Il Diluvio Universale

I ritrovamenti avvenuti in questi ultimi anni sulle pendici della catena montuosa del Tauro, oltre a dimostrare l’esistenza di città e civiltà fondate 10000 mila anni prima di Cristo, stanno attribuendo una notevole importanza alle varie teorie sui cataclismi che hanno colpito la terra, i quali avrebbero generato il mito del diluvio universale, tramandato da tutte le religioni antiche.

Tra tutte trovo molto interessante la teoria relativa al crollo dell’istmo che nel IX millennio a.C. permise alle acque del Mediterraneo di entrare nel Mar Nero, che fino ad allora era solamente un lago di acqua dolce, la cui superficie era cinquanta metri più bassa di quella del Mediterraneo, il quale non essendo ancora terminato lo scioglimento dei ghiacciai, a sua volta doveva ancora recuperare una ventina di metri nei confronti del suo livello attuale.

Oggi la salinità del Mar Nero è poco meno della metà di quella del Mediterraneo, dal quale riceve 200 miliardi di metri cubi di acqua salata all’anno (ma esiste anche una corrente superficiale di acqua salmastra che si riversa nel Mediterraneo) a fronte dei 320 miliardi di metri cubi d’acqua dolce, che ogni anno riceve dai fiumi, ai quali bisogna aggiungere gli oltre 2000 metri di profondità, che favoriscono la decantazione dei sali presenti nell’acqua.

Trattandosi di un grande lago di acqua dolce, il Mar Nero era frequentato da numerose mandrie di animali selvatici, perciò era una specie di paradiso terrestre dei cacciatori.

È di quel periodo la costruzione del tempio di Göbekli Tepe, situato al confine tra l’Anatolia e la Siria, secondo gli archeologi sarebbe iniziata nel 9500 a.C., mentre nel 8000 a.C., fu abbandonato e ricoperto deliberatamente dall’uomo con una coltre di terra alta più di 15 Metri.

Ritrovato nel 1993 grazie all’affioramento di pietre lavorate, nel corso degli scavi sono stati rinvenuti numerosi megaliti sovrapposti tra loro, in modo da formare tante “T” alte dai 3 ai 6 metri, con incisioni rupestri che raffiguravano numerosi animali. Probabilmente la “T” era il simbolo che rappresentava il loro dio, che considerando l’epoca della fondazione del tempio, poteva essere solo la “Grande Madre Terra”, “Thira”, o “Thera”, per i greci arcaici, Thiresia era il nome dei suoi oracoli.

In merito alla sepoltura del tempio, ritengo che si sia trattato di un atto rituale, dovuto al fatto che secondo la tradizione paleolitica, Thira emerge dal cono di un vulcano ed inizia a creare il mondo, da qui l’antica sacralità dei vulcani e delle montagne rosse, vedi i vulcani “Thera “, “El’Brus”, e le “Arunachala” della tradizione vedica, senza dimenticare le “Moot Hill”, della Scozia, e le “Mutere”, del Veneto, colline artificiali sacre, realizzate con argilla rossa.

Quindi i primitivi in onore della dea avrebbero realizzato un tempio sotterraneo del quale emergevano sulla cima della collina i simboli della divinità, e non è escluso che alla base della collina artificiale, ci fosse un cunicolo che raggiungeva la stanza dove era depositato il tesoro della regina

Un toponimo molto indicativo sull’esistenza di un istmo  tra il Mar Nero e il Mar di Marmara, (mare amaro?) è il nome del Bosforo, che nella lingua greca antica significava: “Passaggio del Bue”, quindi il nome del Bosforo indica un luogo che essendo l’unico collegamento tra le due rive opposte permetteva il passaggio delle mandrie, che si spostavano tra i pascoli e le rive del lago.

Ciò sembra confermato anche dallo studio della genetica bovina (Deker 2013), i quali hanno rilevato un’ibridazione introgressiva dal toro africano dei bovini italiani ed iberici (ibrido fertile in grado di ibridarsi con altri ibridi).

Ciò ha indotto alcuni studiosi a considerare l’ipotesi che la pastorizia fosse già praticata nel paleolitico, ma considerando che i cacciatori paleolitici inseguivano le mandrie che migravano verso nord, trovo più plausibile l’ipotesi che il toro africano sia giunto in Europa guidato dal proprio istinto, proprio attraverso il Bosforo o anche nuotando nello stretto di Gibilterra.

È interessante anche il nome dei Monti Tauri, i quali potrebbero aver preso il nome dal passaggio delle mandrie di tori provenienti da sud in cerca di pascoli migliori, e lo stesso si può affermare della Tauride l’attuale Crimea, un’altra regione che allora aveva una forte concentrazione di mandrie taurine.

Quindi esistevano due regioni ad alta concentrazione bovina, poste alle due estremità opposte dal Mar Nero, come se quel mare fosse stato lo spartitraffico del flusso migratorio, di mandrie provenienti dai territori in fase di desertificazione.

È interessante il fatto che il toponimo Bosforo si sia tramandato incorrotto per diecimila anni, ma ancora più interessante, è che anche il nome del “Mar Nero”, è di origine primitiva, in quanto sarebbe la corruzione dell’indoeuropeo “Mornera”, che significava “terra coperta d’acqua”, usato come sinonimo di “Palude”, ma forse originato dal ricordo dell’alluvione che causò l’innalzamento del livello del Mar Nero e la conseguente sommersione perenne di una grossa porzione di terra.

