I Liguri

Quando si parla dell’epoca preromana si tende a generalizzare, attribuendo ai galli il territorio padano, una tendenza iniziata dai romani, i quali chiamavano Gallia Cisalpina la pianura Padana. In realtà la Padania era popolata da genti diverse dai galli, come i veneti allora chiamati “Wenedi” o “Windi”, = “I Bianchi”(Noi Celti e longobardi, Gualtiero Ciola)

I veneti erano un popolo di origine anatolico- caucasica, migrato in Italia ed Europa Centrale alla fine del secondo millennio a.C., a causa di una carestia e del crollo dell’impero ittita, i quali non hanno fatto altro che seguire le orme di altri popoli, sempre di cultura indoeuropea che in passato erano migrati in direzione dell’Europa centrale.

Si distinguevano dai predecessori perché portatori della cultura del ferro, i cui segreti della metallurgia furono custoditi gelosamente dagli ittiti, fino alla caduta del loro impero.

Appartenendo alla stirpe danaide, parteciparono alla colonizzarono le rive del mar Baltico, dalle quali a causa delle spinte generate da correnti migratorie provenienti dal Nord o dall’area del Volga e Don (ariani e finnici), si sono espansi verso il Nord Ovest della Francia, insediandosi nell’attuale Normandia, dove, come sulle rive baltiche è attestata l’antica presenza di una tribù di Veneti.

Nell’attribuzione dell’origine anatolica dei veneti, pesa molto il dio Windos, un teonimo ittita dal quale avrebbe avuto origine il nome di Wilusa, la Troia omerica e quelli di, Venezia e Vienna, infatti il nome celtico delle due città era Vinitia e Vindobona, che significava “Città Bianca”.

Si trattava di una divinità solare e della salute, al quale in epoca romana era dedicato un tempio in nome di “Apollo Vindonnus”, situato sopra a una sorgente, nei pressi di Châtillon-sur-Senne in Borgogna; nelle fondazioni del tempio sono state ritrovate tre iscrizioni che lodavano il dio e la fonte.

Windos è anche all’origine del nome della città di Lindo, sull’isola di Rodi, una traccia del legame linguistico tra i celti e gli anatolici, avvalorato dal colosso di Rodi, il quale fu costruito in onore del patrono dell’isola, il dio solare Helios, omonimo dell’ittita Windos, e che i troiani e gli anatolici della costa chiamavano Ilios, come il fondatore della città omerica, il cui nome è anche quello dell’autore  delle iscrizioni di Châtillon-sur-Senne e di un’altra dedica ritrovata a Golasecca.

L’architetto che realizzò il colosso di Rodi si chiamava “Carete di Lindo”, la città più importante dell’isola, quindi considerando che il toponimo Lindo è un sinonimo di Windos, Helios e Ilios, ritengo che il nome attuale dell’isola sia postumo a Lindo o a un toponimo che aveva il significato di bianco, dato che Ilios era il nome del dio adorato dagli abitanti primitivi dell’isola, mentre gli elleni  per difetto di pronuncia lo chiamavano  Helios, Elios per i romani, mentre è oscura l’origine dell’altra divinità solare: Apollo, adorato dai greci e poi anche dai romani.

Il resto della pianura Padana con le Alpi, Prealpi ed Appennini, era occupata dai liguri, popolo di montanari e minatori, dediti prevalentemente all’estrazione di minerali (I Liguri E la Liguria, B. M. Giannattasio), un’etnia di origine incerta, ma come vedremo più avanti, culturalmente affine agli umbri, ai lucani e ai calabri.

Geneticamente ed etimologicamente i liguri ci possono ricondurre a una popolazione primitiva originaria della valle dell’Indo, in quanto è attestata la presenza della cultura della ceramica cardiale, sviluppatasi nel Mediterraneo tra il VII e il VI millennio a.C, della quale si sono ritrovate tracce anche sulle alpi lombarde.  

Presumo che l’aplogruppo cromosomico patrilineare degli appartenenti a questa cultura corrispondeva al ceppo “G”, il più antico dopo gli aplogruppi africani e al ceppo “F”, che ritroviamo ancora oggi presente in India, con alcune vere e proprie isole genetiche esistenti in Portogallo Spagna, Francia, Boemia, Sardegna, sulla catena alpina e appenninica, ma sicuramente in questa cultura erano presenti anche appartenenti al ceppo “R1b”.

Anzi, bisogna considerare che la cultura della Ceramica Cardiale, in Africa si è sovrapposta alla precedente cultura capsiana, la quale essendo di origine caucasica era sicuramente portatrice del cromosoma patrilineare “G”.

Pertanto possiamo associare la cultura della Ceramica Cardiale agli Iberi e al cromosoma “R1b”, migrati in Africa qualche millennio dopo i Capsiani e con i quali si sono mescolati.

I capsiani erano un popolo di pastori caucasici che aveva colonizzato la costa mediterranea dell’Africa a partire dal 10000 a.C., sovrapponendosi alla precedente cultura di “Mechta.Afalou”, e presumo che siano penetrati anche nei Balcani e in Italia.

