Insubres

Gli insubri erano una confederazione di tribù composta da: Leponzi Camuni e Reti, facenti parte della Cultura Ligure, insediatisi nel nostro territorio prima e durante l’età del rame, i quali hanno saputo conservare la propria identità nazionale fino alla fine dell’Impero Romano, inglobando tra di loro sia i galli che i barbari,  giunti in Lombardia dopo di loro, tanto che ancora oggi il territorio che comprende il varesotto, il comasco, l’alto milanese e il Canton Ticino, che  all’epoca della romanizzazione costituiva il loro ultimo baluardo è chiamato “Seprio”, italianizzazione del latino “Sibrium”, sinonimo di: “terra degli insubri”, insubres era l’etnonimo nella loro lingua, derivata dal gaelico.

La lingua dei leponzi è stata riconosciuta come appartenente al ceppo gaelico, vale a dire il gruppo di lingue anticamente parlato nell’Europa nord occidentale, il che collega questo popolo al grande flusso migratorio iniziato dalla cultura della ceramica Cardiale (VI millennio a.C.) che ha dato inizio alla colonizzazione dell’’Europa da parte di popoli originari dell’area caucasica-persiana, e portatori della cultura Vedica.

L’unica testimonianza culturale di quella presenza la possiamo trovare nella toponomastica della Francia meridionale, e della Padania occidentale, dove spicca il prefisso “Var”, originato dal teonimo Varuna  signore delle acque e creatore dell’universo,  al quale era sacro il Piz Varuna, facente parte del gruppo del Bernina, e dall’aggettivo sanscrito “Varahi”, sinonimo di centro spirituale; pertanto si può dedurre con certezza che gli insubri o leponzi, erano sicuramente di cultura vedica, perciò assimilabili alla coeva cultura di Varna, 4400 a.C., la quale apparteneva alla civiltà dell’ascia da combattimento, una cultura di origine persiana, molto potente e diffusa soprattutto nei Balcani e nell’Est Europa, e che come testimonia la ricca necropoli bulgara, accumulava immense quantità di oro e metalli preziosi.

E per gli insubri l’attività principale era costituita proprio dall’estrazione dei metalli, in particolare l’oro del monte Rosa e del Ticino, ma anche l’argento e il rame della val Ganna, attività alla quale associavano il dominio dei passi alpini e il conseguente controllo dei traffici commerciali tra il Nord e il sud delle Alpi.

Una testimonianza di quella cultura, potrebbe essere anche l’ipogeo presente sul monte Chiusarella, nome postumo di una montagna chiamata ancora oggi Motta Rossa; si tratta di un lungo cunicolo scavato dall’uomo, la cui esistenza era conosciuta già in epoca tardo romana, il quale penetra nella montagna apparentemente senza una ragione, anche perché secoli di frequentazioni hanno cancellato ogni traccia del passato.

Ma l’ipogeo potrebbe rientrare nella tradizione arcaica legata al culto della Grande Madre Terra, per adorare la quale i primitivi scavavano i loro templi nelle rocce, o come avveniva a Matera vivevano in grotte artificiali.

E il toponimo Motta Rossa è il sinonimo del vedico Aruna Chala, la montagna sacra a Danu, la Grande Madre, della quale Varuna era figlio.

Non trovando conferme nelle traduzioni del sanscrito e del avestico,  devo concludere che “Chala” è una radice preindoeuropea dalla quale si è originato il celtico “Sala”, sinonimo di tempio o capanna, quindi a  mio parere nella lingua primitiva Aruna Chala avrebbe avuto il significato di “Casa Rossa”, oppure “Casa di Aruna”, intesa come casa della Rossa, pseudonimo dovuto alla caratteristica somatica dei persiani primitivi, probabilmente attribuita anche a Danu, una tradizione portata avanti dai celti con la Morrigan soprannominata “La Rossa”, la quale era la regina della palude, dotata di doppia entità, Rossa, come Grande Madre o Nera nelle vesti di Annunciatrice di Morte.

La tradizione della Motta Rossa si può associare alle Mutere del Veneto e alle Moot Hill della Scozia, colline artificiali sacre realizzate con l’argilla rossa.

Tutto ciò potrebbe essere la continuazione di una cultura risalente al 9000 a.C., testimoniata dal sito archeologico di “Gobekli Tepe” (Collina Panciuta), dove un centro spirituale formato da megaliti sovrapposti a formare una T, e adornati da incisioni raffiguranti gli animali, è stato ricoperto con argilla rossa, fino a formare una collina artificiale alta più di 16 metri.

