Europa

Finora ho trattato gli argomenti relativi all’Europa Occidentale per il semplice fatto che abbiamo a disposizione le opere letterarie degli autori antichi, i quali oltre a parlarci delle loro civiltà di appartenenza, ci hanno tramandato anche gli usi e costumi dei popoli nordici, mentre gli unici riferimenti ai popoli che nelle epoche primitive hanno abitato l’Europa Nord Orientale , li possiamo trarre dalla genetica e dall’archeologia.

Il primo dato genetico ci indica che i Balcani sono abitati da gente il cui cromosoma “Y” appartiene al ceppo genetico “I2”, discendente dal più antico “I1” , formatosi già 27.000 anni fa, che non a caso lo ritroviamo nella sua forma primitiva in “Scandinavia”. La diffusione di questi due cromosomi in pratica ricalca le orme della migrazione dell’uomo dopo la fine dell’ultima era glaciale.

Il cromosoma “I” è una delle due mutazioni genetiche che hanno interessato due gruppi di individui, che originariamente discendevano dal ceppo patrilineare “K”, i quali si sono allontanati dall’India in epoche molto remote, sicuramente prima di 10 mila anni fa.

Oggi l’aplogruppo “K” assieme al suo antenato “H” è ancora presente in india. All’aplogruppo “H” appartengono gli zingari, che con il loro nomadismo lo hanno diffuso anche in Europa.

E appunto il gruppo “I”, dopo aver attraversato il Caucaso ha gradualmente risalito le rive del Danubio, del Volga, del Don e del Bug, fino a raggiungere la Scandinavia e l’Inghilterra. Mentre l’altro gruppo, il “J”, ha attraversato la Siria per raggiungere la penisola araba, che allora era una ricca savana scarsamente abitata, e si è diviso negli aplogruppi “J1”, arabi, e “J2”, siriani.

La mutazione genetica che ha dato vita all’aplogruppo “I2”, ha preceduto o è stata coeva con l’espansione della cultura della ceramica lineare 5500-4500 a.C., della quale troviamo tracce a Nitra, in Slovacchia, Bylany Boemia, Langweiler Germania, Brunn am Gebirge Austria, in particolare spicca il comune di “Elsloo”, in Olanda, situato lungo la Mosa.

In seguito arriveranno i primi portatori del cromosoma R, appartenenti alla cultura della ceramica cordata, meglio conosciuta per l’ascia da guerra che contraddistingueva le loro sepolture.

Erodoto la chiamava “Sagura”, altri “Sagara o Segura”, era l’arma preferita dai guerrieri persiani, da sagura dovrebbero derivare l’italico “Scure”, e il lombardo “Sigûrìi”, diminutivo di “Scür”.

Si tratta di un popolo di guerrieri forse i primi danai, provenienti dalla steppa pontica e dall’area del mar Caspio, che sottometteranno le popolazioni contadine che abitavano i Balcani, e che andranno a colonizzare anche la Danimarca e la Bretagna, diffondendo la lingua indoeuropea.

Elsloo è anticamente attestato con il nome di “Elisla”, e sembra indicare la divinità caucasica “El”, inizialmente adorata anche dai semiti (un retaggio delle antiche origini comuni), o un Elisio, il paradiso dei Vedici, non a caso il nome moderno Elsloo è composto dalla particella “Els”, che in olandese significa “Ontano”, e dalla particella “loo”, la quale indica un: “bosco situato su un terreno alto”, quindi dovrebbe trattarsi di un bosco sacro di ontani, una tradizione preistorica simile alle Moots Hill scozzesi e alle Mutere venete, collinette artificiali realizzate con la terra rossa, che i paleoveneti chiamavano”Altnoi”, sinonimo di altare.

Nella Grecia pre ellenica era adorata anche un’altra Grande Madre chiamata Eilèithyia; una divinità primordiale, adorata sicuramente dai micenei, che l’hanno citata in numerose tavolette in lineare B ritrovate a Cnosso, e potente al punto di essere introdotta nel pantheon olimpico come sorella di Giove, chiamata “Ilizia”, quindi dobbiamo supporre che le “Els” dei Balcani siano la stessa entità della Eilèithyia dei micenei.

Da considerare anche le 4 Elsdorf presenti in Germania e una in Slovacchia, un toponimo che significa: “Villaggio di Els”, in olandese els è sinonimo di ontano, mentre in tedesco il sinonimo sarebbe “erle”, un nome affine a els frutto di una pronuncia diversa, quindi si tratta sicuramente di villaggi sacri a una divinità dell’ontano.

Considerando che l’ontano “Fearn”, per i celti “Alnus”, per i latini, abitualmente affonda le sue radici lungo le rive di fiumi e laghi, nei culti matriarcali era sicuramente più importante della quercia e dell’alloro, ed era sacro alla Grande Madre e alle divinità fluviali che in seguito l’hanno sostituita. Ne fanno testo i toponimi delle località fondate dai galli lungo le rive dell’Arno varesino, Arnate, Verghera (Vearn), Ferno, Samarate (Samara).

Significativo del toponimo è il nome del fiume toscano “Elsa”, caratterizzato da sorgenti di acqua tiepida, ricca di solfato di calcio, in prossimità delle quali sono state ritrovate tracce di insediamenti preistorici risalenti al IV millennio a.C., quindi possiamo ritenere che si trattava di sorgenti termali sacre a una divinità della salute. In Germania, una leggenda medioevale parla di una strega pelosa, che viveva nei boschi, chiamata “Else”, la quale immergendosi nelle acque di una sorgente magica, diventava la donna più bella del mondo.

La leggenda sembra chiaramente ispirata da una tradizione preistorica, legata al culto della Grande Madre Terra, e al ciclo delle stagioni, strega d’inverno, fata bellissima d’estate. Un culto nel quale si può identificare anche la celtica “Morrigan”, anche lei una divinità dell’ontano, la quale si presentava sotto due opposte entità: nera come la corteccia dell’ontano nero, nella veste di dea della morte, e rossa (marrone) come i semi dell’ontano comune, in veste di dea della vita.

Anticamente non si distinguevano le tonalità del colore, pertanto era rosso tutto ciò che andava dal colore rosa al marrone, quindi la designazione di rosso era accompagnata da un aggettivo indicativo che nel caso della Morrigan era il colore dei semi, i quali essendo il principio della vita, simboleggiavano naturalmente il legame tra la dea e le nascite animali e vegetali.