I Mechta-Afalou, a loro volta erano cromagnoidi, ma di tipo africano, presenti già nel 20000 a.C., i quali, a parte le piccole differenze morfologiche, si distinguevano per l’avulsione rituale dei denti incisivi, forse con lo scopo di mettere in evidenza i denti canini, allo scopo di assomigliare alle bestie feroci ed impaurire i nemici.

Tracce genetico-linguistiche dei capsiani le possiamo identificare in Portogallo, nella regione della Lusitania, dove il 40% della popolazione discende dalla linea patrilineare “G”, e soprattutto parla una lingua che ha conservato spiccate caratteristiche pre indoeuropee, o pre iberiche.

La presenza dell’aplogruppo G è rilevante anche in Turchia, dove anche nei pressi del golfo di Smirne arriva al 40% mentre nel resto del paese si attesta al 20%. ed è ancora predominante nelle due Ossezie (Caucaso), e Pakistan, luogo d’origine del ceppo. L’aplogruppo “G” originatosi della valle dell’Indo si è poi diffuso a raggiera, anche nel sud della Cina e le isole del Pacifico, ma avrebbe avuto maggior successo in Europa, forse grazie ai cromagnoidi di tipo caucasico.

Da rilevare che in Sardegna a fronte di un 15% della popolazione discendente dall’aplogruppo patrilineare “G”, se ne affianca un 37% appartenente al ceppo “I2a” caratteristico delle popolazioni slave, quasi assente nel resto d’Italia.

Questo dato è sicuramente dovuto al fatto che la Sardegna assieme alla Tunisia è stata l’ultima roccaforte del regno dei vandali, sulla quale si sono rifugiati dopo le sconfitte subite in Italia ad opera dei bizantini, determinando sull’isola un sovrappopolamento di gente slava, che come nelle precedenti invasioni si è insediata lungo le coste, mentre i primitivi hanno mantenuto il possesso dei monti, dove si trovano ancora oggi.

Il ceppo genetico “G” rimarrà dominante in Europa fino alla seconda metà del II millennio a.C., quando arriveranno altri popoli di origine caucasica iberi e albanesi appartenenti al ceppo “R1b”, ma meglio conosciuti come albani, pelasgi, greci, lidi, lici, ai quali seguiranno popolazioni di origine semita e africana, vale a dire i fenici e gli schiavi importati dai romani, i quali ridurranno la presenza del ceppo “G” a isole genetiche.

Contemporaneamente agli Iberi il cromosoma patrilineare “R1b” si diffonde nei Balcani con i danai, e gli Albani in Italia.

Si trattava di una penetrazione che aveva come punto di forza la cultura bulgara di Varna 4400 a.C., la cui necropoli, come testimonianza della potenza e ricchezza di quel popolo, ci ha restituito 297 tombe ricche di oggetti preziosi in oro e rame.

Nella lingua sanscrita Varna avrebbe il significato di “casta”, per alcuni indicherebbe la differenza di colore tra gli invasori Aryani e gli indigeni Hindi, ma bisogna considerare che il termine è più antico dell’arrivo dei bianchi in India e della introduzione delle caste.

In realtà Varna è una palese corruzione del teonimo Varuna e a questa divinità si deve il nome della Valacchia, la grande pianura Rumena che caratterizza il corso finale del Danubio, e anche in Transilvania, troviamo la città di Oradea Mare, anticamente chiamata Gran Varadino, Magnovaradinum dai romani, Nagyvàrad dagli ungheresi e Großvardein in tedesco.

E sempre a Varuna e alla cultura di Varna si deve la diffusione nella pianura padana e nella Francia meridionale di toponimi che come Varese hanno il prefisso “Var”.

Quindi possiamo essere certi che la cultura di Varna è arrivata anche nella pianura Padana soprattutto se consideriamo che l’oro del monte Rosa e del Ticino, costituiva, una forte attrattiva per questo popolo di origine caucasica, non a caso i toponimi Alagna farebbero riferimento all’antica Alania, che in sanscrito significa “Casa della Neve”, una regione del Caucaso oggi chiamata Ossezia; attualmente lo stemma della regione, raffigura ancora le alte cime innevate del Caucaso.

Pertanto la fondazione delle due Alagna presenti in Italia, sarebbe avvenuta ad opera di cercatori d’oro, provenienti da quella regione, non a caso ad Alagna Valsesia, sono ancora presenti antiche miniere d’oro, mentre Alagna Lomellina è situata nelle vicinanze del Ticino, un fiume che anticamente veniva preso d’assalto dai cercatori d’oro.

Quindi la cultura ligure come quella celtica la possiamo considerare affine a quella di Varna, della quale facevano parte i danai e i traci.

Anche la radice “gana” è un sinonimo preistorico di: “demanio”, in genere riferito a una divinità, che ritroviamo nella scrittura sillabica di sumeri e persiani, e la ritroviamo a Varese, terra ligure per eccellenza, nel toponimo “val Ganna”, valle dove i liguri hanno estratto grandi quantità di argento, rame e piombo.

La radice Gana è presente in vari toponimi alpini, come Susegana e Sugana, ma il suo significato è dimostrato in modo inequivocabile dall’etimo longobardo “Vigano”, il quale indicava i pascoli riservati agli abitanti di un villaggio.

Quindi “vigano” significava:” Demanio del Villaggio”, in quanto etimologicamente, alla radice “gana” era stato anteposto il prefisso “Vi” derivante dal latino “Vicus”.