In oltre al passo della Rasa (Regina in sanscrito, ma si potrebbe sott’intendere: la dea rossa), che divide la Motta Rossa dal Campo dei Fiori, sorge il fiume Olona, che in epoca medioevale era chiamato Urona, una palese corruzione di Aruna, considerato sacro alla Grande Madre, e nel quale gli insubri si immergevano per purificarsi.

Durante il secondo millennio a.C. l’Europa diventa meta di altri popoli di origine caucasica, portatori di una cultura vedica più evoluta, frutto del sincretismo religioso; una fase che avrà il suo apice con la diffusione della cultura del ferro, periodo Hallstattiano, conseguentemente ai toponimi primitivi che si conserveranno, se ne aggiungeranno altri originati dai teonimi di nuove divinità frutto del sincretismo teologico.

In particolare per gli insubri la divinità più importante era diventato Bel o Beleno, il Sole, (una forma sincretica di Mitra, figlio e fratello di Varuna), dal quale derivano molti toponimi con il prefisso Bel, ma molti toponimi facevano riferimento anche alle sorgenti, tra le quali possiamo trovare tracce di teonimi come Bormanus e Kephisos due alter ego di Varuna che hanno continuato la sua signoria sulle acque, ma erano considerati anche guaritori; un esempio di questi toponimi possono essere: Bormio, Borgaro, Barlam, oppure Ceppino o Cepina, in quanto l’acqua sgorga da una pietra chiamata Ceppo, che nella tradizione anatolica era la manifestazione del dio Kephisos, adorato anche in Grecia.

Esistevano anche tre divinità femminili dell’acqua che si chiamavano “Epona”, la dea che fa galleggiare le cose e protegge i cavalli a lei si deve il toponimo “Eporedia”, l’antica Ivrea, “Sulevia”, la dea che cura e disseta, e “Artios”, l’Orsa che domina la frana e l’alluvione, Monte Orsera.

Un altro toponimo che può offrire indicazioni sull’origine degli insubri è Cassano, molto diffuso in Lombardia e in tutta Italia; trae origine dal culto della quercia, come è già attestato nel Caso di Cassano Magnago (Liber Notitiae Sanctorum Mediolani XIII d.C.).

Questi toponimi trarrebbero origine dalla presenza di comunità o empori cassiti, i quali erano adoratori di Cassio, il loro Giove, e che sarebbero giunti in Italia nella seconda metà del II millennio a.C., dove, dopo aver stipulato un trattato di alleanza con i latini (Foedus Cassianum) fondarono Ardea, erano i rutuli di Virgilio, Infatti i cassiti erano un popolo di origine persiana, i quali si distinguevano per i capelli rossi, da ciò la definizione latina di rutuli.

Come testimonianza dell’espansione commerciale in Italia dei cassiti è da considerare la via Cassia, la quale fu sovrapposta a una strada primitiva attribuita agli etruschi chiamata Veientana, la quale raggiungeva la località di “Forum Cassi”, situata ai piedi di una collina sulla quale sorge la città di Vetralla, e prosegue verso nord raggiungendo San Casciano dei Bagni, una chiara sovrapposizione cristiana a un toponimo che faceva riferimento a sorgenti sacre a Cassio.

Ovviamente a causa delle paludi e delle colline, la strada più agevole per raggiungere Forum Cassi da Ardea, passava dal territorio dove poi sarebbe sorta Roma, evento che ha cancellato le tracce della preistoria.

I cassiti conquistarono la Mesopotamia dopo aver sconfitto gli akkadi, in seguito furono a loro volta sconfitti dagli elamiti, (o susiani), e la loro casta si rifugiò in Italia e Grecia. A questa vicenda sono legate le leggende di Cassiope, Andromeda, Danae e Perseo (il Persiano).

Nel 6500 a.C., sull’atipiano iranico esisteva la città di Casian (oggi Kashan), situata ai piedi dei monti “Karkas”, terra di origine dei cassiti

Occupando una posizione geograficamente dominante, tra le vallate del Reno e dell’Inn, gli insubri controllavano il traffico delle merci tra il nord e il sul delle Alpi, facendo così da tramite tra i popoli del nord Europa e le grandi civiltà del Mediterraneo.

Culturalmente erano affini ai carni che popolavano le Alpi Orientali e ai coti che dominavano le Alpi Occidentali con il territorio francese, e come tutti i popoli di origine caucasica adoravano le divinità del pantheon vedico, nelle loro manifestazioni materiali, come: alberi, montagne, pietre, sorgenti o stelle.