Anche la Morrigan è entrata nella tradizione medioevale con il nome di Morgana, il cui nome significa: “Regina della Palude”, anche questo è un personaggio ambiguo, un po strega, un po fata; infatti Artù sta ancora aspettando che gli porga la mela della resurrezione, inviatagli da Merlino. La Radice “El è continuata anche dal nome dell’isola d’Elba, che per gli etruschi significava ferro, infatti il nome dell’ontano, per via della durezza del legno, era diventato il nome del ferro, in modo particolare Fearn.

Da aggiungere che il territorio era popolato dai liguri “ilvates”, i quali sarebbero stati acculturati dai mercanti di Tiro, dando vita alla civiltà etrusca. Curioso era anche il nome greco dell’isola, “Aithàleia”, derivato dal termine “Aithàlè”, sinonimo di fuliggine, sicuramente quella prodotta dall’estrazione del ferro, ma che richiama anche il nome dell’Italia

Il teonimo “El” è ripreso anche dal fiume Elba, lungo il corso del quale, nella Brughiera di Lunenburger, poco prima di Amburgo, sono state ritrovate tracce della cultura della ceramica cordata, che ha interessato il Nord Est Europeo tra il 3200 e il 2900 a.C. Lunenburger non presenta tradizioni o ritrovamenti archeologici che ci possano testimoniare la sua preistoria, ma nel toponimo presenta la radice “Luna” la quale era sacra a molte divinità, inizialmente al sumero Nanna poi divenuto Hubal per i semiti, adorato dagli arabi fino all’avvento di Hallah, alcuni ritengono che Hallah e Hubal siano la stessa divinità, tanto che la pietra nera, dimora di Hubal, è ancora adorata nella Ca Ba di La Mecca.

Nella cultura vedica la Luna diventerà sacra a divinità femminili, come Athena, Artemide, Diana, Ecate, Belisama ecc., mentre per le grandi madri e le divinità dell’amore, sarà sacro il pianeta Venere.

La cultura della ceramica cordata presenta le prime caratteristiche della civiltà indoeuropea, non a caso è detta anche ”Cultura dell’Ascia da Combattimento”, segno evidente che una casta di guerrieri si è sovrapposta ai pastori e contadini primitivi che avevano popolato i Balcani e la Scandinavia.

Gli studi sulla paleoclimatologia, ci dicono che tra gli 8 mila e i 4 mila anni a.C., la temperatura media del pianeta, si era alzata di ben 4 gradi rispetto a quella attuale; questo spiegherebbe la presenza dell’agricoltura in Scandinavia.

Con l’arrivo di una casta guerriera il culto matriarcale viene accantonato per far posto a una divinità della guerra; la scarsa documentazione storica e archeologica ci indica “Perun”, come divinità supreme dei protoslavi, e alcuni lo indicano come successore di Varuna, come dio del tuono sarebbe Indra.

Omonimo di Perun per i germani era Thor, che nelle regioni baltiche era chiamato anche Punraz, e Pòrr , tutti sinonimi di tuono mentre in Lituania come massima divinità emergeva “Perkunas”, il dio della quercia il cui teonimo è originato dal nome proto indoeuropeo della quercia: “Perkwu”, presente anche nella pianura Padana con il toponimo Pertusella

Infatti,la civiltà dell’ascia da combattimento non è altro che la diffusione della cultura di “Yamna”, la quale a sua volta continuava la civiltà di Samara VI-V millennio a.C., si tratta un villaggio situato alla confluenza del fiume Samara nel Volga.

Secondo l’archeologa e linguista Marija Gimbutas (teoria accettata da tutti), Samara era la patria della cultura indoeuropea, e da Samara sarebbero partiti i primi clan di ariani che hanno colonizzato il bacino del Volga, del Dnepr, del Bug e del Don, fino alle rive del Baltico, sottomettendo le pacifiche popolazioni autoctone, cancellandole così dalla storia, fino a quando la caduta dell’impero romano ha spalancato loro le porte dell’Europa occidentale.

Samara è anche il nome di un fiume che affluisce nel Volga proprio nei pressi dell’omonima città e di un affluente di sinistra del Dnieper in Ucraina, e che ritroviamo anche come nome gallico del fiume Somme in Francia, e della cittadina di Samarate “Samarà” in dialetto, località in provincia di Varese posta sulle rive dell’Arno varesino, un altro fiume che porta il nome dell’ontano, originato dal latino “Alnus”, a sua volta derivato dall’indoeuropeo “Fearn”,

In Europa esistono molti toponimi che contengono la radice indoeuropea “arn” in quanto si tratta di luoghi dove si adoravano le divinità dell’ontano.

            Da considerare anche una corruzione di Samara in Tamara, o viceversa riscontrata in un fiume nella Galizia spagnola, oggi chiamato Tamre e anche nell’idronomo Tamesis, nome primitivo del Tamigi.

            Lo stesso possiamo dire dell’italiano Tanaro, chiamato “Tana” o “Tânar”, in dialetto piemontese, due richiami ad antichi idronomi al femminile che attirano l’attenzione degli storici sul fatto che il Tanaro è più lungo del Po, del quale costituisce il primo affluente, pertanto gli spetterebbe il titolo di fiume più lungo d’italia.

Idronomi come Tamara, Tanaro e Tamesis, richiamano il monte Tamaro, la montagna greca sacra a Zeus e sede del suo oracolo più importante (Dodona), in quanto sul monte Tamaro il culto di Zeus è stato preceduto da quello di una grande madre pelasgica, che gli elleni identificavano con Dione madre di Afrodite.

            Un monte Tamaro esiste anche al confine tra l’Italia e la Svizzera, posto al vertice della valle Veddasca, luogo particolarmente ricco di incisioni rupestri di natura vedica.

Quindi Samara deve essere considerata una divinità fluviale degli ariani, della quale al momento non si hanno evidenze archeologiche e letterarie, ma che era adorata dai galli, i quali con ogni probabilità erano figli di padre ariano e madre schiava, e come tali non potevano entrare a far parte della casta dei guerrieri, ma erano liberi di fondare i propri clan e colonizzare nuove terre.

Ciò sembra confermato anche dal fatto che Ia Samara francese e la città di Samarabriva (Amiens) erano posti nella Francia Belgica, territorio sottoposto all’influenza culturale degli ariani chiamati anche norreni, e luogo di provenienza dei galli, i quali dopo aver colonizzato il Belgi, hanno iniziato la colonizzazione della Francia, per poi giungere in Italia.

In oltre sarebbe ipotizzabile anche un collegamento con Saoconna divinità del fiume francese Saona e si presume anche della città di Savona.

Dopo il ”Dagda”, la principale divinità dei norreni, i guerrieri adoravano in modo particolare Bran, il dio che faceva risorgere gli eroi morti in battaglia, immergendoli nel proprio pentolone, e al quale era sacro l’ontano.