Nel XIII secolo a.C., tra i liguri emerse la cultura di Canegrate, situata in riva all’Olona, ma vicinissima all’aureo Ticino, e a testimonianza dei legami commerciali e culturali con la civiltà Egea, è di quel periodo, XIII secolo a.C., “il ripostiglio della Malpensa”, un ritrovamento nel quale tra i vari rottami, sono stati rinvenuti degli schinieri in bronzo, uno dei quali era identico nella forma e nel disegno a una copia di schinieri ritrovati ad Atene, in una tomba micenea della stessa epoca. Tramontata la cultura di Canegrate, sorse la civiltà di Golasecca, continuazione della prima.

Nel contempo tra i liguri emergeva la tribù degli insubri, forse una federazione, della quale facevano parte i leponti, i camuni e i reti, si trattava di liguri insediati sull’arco Alpino e Prealpino tra il Sempione e il Brennero, i quali occupando gli altipiani tra l’Italia, Svizzera e Austria, potevano controllare gli scambi commerciali tra il Nord e il Sud delle Alpi, dove transitavano minerali che estraevano anche dalle nostre montagne e ambra, diretti verso il sud, mentre manufatti cereali, vino e olio, provenienti dalla Grecia Medio Oriente e dall’Etruria, erano diretti verso il nord.

Il fatto di occupare una posizione in prossimità di due valli importanti come quelle del Reno e del Danubio, favoriva l’interazione degli insubri con i popoli del nord e dell’est Europeo ,sui quali, grazie alla frequentazione di civiltà superiori come quelle etrusche, greche e fenicie, potevano vantare una superiorità culturale ed economica, quindi gli insubri rivestivano un ruolo dominante nei confronti dei celti, i quali si mettevano al loro servizio, sia come lavoratori che come guerrieri, ed il fatto che nel VII secolo a.C., i leponti disponessero già di un loro alfabeto, mi sembra indicativo di un livello culturale molto elevato.

I liguri sono presenti anche nella grande storia, in quanto come mercenari parteciparono a molte guerre, in particolare si ricorda l’anno 480 a.C., quando presero parte al fianco del persiano Serse alla battaglia di Platea, nel tentativo fallito di conquistare la Grecia, in particolare Serse conquistò Atene grazie ad alcuni valorosi che approfittando della scarsa sorveglianza della rocca, durante la notte la scalarono e riuscirono a spalancare le porte della città, al grosso dell’esercito persiano, mi viene spontaneo pensare che quegli eroici scalatori, fossero i montanari liguri.

Contemporaneamente erano anche al servizio di Cartagine durante l’invasione della Sicilia orientale, dove nella battaglia di Imera furono sconfitti dall’esercito comandato da Gelone tiranno di Siracusa, aiutato da Terone tiranno di Agrigento (Le Storie Polibio). L’espansionismo etrusco manifestatosi con la fondazione di “Felsina”, la futura Bonomia”, dei galli Boi (Bologna), e di altre colonie, come “Melpum” (Melzo), spostò i traffici commerciali dal Verbano a Como, dove sorse un’altra fiorente civiltà.

L’avvicinarsi delle colonie etrusche alle Prealpi, per gli Insubri dev’essere suonato come un campanello d’allarme, i quali sicuramente sospettavano la volontà etrusca di impadronirsi degli altipiani alpini, quindi hanno sicuramente usato il loro potere economico e l’influenza politica, per portare in Italia schiere di mercenari composte da guerrieri galli, tutti animati da una forte idiosincrasia verso gli etruschi.

La mia può sembrare una congettura, ma la coincidenza delle invasioni galliche con la fondazione di colonie etrusche nella trans Padania, ed il fatto che mossero guerra solo contro gli etruschi, rispettando l’Insubria, non può essere un caso, anzi, con l’arrivo dei galli, il confine dell’Insubria si spostò dalle Prealpi alla riva del Po.

Voglio ricordare che i senoni conobbero l’esistenza di Roma solo quando gli ambasciatori romani appartenenti alla famiglia dei Fabi, si intromisero in modo arbitrario in difesa degli Etruschi, violando l’obbligo di neutralità degli ambasciatori, uccidendo un principe dei senoni.

Chiaramente i Galli si integrarono con gli Insubri entrando a far parte della federazione insediandosi in pianura, dove fondarono i loro villaggi, e influirono soprattutto sull’accento della parlata. Gli archeologi sono restii ad ammettere che i nostri antenati liguri fossero indoeuropei, mentre la toponomastica e l’etimologia trovano scarsa considerazione, però rimane il culto della quercia, l’adorazione del dio solare Beleno e il culto delle cime a testimoniare l’opposto.