Nel corso del VI secolo a.C., in seguito alle pressioni esercitate dalle prime popolazioni galliche che scendevano dal Belgio, ci furono delle migrazioni verso la pianura Padana da parte dei coti francesi, i quali nel VI secolo a.C., fondarono Milano ed entrarono a far parte della confederazione insubrica.

In merito alla leggenda del principe Belloveso che condusse i galli in Italia e fondò Milano, bisogna precisare che: l’arrivo dei galli in Italia è attestato solo con la diffusione della cultura di La Tène, IV secolo a.C., e che: Belloveso non era un nome di persona, ma una locuzione che indicava un centro spirituale, che nel caso specifico significava “Dimora di Bell”, dal sanscrito “Vasu”, equivalente di dimora, da cui gli “Arta Vasu”, che nella tradizione vedica sono le dimore delle otto divinità principali: “Aria, Acqua, Cielo, Fuoco, Luna, Sole, Stelle, Terra.

Quindi Belloveso non era un gallico.

I galli arriveranno solo nel IV secolo a.C., con la cultura di La Tène e si inseriranno pacificamente nel contesto ligure, dando però inizio a un periodo di turbolente scorrerie nell’Italia appenninica, che si concluderà solo dopo due secoli, con la romanizzazione della Padania.

Il territorio insubre si ridurrà drasticamente dopo la sconfitta di “Clastidium”, (Casteggio Pavia), 222 a.C.ad opera del console romano Marco Claudio Marcello, il quale dopo la conquista di Milano stipulò un patto di alleanza con le popolazioni padane ad esclusione degli insubri e dei boi più irriducibili, i quali si erano arroccati sugli altopiani morenici del Varesotto del Comasco e sulle Alpi Elvetiche.

Per Comasco bisogna intendere l’altipiano che si estende dalla valle Olona alla Valle del Seveso, lungo la fascia collinare che si estende da Tradate a Cermenate, e le Prealpi a occidente del Lario, mentre la Brianza, che si estende dal Seveso al fiume Adda, ha sempre costituito una regione a sé stante, che allora era abitata dagli orumbovi alleati dei romani e dei veneti.

La linea insubre si estendeva da Somma Lombardo, in riva al Ticino, dove il fiume scorre profondo, fino a Cermenate, nella valle del Seveso, altrettanto profonda, scavalcando la valle Olona, ed era costituita da un ciglione naturale alto una ventina di metri, la cui fresatura nei luoghi fortificati permetteva di ricavare una parete verticale di almeno quattro metri, ai quali si aggiungevano le numerose paludi alimentate dai torrenti che scendevano dall’altipiano, rendendo così il territorio sottostante impraticabile.

Gli storici romani raccontano che gli insubri fondarono 28 cittadelle fortificate e chiamarono a presidiarle altri 50000 galli, ma non ci forniscono i nomi di queste città.

Una delle 28 cittadelle fortificate fu certamente Cardano al Campo, “Magus Cardunum”, nella lingua dei celti, il cui toponimo era un sinonimo di: “Campo Fortificato dai Carri”.

A Cardano al Campo gli insubri dovettero isolare un ronco che si estendeva verso sud, declinando nella pianura, il quale favoriva un eventuale attacco, e a questo scopo fu scavata un’ampia trincea, dove oggi passa la superstrada per la Malpensa, ed il materiale di risulta fu ammucchiato sul fianco destro della val d’Arno, con lo scopo di collocare il villaggio ancora più in alto.

Dopo qualche anno gli insubri tornarono ad occupare la pianura grazie all’arrivo di Annibale e del suo esercito, il quale fondò una base logistica nel territorio di Busto Arsizio, allo scopo di arruolare mercenari e acquistare ferro dal nord Europa, per fabbricare armi, utilizzando come merce di scambio i cereali della pianura Padana.

Non a caso gli archeologi, hanno riscontrato nel territorio bustese tracce di un’intensa attività metallurgica, che può essere confermata anche dal nome della vicina Busto Garolfo, il cui toponimo avrebbe il significato di “Bosco Garo”, oggi comunemente chiamato “Gariga”, un bosco formato da cespugli come la quercia garina,  un cespuglio che ricresce sui ceppi delle querce tagliate, un fenomeno che ha dato origine anche al toponimo “Vallagarina”, una valle del trentino anticamente ricca di querceti, dove come nel bustese si è svolta un’intensa attività di disboscamento, tanto che ancora oggi lo stemma della città di Rovereto è costituito da una quercia.

Un riscontro sulla presenza di una gariga lo troviamo nella vicina Villa Cortese, un villaggio fondato dai romani, in quanto lo stemma del paese ritrae un ceppo di quercia, sul quale sta ricrescendo un ramo.