Ovviamente le migrazioni verso nord avvenivano seguendo il criterio dell’espansionismo per necessità, del quale si rendevano artefici i secondogeniti e le generazioni successive, i quali dovevano migrare in cerca di nuovi pascoli e terre da coltivare, mentre il capofamiglia e il primogenito si insediavano in pianta stabile sul territorio.

Così facendo, mentre i migranti si insediavano in terre disabitate, e non si mischiavano con altri popoli, mantenendo inalterato il loro codice genetico, quelli rimasti sulle terre patrie, in seguito dovettero confrontarsi e integrarsi con nuove popolazioni, sempre provenienti dal Caucaso, i quali erano portatori di un nuovo cromosoma “Y” presente in due forme diverse, il ceppo “R1a”, gli ariani, e il ceppo “R1b”, gli albanesi, in Italia conosciuti come albani, popolo che con gli iberi aveva già invaso la Spagna, e che sono sono da considerare gli antenati degli europei moderni.

Quindi la mescolanza tra proto scandinavi e ariani avrebbe prodotto una mutazione genetica che ha originato la stirpe slava, ed Il fatto che non ci siano giunte notizie dei proto slavi fino al Medio Evo, fa pensare che siano stati sottomessi da una casta ariana, e ciò lo possiamo dedurre anche dal nome etnico Slavi che in tutte le lingue si traduce in schiavi o servi.

Un esempio sulla mescolanza tra ariani e balcanici ci viene dai “vandali”, un popolo barbaro definito di stirpe germanica proveniente dalla Polonia. Invece questo popolo, che alla caduta dell’impero romano d’occidente, costituì il regno dei vandali, che comprendeva Tunisia Sicilia e Sardegna, nell’isola sarda ha lasciato un cospicuo patrimonio genetico appartenente al ceppo slavo “I2”.

Quindi i vandali sono da considerare la prima manifestazione di un popolo di guerrieri slavi.

Adoravano una divinità chiamata Tuisto o anche Tuistone che significavano “Doppio” o “Doppia Pietra”, e in quanto aveva generato da solo il figlio Manno, era considerato un ermafrodita, ma il tutto viene contraddetto dal fatto che Tuisto nasce dalla terra, e quindi ci riporta alle origini contadine degli slavi e al culto della Grande Madre.

A sua volta il nome Manno deriverebbe dal protogermanico “Mannaz”, sinonimo di “uomo”, quindi considerando che gli slavi provenivano dall’india, Manno lo possiamo associare a Manu che nella tradizione induista è il primo uomo sulla terra.

A riprova della sovrapposizione dei germani sugli slavi possiamo considerare il nome Carlomanno”, il quale non è altro che l’unione di due elementi con lo stesso significato, ma appartenenti a due lingue diverse, in quanto il prenome Carlo “Karl” anche lui significa “Uomo”, ma è di tarda origine germanica.

Lo stesso si può affermare dei Longobardi i quali però erano venuti a contatto con i Goti, i quali provenivano dalla Svezia, e quindi tra loro c’erano portatori del cromosoma “I”, pertanto non si possono definire veri e propri slavi. In realtà i longobardi erano un insieme di clan appartenenti a etnie diverse, e lo dimostra anche la formazione di ducati indipendenti, mandati in Italia dal duca di Baviera, l’ariano Garibaldo, padre di Teodolinda, per scacciare i Goti, sostenitori dello strapotere dei patriarcati bizantini, i quali prevaricavano l’autorità del papa.

A tutti è noto il matrimonio di Teodolinda con due re longobardi, mentre gli storici hanno invece sottovalutato la nomina del fratello di Teodolinda Garibaldo (come il padre), a duca di Asti, e soprattutto l’omicidio del figlio Adaloaldo appena divenuto re, il che mette in evidenza la volontà dei longobardi, ormai diventati potenti, di liberarsi del giogo ariano.

Il toponimo della città di Varsavia ha come prefisso l’indoeuropeo “Var” che gli studiosi ritengono voler indicare un luogo ricco di acqua e difatti il nome del fiume Vistola che la attraversa sembra confermarlo.

            Il nome della città avrebbe origine da una leggenda che unirebbe il nome del pescatore “Wars”, con quello della sirena “Sawa”, la quale appare nello stemma della città impugnando una spada e uno scudo.

In realtà l’aggettivo Wars è un sinonimo di guerra e ciò è confermato proprio dall’atteggiamento della sirena, la quale essendo una creatura marina non può far altro che richiamare le divinità del mare come Poseidone o lo slavo Veles, Weles in polacco, diretto alter ego di Varuna, il cui culto si è tramandato fino all’arrivo del cristianesimo, e dal quale avrebbe preso il nome la Vistola.

            Da considerare anche il protoindoeuropeo “Wer”, che avrebbe avuto il significato di coprire, il quale sarebbe all’origine del teonimo Varuna in quanto la divinità era anche signore del cielo che copre la terra; quindi l’etimo Wer si potrebbe derivare dalla lingua parlata dai primi nordici, quelli che appartenevano alla linea genetica del gruppo “I” del cromosoma “Y”, che ha preceduto l’arrivo degli ariani, portatori della cultura indoeuropea.

Per etimologia bisogna citare anche il fiume “Warta” il quale dà il nome anche a una città, ciò conferma l’ipotesi di una divinità il cui teonimo inizia con il prefisso “War”, la Warta è un fiume che sorge nella Slesia lungo più di 800 Km ma che affluisce nell’Oder, un fiume più corto ma che corrisponde al messapico “Odra”, il quale significa Ydra sinonimo di acqua.        

            La leggenda potrebbe essere stata originata dal fatto che nei pressi di Varsavia il Narew confluisce nella Vistola, quindi idealmente il simbolismo degli slavi di allora potrebbe aver indotto la gente ad immaginare un matrimonio tra due divinità.

            L’idronomo Sawa lo troviamo anche in un affluente del Danubio, quindi possiamo supporre l’esistenza di una divinità dei fiumi con questo nome, anche se non possiamo escludere una corruzione di Samara.                   

            Sul nome primitivo del Narew però esistono dei dubbi, in quanto a sua volta ha come affluente un fiume importante come il Bug Occidentale, il quale pur avendo una portata d’acqua inferiore, se consideriamo il tratto in comune che confluisce nella Vistola sarebbe più lungo del Narew e anche della Vistola, se facciamo la stessa comparazione, come abbiamo già visto nel caso del Tanaro e del Po.