Pertanto sulla base delle leggende greche che vedono gli umbri come gli unici sopravvissuti al grande dilavamento, del quale archeologi e geologi, attribuiscono la causa all’esplosione dell’isola Santorino, un evento catastrofico che verso la metà del II millennio a.C., ha investito, direttamente l’isola di Creta, tutto il Mar Egeo il mediterraneo Orientale ed il sud Italia, mai testimoniato dagli storici antichi, ma comprovato da geologi ed archeologi, possiamo supporre che gli umbri come gli ariani erano coevi e a diretto contatto con i minoici quindi affratellati dalla stessa cultura tanto che lungo il Danubio sono state ritrovate iscrizioni sillabiche attribuite agli umbri, ma quasi identiche al “lineare a”, dei minoici, pertanto si può pensare agli umbri come a una popolazione di montanari egei migrati verso nord, per sfuggire alle calamità naturali come alluvioni e terremoti, eventi catastrofici che durante l’età del bronzo avevano reso difficile la vita nell’Egeo.

L’unica testimonianza dell’esplosione del vulcano Santorino, che con ogni provabilità ha ucciso tutti i testimoni oculari, ci viene dalla bibbia, dove tra le piaghe d’Egitto si citano anche: “la pioggia di ceneri ed il sole oscurato per tre giorni”, fenomeni caratteristici collegabili all’esplosione di un vulcano, documentati anche archeologicamente dalla presenza sul monte Sinai, nei sedimenti dell’epoca, di ceneri compatibili con quelle del vulcano Santorino, a ciò possiamo aggiungere anche il mito di Atlantide, le cui ricchezze sono state enfatizzate dal tempo e dal sensazionalismo moderno.

Anche se in modo poco chiaro Erodoto (Storie), colloca gli umbri sulle Prealpi, in quanto afferma: “dalla regione sopra gli umbri, si gettano nell’Istro (Danubio), il fiume Carpi (forse l’Isar) e un altro fiume l’Alpi, che scorrono entrambi verso nord”. A parte la confusione tra le Alpi e il fiume “Inn”, affluente del Danubio, errore forse generato dalla vicinanza dell’Alpenrhein (Reno Alpino), uno dei nomi del Reno, Erodoto si riferisce al fiume Inn, il quale attraversa il territorio degli Insubri, quindi è possibile che consideri gli insubri, come appartenenti alla stessa stirpe degli umbri.

A conferma di ciò, sulle Alpi retiche va segnalato il “Piz Umbrail”, e l’omonima: “Val Umbrail” (Giogo di Santa Maria), i quali dominano la val Müstair (valle Monastero), toponimi in lingua romancia, che continuano la cultura umbro ligure arrivata da queste parti nell’ultimo periodo dell’età del Bronzo. Una traccia del passaggio degli umbri la troviamo anche nel Cantone dei Grigioni, (Alpi Retiche), si tratta del fiume Albula, con l’omonimo gruppo montuoso dove sorge il fiume, la valle e il passo, si tratta di un affluente del Reno, che anticamente, prima della latinizzazione, condivideva il proprio nome con il Tevere, poi latinizzato con Tibrys.

L’Idronimo Albula trae origine da “Albus”, “L’Altissimo”, forse una forma maschilizzata dal teonimo caucasico “El”, una delle prime divinità materne alla quale era sacro il monte “El Brus”; Albus era meglio conosciuto come “Summano”, “Penninus”, o “Albiorix”, il re delle cime. Da Albus prendono il nome anche Albalonga e i colli Albani, i quali essendo composti da roccia vulcanica, non hanno niente in comune con il bianco e l’alba teorizzati dagli storici anzi, era tradizione dei caucasici fondare città su terreni di natura vulcanica, perchè li ritenevano creati appositamente dalla Grande Madre Terra “El”.

Altri idronimi Albula li troviamo a Tusculum e nelle Marche, luoghi un tempo frequentati dai reti, gli antenati dei reatini moderni, pertanto possiamo pensare che gli insubri erano umbri transpadani, il cui nome etimologicamente significa: “sono sopra i monti”, dal verbo dialettale lombardo “in” =”sono”, dalla preposizione lombarda “sù” = “sopra” e dal celtico “bri”, = “monti”, lo stesso suffisso “bri” lo troviamo nell’etimologia del nome degli umbri, dove il prefisso “um” è una particella indoeuropea che preceduta da un “h”, poi caduta con l’italianizzazione, significava “uomo”, da confrontare anche con il dialettale lombardo “om”, = “uomo”, quindi “uomini di montagna”, oppure con insubri si voleva anche indicare quelli che saliti sulle Alpi erano più in alto.

Ancora più significativa è l’etimologia del nome con il quale i greci chiamavano gli umbri:” hombrìkoi”, un nome composto dalla radice “hombrì”, = “uomini”, (hombre in spagnolo, hommes in francese), e da “koi” = “colli”, un sostantivo rimasto immutato nel dialetto veneto, mentre per gli storici, hombrìkoi sarebbe un riferimento alla pioggia e all’ombrello.

Sull’altipiano di Asiago troviamo una traccia degli umbri nel monte Summano, toponimo originato dal nome del loro dio delle vette, si tratta di una montagna dalla forma conica con due vette che si affacciano sulla pianura vicentina, uno splendido omphalos (centro spirituale) naturale, sul quale oltre a resti di origine tardo neolitica, nei pressi della cima più alta è stato ritrovato un luogo di culto datato al V secolo a. C.