Purtroppo non esistono notizie sull’origine dello stemma e nemmeno su eventuali nobili del luogo, se non i feudatari della Burgaria, gli stemmi dei quali non contenevano riferimenti alla quercia o ai suoi ceppi; quindi il ritrovamento di un sarcofago romano del I secolo d.C., con il toponimo Villa, caratteristico delle case coloniche romane, ci dice che il luogo era abitato da un latifondista Romano, i cui beni si estendevano sull’attuale Busto Garolfo, il quale avrebbe imposto al latifondo e al villaggio dove vivevano i suoi schiavi il nome di Bosco Garo.

Toponimi come Borsano e Sacconago, facenti parte del comune di Busto Arsizio, fanno riferimento alla città vecchia di Cartagine, che la regina Didone avrebbe chiamato “Bozra” sinonimo fenicio del greco “Byrsa”, il quale indicava una borsa a forma di sacco, in ricordo di un sacco pieno d’oro, con il quale la regina pagò la terra acquistata dagli indigeni.

Nel centro storico di Busto Arsizio sono state ritrovate tracce di armi romane e fondamenta di torri che gli archeologi hanno attribuito agli etruschi, un ipotesi che a mio parere andrebbe rivista, in quanto dopo il ritorno di Annibale a Cartagine ci fu un generale cartaginese di nome Amilcare, il quale guidò gli insubri alla conquista di Piacenza, uno dei granai romani, e subito dopo venne ucciso mentre tentava di conquistare anche Cremona, l’altro granaio, quindi dobbiamo supporre che le torri facessero parte di una città fortificata dei cartaginesi, i quali essendo fenici, le tracce della loro cultura potevano essere facilmente confuse con quelle degli etruschi, un popolo italico ma di cultura fenicia.

Sconfitta definitivamente Cartagine i romani tornarono a Milano e andarono alla conquista definitiva dell’”Ager Insubres”: la terra degli insubri, poi chiamata “Sibrium”, e italianizzato in “Seprio”

Tito Livio racconta che dopo la conquista di Como le 28 cittadelle si arresero, ma in realtà la vicenda non può essersi svolta in questo modo, in quanto per arrivare a Como i romani dovettero prima superare la linea fortificata che vi ho appena descritto, per poi assediare una città posta sopra a un colle circondato da una grande palude e penetrabile solo dai monti posti alle sue spalle, un’impresa impossibile, per cui considerando le notevoli concessioni ottenute dagli insubri, nel trattato di pace, possiamo ritenere che in realtà si è trattato di un compromesso pacifico, che però ha visto degli scontenti tra gli insubri, i quali si sono ritirati ancora più in alto, nelle Alpi svizzere.

La stessa migrazione si ripeterà nel III secolo d.C., quando per sfuggire alle persecuzioni dei cristiani, molte persone di religione vedica fuggirono in Svizzera, mentre quelli che cercarono rifugio sul Campo dei Fiori, furono sterminati durante la battaglia di Velate per ordine di S. Ambrogio.

In seguito alle vicende sopra descritte il Sibrium rimase una regione sovrappopolata da persone culturalmente affini tra loro, dove non fu possibile introdurre colonie romane fino all’arrivo dei cristiani, ciò permise la continuazione di una cultura che riemerse nel medio Evo durante le Guerre tra Milano e il Barbarossa, e in tutta Italia nelle lotte tra guelfi e ghibellini.

Infatti Carlo Magno, pur dichiarando il cristianesimo religione di stato e proibendo i culti pagani, nel proclamare il Sacro Romano Impero, reintrodusse il principio romano della sacralità dello stato e quindi dell’imperatore, ma il fondamento si perse dopo la sua morte a causa del figlio Ludovico il Pio, il quale come dice il soprannome, regnava con il sostegno della chiesa, a scapito dei fratelli deceduti anzitempo.

Sopravvisse però una forma di pensiero chiamata “Gallicanesimo”, che vagheggiava la laicità dello stato, il quale ispirò le lotte tra guelfi e ghibellini, e la nascita delle religioni protestanti, le quali riconoscevano l’imperatore come massima autorità.

Ed è in questo contesto che ha origine la guerra tra Milano e il Barbarossa, con il Sibrium, Como, Pavia e i popolani milanesi, alleati dell’imperatore contro lo strapotere del patriarcato Ambrosiano, sostenuto dal papa e dalla repubblica Veneziana.

Rino Sommaruga

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94 risposte a “Insubres”

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