            Quindi il Bug, il cui nome dovrebbe significare “Arco”, forse perché scorre parallelo all’arco disegnato dai monti Carpazi, sorge in Ucraina, all’interno della Polesia, un immenso altipiano paludoso situato ai piedi dei Carpazi, il cui toponimo tradisce una grande affinità etimologica con l’italiano Polesine, un altro territorio paludoso

Questo fiume nell’antichità doveva essere molto importante per la diffusione della cultura indoeuropea, in quanto sorge sullo spartiacque che nel territorio transcarpatico divide il bacino imbrifero del Mar Nero da quello Baltico, pertanto era un facile percorso che permetteva alle popolazioni della pianura caucasica, quelli che i greci chiamavano Sciti, di migrare verso nord, quindi è ipotizzabile che Bug  sia un nome postumo che ha sostituito un idronimo precedente  che faceva riferimento a una divinità femminile caucasica o persiana come Samara o Danu, o forse la stessa Sawa.

            Infatti la Podolia è situata all’interno di un vasto territorio chiamato Rutenia (la Scizia dei greci), un toponimo che ha generato il nome alla Russia, in quanto Rutenia è un nome di luogo originato dalla radice indoeuropea “Rud” o “Rut”, che aveva il significato di rosso da cui ha origine anche l’etnonimo virgigliano “Rutuli” o anche il nome dell’isola di Rodi, ma a mio parere bisogna considerare anche il lombardo “Rus”, il quale sarebbe la radice più appropriata per il nome della Russia e della Rutenia.

            Ovviamente in origine rut era un’indicazione molto vaga e individuava una gamma di colori che andava dal giallo al marrone, per questo era accompagnato da un comparativo, come per esempio: il nome della rosa per indicare un rosso chiaro, oppure vermiglio (i vermi dai quali si ricavava il colore rosso) per indicare il rosso cupo del sangue, come usava dire Omero nel descrivere la morte di un guerriero: “il vermigliar del petto”.

E nell’antichità i persiani e gli ariani si distinguevano proprio per il colore dei capelli, rossi, o biondi, o castani, caratteristica dalla quale sarebbe nato l’etnonimo ruteni, quindi possiamo pensare che anche il Bug Occidentale essendo la via transcaucasica che i persiani (sciti o ruteni) e gli ariani percorrevano nelle loro migrazioni verso nord, avesse il nome di una divinità persiana come Danu o simile alla per ora misteriosa Samara adorata dagli ariani, forse La Sawa della tradizione polacca.

Un altro gruppo genetico storicamente presente in Europa è il patrilineare “N” il quale avrebbe avuto origine tra i 15 e i 20 mila anni fa, in Indocina o nel sud della Cina, lungo il fiume “Liao”, chiamato anche Fiume Madre. Diffuso in tutta l’Asia orientale sarebbe giunto in Europa attraverso la Siberia e i monti Altai arrivando fino in Finlandia.

Da citare i graffiti rupestri risalenti al 4200 a.C., ritrovati nella contea di Finnmark, estremo nord del paese, attribuiti ai “Komsa”, una civiltà dell’età della pietra, 8000 a.C., i quali praticavano lo sciamanesimo e usavano l’orso come animale totemico, una tradizione continuata ancora oggi, che vede l’orso come simbolo della Russia.

Attraverso le migliaia di graffiti presenti in tutta la contea, gli archeologi hanno potuto ricostruire la progressiva introduzione ed evoluzione di culture ariane. Infatti, entrati in contatto con le culture del Volga, i proto finnici si mischiano con gli ariani “R1a”, cultura di Kama o della ceramica a pettine VI-V millennio a.C., dando origine al suo sottogruppo “N1c”, dal quale si sviluppano ulteriori sub cladi distribuite in tutta la Russia, comprese: Ucraina, Bielorussia, Polonia, e gli altri paesi baltici. Oltre ai finnici, sui monti Altai tra gli altri si sviluppano le tribù turche e tartare, come i cosacchi, per esempio. Questi popoli parlano oltre 60 lingue definite Uralo-Altaiche, generate dalla fusione dell’antico Manciù, con l’indoeuropeo degli ariani.

Rino Sommaruga

Copyrigth 2019 Rino Sommaruga

rinosommaruga@gmail.com

Insubres

Gli insubri erano una confederazione di tribù composta da: Leponzi Camuni e Reti, facenti parte della Cultura Ligure, insediatisi nel nostro territorio prima e durante l’età del rame, i quali hanno saputo conservare la propria identità nazionale fino alla fine dell’Impero Romano, inglobando tra di loro sia i galli che i barbari,  giunti in Lombardia dopo di loro, tanto che ancora oggi il territorio che comprende il varesotto, il comasco, l’alto milanese e il Canton Ticino, che  all’epoca della romanizzazione costituiva il loro ultimo baluardo è chiamato “Seprio”, italianizzazione del latino “Sibrium”, sinonimo di: “terra degli insubri”, insubres era l’etnonimo nella loro lingua, derivata dal gaelico.

La lingua dei leponzi è stata riconosciuta come appartenente al ceppo gaelico, vale a dire il gruppo di lingue anticamente parlato nell’Europa nord occidentale, il che collega questo popolo al grande flusso migratorio iniziato dalla cultura della ceramica Cardiale (VI millennio a.C.) che ha dato inizio alla colonizzazione dell’’Europa da parte di popoli originari dell’area caucasica-persiana, e portatori della cultura Vedica.

L’unica testimonianza culturale di quella presenza la possiamo trovare nella toponomastica della Francia meridionale, e della Padania occidentale, dove spicca il prefisso “Var”, originato dal teonimo Varuna  signore delle acque e creatore dell’universo,  al quale era sacro il Piz Varuna, facente parte del gruppo del Bernina, e dall’aggettivo sanscrito “Varahi”, sinonimo di centro spirituale; pertanto si può dedurre con certezza che gli insubri o leponzi, erano sicuramente di cultura vedica, perciò assimilabili alla coeva cultura di Varna, 4400 a.C., la quale apparteneva alla civiltà dell’ascia da combattimento, una cultura di origine persiana, molto potente e diffusa soprattutto nei Balcani e nell’Est Europa, e che come testimonia la ricca necropoli bulgara, accumulava immense quantità di oro e metalli preziosi.

E per gli insubri l’attività principale era costituita proprio dall’estrazione dei metalli, in particolare l’oro del monte Rosa e del Ticino, ma anche l’argento e il rame della val Ganna, attività alla quale associavano il dominio dei passi alpini e il conseguente controllo dei traffici commerciali tra il Nord e il sud delle Alpi.

Una testimonianza di quella cultura, potrebbe essere anche l’ipogeo presente sul monte Chiusarella, nome postumo di una montagna chiamata ancora oggi Motta Rossa; si tratta di un lungo cunicolo scavato dall’uomo, la cui esistenza era conosciuta già in epoca tardo romana, il quale penetra nella montagna apparentemente senza una ragione, anche perché secoli di frequentazioni hanno cancellato ogni traccia del passato.