Da citare in Toscana nella val di Nievole, anche il monte Sommano, collina di 340 m s.l.m., dove è sorta l’antica Monsummano Terme. Un altro riferimento a Summano lo troviamo in provincia di Lecco, sopra uno sperone roccioso dalla sommità pianeggiante, dominata dalla rocca dell’Innominato si trova Somasco, (nome antico Sumasca), frazione di Vercurago, nei pressi della rocca sono avvenuti ritrovamenti archeologici risalenti alla cultura di Golasecca, interessante anche il toponimo di Vercurago, originato dall’antico Vercuriaco, da cui il prefisso “Ver” a indicare un ontano sacro, mentre “riaco” indicherebbe il lago di Garlate o il fiume Adda, oppure indicherebbe un villaggio di Vertemocori situato sulla riva del lago.

Un’altra traccia dell’affinità culturale tra umbri e lombardi è il monte Somazzo,”Sumaz” in dialetto, una collina che segna il confine tra la provincia di Como e il Canton Ticino, ed ancora sul versante opposto della valle, di fronte al monte Somazzo e sopra a un altipiano sulle falde del monte Generoso, troviamo anche un paese chiamato Somazzo, si tratta di una frazione di Mendrisio, “Mendrìs” in dialetto, un toponimo nel quale troviamo la radice “dris” dal greco “drys” = “quercia”, ma anche il prefisso “Men”, il quale mi suggerisce il bretone “menhir”, “pietra grande, il che rispecchia il fatto che Somazzo si erge sopra a un lungo altipiano roccioso che domina la sottostante Mendrisio, quindi considerando anche la vorticosa sorgente che sorga ai piedi dell’altipiano, con “Mendrìs” si intendeva un menhir sacro, sul quale era posta una quercia sacra a Summano, una divinità delle cime, come potevano essere i liguri “Albiorix” o ”Penninus”

. All’abbondante sorgente che sgorga ai piedi del monte Generoso, si deve l’epiteto “Generoso”, dovuto al dio delle vette, ed è rimasto come nome della montagna, anticamente preceduto da un ipotetico “Summano Generoso”.

Penninus era anche il nome ligure del “Gran San Bernardo”, che in epoca romana fu rinominato in onore di Giove Pennino, e sul passo sarà costruito un tempio e diventerà Col de Mont Jupiter (Monte di Giove), e in seguito a causa delle differenziazioni linguistiche: “Col de Mons Joux. Qui è importante sottolineare l’affinità etimologica tra i toponimi Alpe e Appennino, mi sembra evidente che Appennino sia stato preceduto dalla forma “Alpennino”, un diminutivo di Alpe.

A testimonianza dell’importanza storica della piccolissima Somazzo c’è da segnalare il ritrovamento di una necropoli romana sotto la chiesa di San Giuseppe e un sentiero che raggiunge Somazzo, chiamato “Strada Cassana”, Cassano è il nome primitivo della quercia, quindi una testimonianza diretta, dell’antica presenza di un albero sacro.

La strada Cassana parte da un paesino posto prima di Somazzo chiamato “Salorino”, un toponimo originato dall’aggettivo antico: “sala”, sinonimo di capanna o casa, quindi “la casa del rio”, riferendosi a una grotta carsica, dove il rio scompare all’interno della montagna.

Da Salorino parte un altro sentiero chiamato “giro di Campora”, il quale risale la montagna, compiendo un lungo giro attorno a una valle, utilizzata come pascolo, per poi ridiscendere a Somazzo. Nella lingua dei celti Campora aveva il significato di “Campo di Phora”, in quanto la radice “pora”, sarebbe un riferimento a “Rethia Phora”, una dea dei reti, protettrice delle porte e dei passaggi, mentre il prefisso “Camp” indica il campo, un etimo continuato dal dialetto lombardo e dalla lingua inglese, quindi Campora indicava un campo sacro alla dea.

A conferma del legame cultuale tra i liguri e gli umbri, nel comasco alle spalle del monte Somazzo troviamo anche Albiolo, un villaggio che ha preso il nome da “Albios”, l’altissimo, meglio conosciuto come “Albiorix”, il dio delle cime dei celto liguri alpini, corrispondente dell’umbro Summano, mentre sempre nei pressi del confine c’è la collina sulla quale sorge Drezzo (Drez in dialetto), un toponimo originato sempre dalla radice greca “drys”, sinonimo di quercia.

Asiago è un toponimo che come Asia deriverebbe dalla radice sanscrita usbas”,= “aurora”, nella lingua greca “Asia”, significava: “il Paese del Sol Levante”, ed Asiago occupa una posizione geografica che la vede stretta tra due catene montuose, le quali, nel periodo invernale lasciano passare i raggi solari solo da est e da qui il giusto paragone con il paese del sol levante, a conferma dell’assenza di sole ad Asiago, la cittadina detiene il record della città più fredda “ – 31° ” stabilito più volte nell’inverno del 1942, un record da paragonare al freddo siberiano. Da considerare anche il finale in “ago” del nome italiano, il quale dovrebbe derivare dal ligure lak, quindi il nome antico potrebbe essere “Asiach”, ed indicherebbe un lago a oriente.

L’altipiano di Asiago è aggirato e diviso dalle Alpi dalla Valsugana, una valle che mette in comunicazione la pianura Padana con la piana di Trento Il toponimo Valsugana è originato direttamente dal nome della divinità fluviale Sequana, la personificazione del fiume Senna, quindi in epoca primitiva “Gana” aveva il significato di demanio, è da ritenere che Sugana indicava il demanio sacro alla dea Sequana.

Il Brenta, il cui idronimo in lingua celtica era il sinonimo del latino medioevale “Borgo”, vale a dire: “città fortificata”, il che farebbe riferimento all’attuale Borgo Valsugana, la quale in epoca medioevale era proprio una città fortificata; la fortificazione del luogo è una vocazione dell’ambiente circostante, causata dal naturale restringimento della valle; un’altra Brenta (Colle), la troviamo nei pressi del lago di Caldonazzo, dove il fiume nasce come emissario dei laghi di Caldonazzo e Levico, anche questa Brenta ha una posizione dominante sulla valle.

Dall’epoca romana sono attestati due idronomi, “Medoacus Major”, e “Medoacus Minor”, che gli studiosi attribuiscono a due rami del Brenta, ma con ogni provabilità Medoacus era una forma latina che aveva sostituito un idronimo ligure indicante un “lago sacro”, un idronimo che seguendo il modello “Mediolanum”, si potrebbe ricostruire in “Mediolak”.

Sempre in provincia di Vicenza ci sono i monti Berici, citati da Plinio il vecchio come roccaforte dei liguri reti il cui nome deriverebbe dai “beruenses”, che assieme ai “feltrini” e ai “tridentini, occupavano le Alpi retiche orientali ma non si può escludere che i beruenses fosse il nome latinizzato di una tribù di iberi. In particolare l’origine dell’idronimo del fiume Agno e l’omonima valle collinare sono da attribuire al dio del fuoco vedico “Agni”, figlio del dio della guerra Indra.

Nei pressi di Padova i colli Euganei trarrebbero il nome dai liguri “ingauni” o “albingauni”, i quali in un secondo momento si sarebbero ritirati sulle Prealpi, mischiandosi con i reti. La presenza sui colli Euganei degli Ingauni, tribù di navigatori, originaria del territorio di Albenga, con ogni provabilità è dovuta alla loro attività di pirateria, a causa della quale sarebbero stati costretti a fuggire, per evitare ritorsioni da parte degli etruschi e dei cartaginesi, i quali allora dominavano il mar Ligure, e per lo stesso motivo, poi sarebbero entrati in contrasto con i veneti, fino a dover abbandonare anche i Colli Euganei.

Da ricordare anche i monti Lessini, nella cui toponomastica locale sono evidenti le tracce del culto degli alberi in località come: “Boscochiesanuova”, “Campodalbero”, “Campofontana”, “Camposilvano”; “Selva di Progno”, “Cerro Veronese”, “Velo Veronese”, “Rovere Veronese”.

Anche Rovereto, città trentina che ha conservato la quercia nel suo stemma, in quanto trae il suo nome dai boschi di rovere che la circondavano. La città è situata nel basso corso dell’Adige, chiamato Valgarina, un toponimo la cui radice “garina”, dovrebbe indicare una quercia ibrida che cresce nei querceti disboscati.

La presenza degli umbri sulle Prealpi venete, fa pensare che siano penetrati in Italia attraverso i valichi alpini e non dall’Istria, come sarebbe logico pensare, infatti attraverso il san Gottardo arriveranno anche in Francia, per poi scendere lungo la valle del Rodano (Rhône), da confrontare con il nome tedesco del Reno (Rhein), ma soprattutto con il nome antico del Po: “Eridano”, “Eridàa” in lombardo, in quanto nella forma italiana Rodano ed Eridano sono costruiti entrambi sulle consonanti “rdn”, il che mi farebbe pensare a un idronomo primitivo con il significato nella forma di “Rhein Danu”, vale a dire “Fiume di Danu”.

Il nome di Danu lo ritroviamo anche negli idronomi dei fiumi Danubio e Don, in particolare il suffisso “bio” che compone l’idronimo Danubio, sarebbe originato dal greco “Byos” sinonimo di vita, pertanto il nome del fiume era un chiaro riferimento a colei che con le sue acque era fonte di vita. Pertanto possiamo ritenere che all’inizio del neolitico, comunque già prima del VII millennio a.C., Danu era la massima divinità europea .

Danu era una divinità primordiale della mitologia indiana, e l’influenza del suo nome sull’idronomia europea mi fa pensare che sia stata la Grande Madre alle origini della cultura indoeuropea. Nella lingua sanscrita Danu è intesa come liquido, mentre nell’avestico (antica lingua iranica) indica il fiume, sia in forma maschile che femminile.

Teniamo presente che il culto di Danu si praticava nel paleolitico, quindi migliaia di anni prima della formazione di lingue come il sanscrito e l’avestico, pertanto si può ipotizzare che il nome di Danu si sia tramandato fino a diventare sinonimo di “fiume”.

Nel Rigveda Danu è la personificazione delle acque primordiali e la madre dei “Danava”, indicati anche come “Asura”, il panteon divino primordiale, che con l’avvento degli ariani fu sostituito dai “Deva” (induismo) e declassato a demoni. Tra gli asura possiamo citare Varuna, la divinità maschile che ha superato per importanza la Grande dea Madre Danu, e che lascerà molte tracce del suo nome nella toponomastica ligure, “Mitra”, il dio del sole, che con Varuna creatore del mondo e signore delle acque, e Indra dio del fulmine, del tuono, della pioggia e della magia, formava la prima Sacra Trimurti.