Ma l’ipogeo potrebbe rientrare nella tradizione arcaica legata al culto della Grande Madre Terra, per adorare la quale i primitivi scavavano i loro templi nelle rocce, o come avveniva a Matera vivevano in grotte artificiali.

E il toponimo Motta Rossa è il sinonimo del vedico Aruna Chala, la montagna sacra a Danu, la Grande Madre, della quale Varuna era figlio.

Non trovando conferme nelle traduzioni del sanscrito e del avestico,  devo concludere che “Chala” è una radice preindoeuropea dalla quale si è originato il celtico “Sala”, sinonimo di tempio o capanna, quindi a  mio parere nella lingua primitiva Aruna Chala avrebbe avuto il significato di “Casa Rossa”, oppure “Casa di Aruna”, intesa come casa della Rossa, pseudonimo dovuto alla caratteristica somatica dei persiani primitivi, probabilmente attribuita anche a Danu, una tradizione portata avanti dai celti con la Morrigan soprannominata “La Rossa”, la quale era la regina della palude, dotata di doppia entità, Rossa, come Grande Madre o Nera nelle vesti di Annunciatrice di Morte.

La tradizione della Motta Rossa si può associare alle Mutere del Veneto e alle Moot Hill della Scozia, colline artificiali sacre realizzate con l’argilla rossa.

Tutto ciò potrebbe essere la continuazione di una cultura risalente al 9000 a.C., testimoniata dal sito archeologico di “Gobekli Tepe” (Collina Panciuta), dove un centro spirituale formato da megaliti sovrapposti a formare una T, e adornati da incisioni raffiguranti gli animali, è stato ricoperto con argilla rossa, fino a formare una collina artificiale alta più di 16 metri.

In oltre al passo della Rasa (Regina in sanscrito, ma si potrebbe sott’intendere: la dea rossa), che divide la Motta Rossa dal Campo dei Fiori, sorge il fiume Olona, che in epoca medioevale era chiamato Urona, una palese corruzione di Aruna, considerato sacro alla Grande Madre, e nel quale gli insubri si immergevano per purificarsi.

Durante il secondo millennio a.C. l’Europa diventa meta di altri popoli di origine caucasica, portatori di una cultura vedica più evoluta, frutto del sincretismo religioso; una fase che avrà il suo apice con la diffusione della cultura del ferro, periodo Hallstattiano, conseguentemente ai toponimi primitivi che si conserveranno, se ne aggiungeranno altri originati dai teonimi di nuove divinità frutto del sincretismo teologico.

In particolare per gli insubri la divinità più importante era diventato Bel o Beleno, il Sole, (una forma sincretica di Mitra, figlio e fratello di Varuna), dal quale derivano molti toponimi con il prefisso Bel, ma molti toponimi facevano riferimento anche alle sorgenti, tra le quali possiamo trovare tracce di teonimi come Bormanus e Kephisos due alter ego di Varuna che hanno continuato la sua signoria sulle acque, ma erano considerati anche guaritori; un esempio di questi toponimi possono essere: Bormio, Borgaro, Barlam, oppure Ceppino o Cepina, in quanto l’acqua sgorga da una pietra chiamata Ceppo, che nella tradizione anatolica era la manifestazione del dio Kephisos, adorato anche in Grecia.

Esistevano anche tre divinità femminili dell’acqua che si chiamavano “Epona”, la dea che fa galleggiare le cose e protegge i cavalli a lei si deve il toponimo “Eporedia”, l’antica Ivrea, “Sulevia”, la dea che cura e disseta, e “Artios”, l’Orsa che domina la frana e l’alluvione, Monte Orsera.

Un altro toponimo che può offrire indicazioni sull’origine degli insubri è Cassano, molto diffuso in Lombardia e in tutta Italia; trae origine dal culto della quercia, come è già attestato nel Caso di Cassano Magnago (Liber Notitiae Sanctorum Mediolani XIII d.C.).

Questi toponimi trarrebbero origine dalla presenza di comunità o empori cassiti, i quali erano adoratori di Cassio, il loro Giove, e che sarebbero giunti in Italia nella seconda metà del II millennio a.C., dove, dopo aver stipulato un trattato di alleanza con i latini (Foedus Cassianum) fondarono Ardea, erano i rutuli di Virgilio, Infatti i cassiti erano un popolo di origine persiana, i quali si distinguevano per i capelli rossi, da ciò la definizione latina di rutuli.

Come testimonianza dell’espansione commerciale in Italia dei cassiti è da considerare la via Cassia, la quale fu sovrapposta a una strada primitiva attribuita agli etruschi chiamata Veientana, la quale raggiungeva la località di “Forum Cassi”, situata ai piedi di una collina sulla quale sorge la città di Vetralla, e prosegue verso nord raggiungendo San Casciano dei Bagni, una chiara sovrapposizione cristiana a un toponimo che faceva riferimento a sorgenti sacre a Cassio.

Ovviamente a causa delle paludi e delle colline, la strada più agevole per raggiungere Forum Cassi da Ardea, passava dal territorio dove poi sarebbe sorta Roma, evento che ha cancellato le tracce della preistoria.

I cassiti conquistarono la Mesopotamia dopo aver sconfitto gli akkadi, in seguito furono a loro volta sconfitti dagli elamiti, (o susiani), e la loro casta si rifugiò in Italia e Grecia. A questa vicenda sono legate le leggende di Cassiope, Andromeda, Danae e Perseo (il Persiano).

Nel 6500 a.C., sull’atipiano iranico esisteva la città di Casian (oggi Kashan), situata ai piedi dei monti “Karkas”, terra di origine dei cassiti

Occupando una posizione geograficamente dominante, tra le vallate del Reno e dell’Inn, gli insubri controllavano il traffico delle merci tra il nord e il sul delle Alpi, facendo così da tramite tra i popoli del nord Europa e le grandi civiltà del Mediterraneo.

Culturalmente erano affini ai carni che popolavano le Alpi Orientali e ai coti che dominavano le Alpi Occidentali con il territorio francese, e come tutti i popoli di origine caucasica adoravano le divinità del pantheon vedico, nelle loro manifestazioni materiali, come: alberi, montagne, pietre, sorgenti o stelle.

Nel corso del VI secolo a.C., in seguito alle pressioni esercitate dalle prime popolazioni galliche che scendevano dal Belgio, ci furono delle migrazioni verso la pianura Padana da parte dei coti francesi, i quali nel VI secolo a.C., fondarono Milano ed entrarono a far parte della confederazione insubrica.