In seguito Indra diventerà il “Monarca Universale”, mentre Varuna sarà declassato a demone, re dei “Naga”, demoni dalle sembianze di uomini serpente, e Mitra perderà molta della sua importanza.

Anche nel territorio ligure il culto della Madre Terra fu sostituito da quello di Varuna, e a lui si devono i toponimi con il prefisso “Var”, mentre sulle Alpi Retiche c’è il “Piz Varuna” una montagna che gli era sacra.

In seguito il culto di Varuna sarà sostituito da quello di Indra, le cui tracce in provincia di Varese, sono costituite dal monte Monarca, titolo riservato a Indra, ai piedi del quale troviamo la località di “Induno”, un toponimo costruito sul nome di Indra e la radice celtica “Duno”, sinonimo di “Forte”, quindi “Forte di Indra”.

In particolare è molto significativo il nome della località elvetica di “Indemini” situata in valle Veddasca nei pressi del passo del Neggia, dove inizia il sentiero che porta sulla cima del monte Tamaro, la montagna sacra a Zeus e alle divinità del toro come Indra.

Un altro indizio sulla parentela tra umbri e liguri, potrebbe essere il nome della città di Rieti, un toponimo che alcuni attribuiscono al greco “Rheino”, sinonimo di acqua che scorre, ma considerando che la città di Rieti sorge sull’antico fondale del lago Velino, poi prosciugato dai romani, trovo più convincente ed interessante il fatto che nella parte bassa del suo stemma, c’è una rete che sbarra il passaggio ai pesci, mentre il campo superiore è rosso e vi appare una dama che porge una bandiera a un cavaliere antico, il quale è dotato di uno scudo rotondo, come quelli in uso dai veliti dell’esercito romano e dei celti, e non a caso lo scudo ci riporta al lago Velino prosciugato dai romani, quindi lo stemma di Rieti è un simbolo di passaggio, e la città sarebbe stata sacra a Rhetia Phora la dea dei passaggi adorata dai reti

Da notare che il reatino era la terra dei sabini, i quali sono considerati appartenenti alla stirpe degli umbri, coi quali però erano frequentemente in guerra, quindi non si può escludere la loro provenienza dalla Rhetia, in quanto etnonimo sabini potrebbe indicare un popolo arrivato dalle rive del lago Sebino, infatti si tratta di un idronomo e un etnonimo che avrebbero avuto origine dal nome del sebuino (Bos Indicus), meglio conosciuto come Zebù, il bue sacro per antonomasia, che da il nome al Gran Zebrù (nome celtico), una delle cime più alte delle Alpi Retiche.

Il nome del lago Velino potrebbe invece essere originato dal fatto che nell’esercito romano i veliti erano soldati armati alla leggera, utilizzati per portare il primo assalto, e per questo scopo erano reparti costituiti da reclute e da indigeni romanizzati, ma non ancora sufficientemente addestrati, pertanto il compito di bonificare il lago velino sarebbe toccato ai sabini arruolati tra i veliti, e da ciò il nome del lago e del luogo sacro a Rhetia Phora.

Un altro legame tra le culture italiche con la Grecia e il mondo persiano le troviamo al confine tra la Lombardia e la provincia di Bolzano, dove nel gruppo del Cevedale troviamo L’Ortles, “Ortler” in tedesco e, “Ortèl” in lombardo, nomi di origine greca con il significato di “Monte Lontano” da oros = monte e, “tèle” = lontano, forse un riferimento a un monte ai piedi del quale vivevano gli antenati dei reti. In particolare è da citare il Gran “Zebrù”, un riferimento al bue Himalaiano zebù, quindi si tratta di una montagna che anticamente era sacra al bue, confermato soprattutto dal nome tedesco, “Kònigsspitzze”, vale a dire: “Pizzo del Re, questo significa che i reti, avevano radici almeno persiane o pakistane, mentre, l’origine Himalaiana del nome Gran Zebrù, è suggerita anche dalla forma piramidale della montagna, la quale assomiglia all’Everest, mentre il nome Himalaia è originato dal sanscrito “hima” corrispondente di “neve”, con “àlaya”, che indica dimora o casa, dal quale si origina anche il toponimo Alagna, non a caso situata ai piedi del “Sass Gross”, quindi Alagna era la casa della neve.

Sempre in merito all’origine dei liguri si possono considerare le tracce sulla provenienza dei taurini, i mitici fondatori della città di Torino, il cui etnonimo sembra originato da Tauride, uno dei toponimi utilizzati dai greci per indicare la Crimea, terra dove si adorava il Toro, ma interessata anche dalla cultura di Varna.

In realtà il nome primitivo della Crimea era Chersoneso e si divideva in Chersoneso Taurico abitato dai tauri e Chersoneso Scitico, abitato dai cimmeri, dai quali discenderebbero i cimbri.