In merito alla leggenda del principe Belloveso che condusse i galli in Italia e fondò Milano, bisogna precisare che: l’arrivo dei galli in Italia è attestato solo con la diffusione della cultura di La Tène, IV secolo a.C., e che: Belloveso non era un nome di persona, ma una locuzione che indicava un centro spirituale, che nel caso specifico significava “Dimora di Bell”, dal sanscrito “Vasu”, equivalente di dimora, da cui gli “Arta Vasu”, che nella tradizione vedica sono le dimore delle otto divinità principali: “Aria, Acqua, Cielo, Fuoco, Luna, Sole, Stelle, Terra.

Quindi Belloveso non era un gallico.

I galli arriveranno solo nel IV secolo a.C., con la cultura di La Tène e si inseriranno pacificamente nel contesto ligure, dando però inizio a un periodo di turbolente scorrerie nell’Italia appenninica, che si concluderà solo dopo due secoli, con la romanizzazione della Padania.

Il territorio insubre si ridurrà drasticamente dopo la sconfitta di “Clastidium”, (Casteggio Pavia), 222 a.C.ad opera del console romano Marco Claudio Marcello, il quale dopo la conquista di Milano stipulò un patto di alleanza con le popolazioni padane ad esclusione degli insubri e dei boi più irriducibili, i quali si erano arroccati sugli altopiani morenici del Varesotto del Comasco e sulle Alpi Elvetiche.

Per Comasco bisogna intendere l’altipiano che si estende dalla valle Olona alla Valle del Seveso, lungo la fascia collinare che si estende da Tradate a Cermenate, e le Prealpi a occidente del Lario, mentre la Brianza, che si estende dal Seveso al fiume Adda, ha sempre costituito una regione a sé stante, che allora era abitata dagli orumbovi alleati dei romani e dei veneti.

La linea insubre si estendeva da Somma Lombardo, in riva al Ticino, dove il fiume scorre profondo, fino a Cermenate, nella valle del Seveso, altrettanto profonda, scavalcando la valle Olona, ed era costituita da un ciglione naturale alto una ventina di metri, la cui fresatura nei luoghi fortificati permetteva di ricavare una parete verticale di almeno quattro metri, ai quali si aggiungevano le numerose paludi alimentate dai torrenti che scendevano dall’altipiano, rendendo così il territorio sottostante impraticabile.

Gli storici romani raccontano che gli insubri fondarono 28 cittadelle fortificate e chiamarono a presidiarle altri 50000 galli, ma non ci forniscono i nomi di queste città.

Una delle 28 cittadelle fortificate fu certamente Cardano al Campo, “Magus Cardunum”, nella lingua dei celti, il cui toponimo era un sinonimo di: “Campo Fortificato dai Carri”.

A Cardano al Campo gli insubri dovettero isolare un ronco che si estendeva verso sud, declinando nella pianura, il quale favoriva un eventuale attacco, e a questo scopo fu scavata un’ampia trincea, dove oggi passa la superstrada per la Malpensa, ed il materiale di risulta fu ammucchiato sul fianco destro della val d’Arno, con lo scopo di collocare il villaggio ancora più in alto.

Dopo qualche anno gli insubri tornarono ad occupare la pianura grazie all’arrivo di Annibale e del suo esercito, il quale fondò una base logistica nel territorio di Busto Arsizio, allo scopo di arruolare mercenari e acquistare ferro dal nord Europa, per fabbricare armi, utilizzando come merce di scambio i cereali della pianura Padana.

Non a caso gli archeologi, hanno riscontrato nel territorio bustese tracce di un’intensa attività metallurgica, che può essere confermata anche dal nome della vicina Busto Garolfo, il cui toponimo avrebbe il significato di “Bosco Garo”, oggi comunemente chiamato “Gariga”, un bosco formato da cespugli come la quercia garina,  un cespuglio che ricresce sui ceppi delle querce tagliate, un fenomeno che ha dato origine anche al toponimo “Vallagarina”, una valle del trentino anticamente ricca di querceti, dove come nel bustese si è svolta un’intensa attività di disboscamento, tanto che ancora oggi lo stemma della città di Rovereto è costituito da una quercia.

Un riscontro sulla presenza di una gariga lo troviamo nella vicina Villa Cortese, un villaggio fondato dai romani, in quanto lo stemma del paese ritrae un ceppo di quercia, sul quale sta ricrescendo un ramo.

Purtroppo non esistono notizie sull’origine dello stemma e nemmeno su eventuali nobili del luogo, se non i feudatari della Burgaria, gli stemmi dei quali non contenevano riferimenti alla quercia o ai suoi ceppi; quindi il ritrovamento di un sarcofago romano del I secolo d.C., con il toponimo Villa, caratteristico delle case coloniche romane, ci dice che il luogo era abitato da un latifondista Romano, i cui beni si estendevano sull’attuale Busto Garolfo, il quale avrebbe imposto al latifondo e al villaggio dove vivevano i suoi schiavi il nome di Bosco Garo.

Toponimi come Borsano e Sacconago, facenti parte del comune di Busto Arsizio, fanno riferimento alla città vecchia di Cartagine, che la regina Didone avrebbe chiamato “Bozra” sinonimo fenicio del greco “Byrsa”, il quale indicava una borsa a forma di sacco, in ricordo di un sacco pieno d’oro, con il quale la regina pagò la terra acquistata dagli indigeni.

Nel centro storico di Busto Arsizio sono state ritrovate tracce di armi romane e fondamenta di torri che gli archeologi hanno attribuito agli etruschi, un ipotesi che a mio parere andrebbe rivista, in quanto dopo il ritorno di Annibale a Cartagine ci fu un generale cartaginese di nome Amilcare, il quale guidò gli insubri alla conquista di Piacenza, uno dei granai romani, e subito dopo venne ucciso mentre tentava di conquistare anche Cremona, l’altro granaio, quindi dobbiamo supporre che le torri facessero parte di una città fortificata dei cartaginesi, i quali essendo fenici, le tracce della loro cultura potevano essere facilmente confuse con quelle degli etruschi, un popolo italico ma di cultura fenicia.

Sconfitta definitivamente Cartagine i romani tornarono a Milano e andarono alla conquista definitiva dell’”Ager Insubres”: la terra degli insubri, poi chiamata “Sibrium”, e italianizzato in “Seprio”

Tito Livio racconta che dopo la conquista di Como le 28 cittadelle si arresero, ma in realtà la vicenda non può essersi svolta in questo modo, in quanto per arrivare a Como i romani dovettero prima superare la linea fortificata che vi ho appena descritto, per poi assediare una città posta sopra a un colle circondato da una grande palude e penetrabile solo dai monti posti alle sue spalle, un’impresa impossibile, per cui considerando le notevoli concessioni ottenute dagli insubri, nel trattato di pace, possiamo ritenere che in realtà si è trattato di un compromesso pacifico, che però ha visto degli scontenti tra gli insubri, i quali si sono ritirati ancora più in alto, nelle Alpi svizzere.

La stessa migrazione si ripeterà nel III secolo d.C., quando per sfuggire alle persecuzioni dei cristiani, molte persone di religione vedica fuggirono in Svizzera, mentre quelli che cercarono rifugio sul Campo dei Fiori, furono sterminati durante la battaglia di Velate per ordine di S. Ambrogio.

In seguito alle vicende sopra descritte il Sibrium rimase una regione sovrappopolata da persone culturalmente affini tra loro, dove non fu possibile introdurre colonie romane fino all’arrivo dei cristiani, ciò permise la continuazione di una cultura che riemerse nel medio Evo durante le Guerre tra Milano e il Barbarossa, e in tutta Italia nelle lotte tra guelfi e ghibellini.

Infatti Carlo Magno, pur dichiarando il cristianesimo religione di stato e proibendo i culti pagani, nel proclamare il Sacro Romano Impero, reintrodusse il principio romano della sacralità dello stato e quindi dell’imperatore, ma il fondamento si perse dopo la sua morte a causa del figlio Ludovico il Pio, il quale come dice il soprannome, regnava con il sostegno della chiesa, a scapito dei fratelli deceduti anzitempo.

Sopravvisse però una forma di pensiero chiamata “Gallicanesimo”, che vagheggiava la laicità dello stato, il quale ispirò le lotte tra guelfi e ghibellini, e la nascita delle religioni protestanti, le quali riconoscevano l’imperatore come massima autorità.

Ed è in questo contesto che ha origine la guerra tra Milano e il Barbarossa, con il Sibrium, Como, Pavia e i popolani milanesi, alleati dell’imperatore contro lo strapotere del patriarcato Ambrosiano, sostenuto dal papa e dalla repubblica Veneziana.

Rino Sommaruga

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Gesù

Se la tradizione cristiana afferma che Gesù è stato riconosciuto figlio di dio da tre sacerdoti persiani, rende implicito il fatto che il fanciullo divino non era ebreo, ma semplicemente figlio di semiti ellenizzati, vale a dire palestinesi che adoravano divinità considerate aliene al Sionismo come appunto il culto di Mitra, del quale i re Magi erano sacerdoti.

Anche il nome della Madonna fa riferimento alle tradizioni vediche, infatti Madonna e Maria non sono altro che un titolo nobiliare con il significato di Signora, che veniva attribuito alle sacerdotesse vergini del tempio, le quali dormivano in una camera inviolabile dagli uomini, posta sulla cima della torre più alta dell’edificio sacro, a disposizione per l’incontro carnale con dio, e secondo i vangeli apocrifi, Maria visse nel tempio, dall’età di tre anni fino alla pubertà, quando le fu scelto come sposo Giuseppe.

Ciò trova riscontro anche dal nome : “Maria di Magdala” (la Maddalena), il quale è originato dall’aramaico “Magdal”, o “Migdal” sinonimo di “torre”, e appunto avrebbe il significato di: “Signora della Torre”, vale a dire una sacerdotessa, quindi non una prostituta come vuole la tradizione cristiana, ma una donna consacrata agli incontri carnali con dio.

Un esempio ci arriva anche dagli egiziani con il nome Maryaton (Amata da Aton), la figlia di Akhenaton, il faraone monoteista che impose il culto di Aton, la cui liturgia era una forma sincretica del culto di Mitra. La sposa di Akhenaton e madre di Maryaton era Nefertiti la quale essendo di origine persiana era particolarmente odiata dai sacerdoti di Amon, in quanto considerata la vera ispiratrice del culto di Aton, tanto che anche la sua morte è avvolta nel mistero. Quindi com’era nella tradizione egizia e mitraica, Maryaton in qualità di sacerdotessa si accoppiava con il padre, il quale a sua volta era posseduto dallo spirito di Aton e ne svolgeva le funzioni.

La Signora della Torre, era una tradizione di origine sumera, e a tale scopo serviva la torre di Babele, vale a dire: per attirare sulla città la benevolenza del dio, da ciò la gara tra le città per costruire la torre più alta, in modo da essergli più vicini e favorire il Suo incontro con la sacerdotessa. Ovviamente Babele essendo la città più ricca, fu quella che riuscì nell’impresa di costruire la torre più alta.

Nella tradizioni antiche, quando una sacerdotessa rimaneva gravida, veniva istituito un processo, e se nessuno riusciva a dimostrare l’infedeltà della sacerdotessa, il nascituro veniva considerato figlio di dio. Ma spesso c’era la tendenza a considerare come posseduto da dio, l’autore materiale dell’amplesso, da qui il principio di: “Figlio dello Spirito Santo”. Un esempio possono essere Romolo e Perseo, nati da sacerdotesse segregate, oppure Elena di Troia, la cui madre Leda, è stata ingravidata da un cigno posseduto dallo spirito di Zeus.

Da considerare anche l’affinità etimologica del nome di Gesù,Yeshua in aramaico, con i teonimi : Zeus e Teshup, il primo, figlio di Crono, il secondo, figlio di Anu, il padre degli dei sumeri, mentre in ebraico abbiamo un teonimo la cui forma antica “Yhwh”, significava “salvezza”, da cui il nome Salvatore, poi traslitterato in Yahweh grazie all’introduzione delle vocali.

Secondo la tradizione dei vangeli, Gesù inizia a predicare a trent’anni, come i sacerdoti vedici bisogna dire, i quali studiavano fino a quell’età, sotto la guida degli altri sacerdoti, e dovevano imparare tutto a memoria, fino a diventare i depositari di tutto il sapere scientifico e filosofico del tempo, nella tradizione vedica lo studio della natura era lo strumento per arrivare a dio, e il loro sapere veniva approfondito ogni anno con i ritiri spirituali, durante i quali i sacerdoti discutevano e si confrontavano sulle loro esperienze dirette, non a caso con lo sterminio dei druidi il mondo precipitò nel Medio Evo, proprio a causa della mancanza di scritti che tramandassero il loro sapere.

Oggi per mezzo dell’archeologia sappiamo che il loro sapere in tema di medicina non era inferiore a quello dell’erboristeria moderna, conoscevano le muffe antibiotiche, i benefici della corteccia del salice (aspirina), e i tatuaggi erano un mezzo per introdurre medicamenti sotto la cute. Tracce della corteccia di salice e di muffe antibiotiche sono state ritrovate anche tra i denti dei Neanderthal.