Considerando che i greci fondarono una colonia sui resti di una città pre esistente chiamandola Cherson (Oggi Sebastopoli), etimologicamente il suffisso di Kersoneso (eso), mi fa pensare al sanscrito “Vasu” o “Vasus”, il quale significa “dimora”, da cui il celtico “Weso”, continuato ancora oggi dal francese “maison”, quindi Chersoneso significa: “Dimora di Cherson”, e chi poteva essere questo Cherson se non una divinità taurina come Cernunnos? In oltre il nome di Sebastopoli ha il suffisso “poli”, che nei toponimi assume il significato di “polis”, sinonimo di città, quindi con il prefisso Seba sinonimo di sebuino Sebastopoli indicherebbe la città dei taurini.

Da ciò possiamo dedurre che nel Chersoneso Scitico si adorava Cherson nella forma di cervo, mentre nel Taurico era rappresentato dal toro.

Chersoneso è un toponimo diffuso in tutta l’area egea, anche in Sicilia, si tratta di una città perduta, anticamente situata nei pressi di Siracusa, e in Piemonte con Cherasco in provincia di Cuneo, un toponimo che significa: “Cherson Nascosto”, vale a dire un luogo dove: per sfuggire alla “Santa Inquisizione”, si celebravano riti segreti in onore di Cernunnos”, che il cristianesimo aveva indicato come “demone”.

Ancora più convincente è il Chersoneso Cimbrico, vale a dire la penisola dello Jutland, cioè la Danimarca, la terra dove migrarono liguri e danai, dai quali ha preso il nome. Il toponimo Danimarca contiene la radice franca “Marca”, che nel Medio Evo sarà il marchesato, vale a dire una regione di confine, quindi era la regione dei “Dani o Danai”.

Tra le città italiane fondate da gente proveniente dal Chersoneso, possiamo citare anche Olbia e Neapolis (Napoli), la cui fondazione viene attribuita ai greci durante l’età del ferro, ma sicuramente è avvenuta su insediamenti pre esistenti fin dall’età del bronzo.

Tra i siti archeologici della Olbia sarda, spicca il “Pozzo sacro di Sa Testa”, uno dei tanti templi sardi che accomunano la cultura sarda ai golasecchiani, che a Como realizzarono il pozzo sacro della “Mojenca”. In particolare bisogna citare il pozzo sacro di Gàrlo in Bulgaria che accomuna la cultura dei Traci con la Sardegna e la cultura ligure.

Da aggiungere che il Chersoneso era compreso tra due fiumi, anticamente chiamati “Hypania”, oggi “Boug Meridional”, proveniente dalla Podolia (centro Ucraina), e il “Kouban”,il quale sorge sul monte El’Brus, la montagna sacra degli iberi caucasici, quindi Hypania è un idronimo da mettere in relazione a una divinità fluviale appartenente alla cultura ibera, dal quale si sarebbe originato anche il nome della Spagna.

In particolare bisogna sottolineare l’etimologia del toponimo Podolia, in quanto il suo territorio era una vastissima palude oggi quasi completamente bonificata, dalla quale si alimenta il Boug, lo stesso vale anche per la confinante Polesia, ancora oggi la più grande palude d’Europa attraversata dal Pryp”jat’ (chiamato anche Pina), perchè tutto ciò ci riconduce al Po, al polesine e alla valle Padana, che a sua volta anticamente era una vasta palude, quindi abbiamo fiumi e pianure che traggono il proprio nome da radici etimologiche comuni.

Etimologicamente trovo molto indicativo il sanscrito “Apadana”, è un termine che indica una grande sala ipostila, vale a dire: chiusa su tre lati e completamente aperta sul lato frontale, praticamente un tempio o una sala del trono dove il popolo poteva adorare gli dei o ossequiare il sovrano dall’esterno. Quindi con apadana, sia dal punto di vista etimologico che figurativo, possiamo già individuare un padiglione, come potrebbe essere la pianura Padana, con le Alpi e gli Appennini a fare da colonne sui tre lati e il Monviso a fare da altare, trono o podio, come dimostra il suo nome Viso, originato dal sanscrito “Wasu” sinonimo di dimora del re, mentre il lato aperto si affaccia sul mare e la pianura veneta.

L’origine dell’aggettivo è indoeuropea e deriva dal sillabico elamita “ha-ha-da-na”, continuato dal sumero “ap-pa-da-an”, ma aveva anche il significato di: “arrivare a”, “magazzino”, “nascondiglio”, per poi diventare definitivamente palazzo. Considerando che Apadana contiene il teonimo Danu, il significato primordiale doveva essere palazzo di Danu, all’interno del quale scorreva il “Fiume di Danu” chiamato appunto “Rheino Danu”.

Allo stesso modo il nome moderno del Po è derivato dalla radice sanscrita “Pà” va inteso come il padre che nutre e protegge, per cui abbiamo il persiano “Pad”, sinonimo di protettore, da cui il latino Padus, e “Padshiah”, sinonimo di Pascià, vale a dire: “Padre e Monarca”, chiamato “Baal”, che gli akkadi chiamavano “Bèlu”, Beel o Beleno per i liguri, per i quali sostituito la Grande Madre Danu, per cui Beel sarebbe il monarca che dimora sul monte Viso

Originariamente Baal o Bèlu significava solo “Dio”, che divenne il nome del dio dei fulmini dei semiti , mentre per i liguri divenne una divinità solare chiamata Beel o Beleno.

Rino Sommaruga

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29 risposte a “I Liguri”

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