Pur imparando a leggere e scrivere i sacerdoti vedici usavano la scrittura solo per scopi amministrativi ed epigrafici, non a caso Gesù e gli apostoli non hanno lasciato nulla di scritto, lo stesso vale per i 70 discepoli e i sette diaconi i quali sarebbero stati martirizzati e quindi messi a tacere, proprio da Paolo di Tarso, vale a dire colui che si è autoproclamato depositario della verità assoluta.

Sulla base delle tradizioni vediche, possiamo dire che gli Apostoli a loro volta erano i prescelti da Gesù per diventare sacerdoti, mentre i discepoli erano destinati alle arti e ai mestieri, infatti i sacerdoti essendo i depositari di tutto il sapere scientifico e filosofico, provvedevano all’istruzione dei nuovi sacerdoti e artigiani.

Determinante per la nascita della religione cristiana, è stato l’incontro di Gesù con S. Giovanni Battista il capo spirituale di una setta ebraica che adorava Yahweh nella forma di divinità solare, dal quale Gesù secondo alcuni si lascia battezzare e convertire alla fede Battista.

Naturalmente si tratta di una mia supposizione, in quanto lo scritto che testimonia questa presunta conversione non so dove si possa trovare, e se esiste ancora, ma nel Museo Castelvecchio di Verona è conservato un dipinto del seicento intitolato “La Madonna della Quercia” (WWWMadonna della Quercia.it Wikipedia), nel quale appare S. Andrea che regge la croce di fronte a S.Pietro, il quale solleva in alto le chiavi del paradiso, con alle spalle una quercia sfrondata, mentre sullo sfondo appare S. Giovanni che battezza Gesù e in cielo troneggia la Madonna con in braccio il fanciullo divino.

Mi sembra evidente che il dipinto raffiguri la conversione religiosa di Gesù, in quanto l’autore era Girolamo dal Libro, così chiamato perché appartenente a una famiglia di miniaturisti, vale a dire artisti che dipingevano immagini sacre sui libri, i quali ovviamente raffiguravano quello che leggevano.

Che Gesù si sia convertito alla setta dei Battisti è difficile crederlo, certo è che il monte degli Ulivi, il luogo dove Gesù predicava abitualmente, essendo ricco di grotte era una specie di cattedrale mitraica, ciò è dimostrato anche archeologicamente, infatti il culto di Mitra si celebrava nelle grotte o in catacombe scavate appositamente.

Mentre la cacciata dei mercanti dal tempio e la celebrazione del’Eucarestia a Gerusalemme sono profanazioni caratteristiche delle sette religiose semite, che nulla hanno a che vedere con il carattere pacifico e tollerante, caratteristico del culto di Mitra.

Al tempo dell’Esilio, Ezecchiele aveva profetizzato che la distruzione di Gerusalemme, da parte di Nabuccodonossor, era stato un castigo divino, perché nella città sacra a Yahweh si celebravano riti pagani. Per ciò al ritorno dall’esilio il monte Sion venne dichiarato sacro a Yahweh e inviolabile, pertanto venne emanato un decreto che proibiva la celebrazione dei culti ellenizzati, pena la morte; in pratica quel decreto segnò la nascita dell’Ebraismo.

Di fronte alla sentenza del sinedrio, i soldati romani pur praticando il culto di Mitra, non poterono fare niente per salvare Gesù dalla crocefissione, perché dovevano rispettare i patti di non ingerenza negli affari interni della città, l’unica via di salvezza era la clemenza della piazza, ma il popolo memore delle profezie di Ezecchiele, temette la punizione divina e quindi condannò il profanatore.

Da ricordare che Costantino Elena e il marito Costanzo, a loro volta erano adoratori di Mitra, ma Costantino pur promulgando editti in favore dei cristiani, si convertì al cristianesimo solo in punto di morte.

Dalla condanna di Gesù in poi, anche a causa della presunta complicità del sinedrio con i predoni del deserto, cambierà anche l’atteggiamento dei romani verso gli ebraici, un popolo che condanna i giusti e salva i banditi non merita amicizia e privilegi.

Poi la diaspora che ne conseguì, andrebbe indicata come esodo di massa verso la ricca e opulenta Roma, dove gli ebrei costituirono la comunità etnica più numerosa e turbolenta della città, entrando in conflitto con tutte le etnie presenti, tanto che secondo alcuni storici del tempo, l’incendio di Roma sarebbe stato la consequenza di un incendio appiccato da alcuni facinorosi al quartiere ebraico.

In merito alla follia di Nerone, bisogna sottolineare che gli altri imperatori non sono stati da meno, i quali dopo tutto erano esseri umani che governavano circondati da una marea di individui disposti a ogni complotto e intrallazzo pur di accrescere il proprio potere, pertanto uccidere al minimo sospetto, per non rischiare di essere ucciso, era la regola fondamentale di ogni governante.

Gesù viene crocefisso e dopo tre giorni risorge, un evento credibile solo a persone la cui mente è impregnata da una religiosità trascendentale, che le porta anche a vedere l’inesistente e a credere in un paradiso dorato, come ancora oggi i musulmani confidano.

In realtà Gesù viene drogato per alleviargli le sofferenze delle frustate e simulare la morte, classico è il colpo di spugna imbevuto d’aceto che gli piene passato sulla bocca, e sospetta è la sua presunta morte, avvenuta dopo solo tre ore, quando in genere i crocefissi morivano dopo almeno cinque o sei ore di suplizio.

Complice è anche la celerità, con la quale Ponzio Pilato autorizza la deposizione del presunto cadavere, quando in genere i cadaveri venivano lasciati esposti come monito per numerosi giorni; e anche la resurrezione, quando Gesù incontrando la Maddalena la invita a non toccarlo è chiaramente un segno della presenza di un corpo sofferente e non certo di uno Spirito Santo.

Gesù ritornerà tra i vivi come tredicesimo Apostolo, con il nome di Giacomo il Giusto e assieme a S. Pietro e S. Stefano sarà il capo di quella che viene definita Chiesa di Gerusalemme, che non aveva nulla in comune con il sinedrio, ma andava intesa come la chiesa di Mitra, la quale che aveva sede sul Monte degli Ulivi.

Nei vangeli apocrifi Giacomo viene indicato come fratello, fratellastro o cugino di Gesù, anch’egli predicatore, ma che non aveva mai seguito il fratello.

Il cristianesimo invece trae origine dalla setta Batista, alla quale apparteneva Paolo di Tarso, e si diffonderà a Roma proprio grazie ai numerosi ebrei, che si convertivano allo scopo di sfuggire alla doppia tassazione, imposta loro dagli imperatori come punizione per non aver pagato le tasse a Gerusalemme.

Rino Sommaruga

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