Dalla batigrafia del fondale odierno http://WWW.fmboschetto.it, si nota una vasta pianura a – 66 m dal livello del mare, la quale si estende lungo la costa europea fino a coinvolgere il bacino del Dnepr e tutto il mare d’Azov, sulla quale emerge solo la penisola di Crimea, che in epoca classica era chiamata Tauride; invece lungo le rive Anatolica e Caucasica l’arretramento della costa è stato modesto.

La Tauride era chiamata anche Kersoneso la cui capitale Kerson (Sebastopoli) era una colonia greca.

Kersoneso è un toponimo che i greci hanno diffuso dappertutto, anche la Danimarca, dove erano arrivati i danai, che era chiamata Kersoneso, pertanto mi sembra giusto sottolineare che la sua etimologia ci riporta al toro, in quanto “Kerson” potrebbe derivare dalla stessa radice che ha originato il nome di “Cernunnos”, il dio celtico, metà toro e metà cervo, mentre il suffisso “eso” significherebbe “weso”, sinonimo di dimora, quindi Kersoneso significherebbe: “Dimora di Cernunnos”.

            A parte i circa 80 o 100 mila chilometri quadrati di costa persi dagli insediamenti umani, il vero danno fu la partenza delle mandrie, le quali si sarebbero allontanate dalle acque salate del Mar Nero, seguendo il corso dei fiumi, o attraverso il Caucaso, inseguite dai cacciatori, i quali dispersero o diffusero quella cultura nell’arco di 360 gradi.

Quindi il Mar Nero ed il Tempio di Göbekli Tepe, potrebbero essere stati l’anello di congiunzione culturale tra l’Europa e l’India, che ha portato alla formazione della cultura indoeuropea, che in seguito all’abbandono delle rive del Ponto, si è diffusa lungo le rive del Danubio, dell’Eufrate, del Tigri, e la valle del Caucaso fino a raggiungere la Mesopotamia, l’Egitto, le steppe orientali e l’Europa

Tracce di questa migrazione ce la forniscono gli antropologi, i quali sostengono che i sumeri, la civiltà più antica finora conosciuta, giunsero in Mesopotamia passando dai monti Tauri, mentre gli archeologi sono concordi nel ritenere che: Harappa nella valle dell’Indo e le città dell’alta Mesopotamia sono più antiche di quelle del regno di Sumer, vale a dire Aratta, Eridu, Lagash, Ur, Uruc, situate più a sud, sul livello del mare.

Ma molto significativa è la diffusione nel continente nero del cromosoma genetico “Y” “R1b(V88)”, di origine caucasica, avvenuta in un periodo concomitante con l’abbandono di Göbekli Tepe, quando il Sahara era ancora una savana.

Questo aplogruppo oggi è presente tra i Fulani (Camerun e Nigeria) per il 54%, tra i Kirdi (Nigeria), con frequenze che variano dal 30 al 95%, in Sudan, Coopti 15% e Hausa 45%, berberi libico egiziani 23%, Egitto 5% ebrei 4%.

In questa migrazione si potrebbe identificare la stirpe camitica e collegare la catastrofe del Mar Nero con il diluvio biblico.

Ciò sembra confermato anche archeologicamente, in quanto nello stesso periodo è attestata la diffusione della cultura Capsiana, si tratta di pastori che progressivamente hanno colonizzato le coste mediterranee dell’Africa per poi arrivare in Spagna, dando inizio alla cultura iberica.

I capsiani, dal nome della città antica di Capsa, oggi Gafsa si sovrapposero alla precedente cultura dell’uomo di Mechta- Afalou un tipo di Cro-Magnon arcaico, 20000 a.C., più basso e minuto del caucasoide.

Lo stesso si potrebbe dire dei semiti, ma questi pur appartenendo al tipo antropico: “Bianco Caucasico”, e provenienti dal Caucaso, non appartenevano allo stesso gruppo genetico dei caucasici migrati in Africa.

Infatti i semiti appartengono all’aplogruppo “J”, il quale è una delle due linee evolutive dell’aplogruppo “K”, dal quale si è originata anche la linea evolutiva “I”, Scandinavi, da cui le differenti nomenclature “I” e “J”.

Bisogna sottolineare che in origine si trattava di piccoli gruppi composti da un centinaio di persone, dove l’accoppiamento tra consanguinei era abbastanza frequente, condizione che favoriva lo sviluppo di una morfologia caratteristica dell’elemento dominante del gruppo, ed una eventuale diversificazione dell’evoluzione genetica.

Da ciò i caratteristici capelli biondi degli scandinavi e le capigliature nere degli arabi i quali le avrebbero acquisite dai sumeri, popolazione di probabile origine Hindi con i quali i semiti hanno convissuto in Mesopotamia migliaia di anni fino ad integrarli.

Questa tesi è dimostrata anche dal fatto che i sumeri amavano distinguersi dai semiti definendosi “Teste Nere”, e che la loro cultura essendo estremamente meritocratica non escludeva il fatto che anche i servi e gli schiavi semiti potessero salire nella scala sociale e sposarsi con una donna sumera, trasmettendo ai propri discendenti anche i caratteri sumeri.

Questo macro gruppo sarebbe originario dell’India, dalla quale si è spostato nel Caucaso, dove forse a causa del sovrappopolamento delle rive del Mar Nero, alcuni di loro hanno iniziato a risalire il Danubio, popolando i Balcani, l’Italia, e in seguito il nord Europa, innescando una propria linea evolutiva oggi denominata “I”, vale a dire i proto europei, i quali a loro volta si evolveranno in altri due gruppi lo “I1” oggi riconducibile agli scandinavi e lo “I2” che contraddistingue gli slavi.

Dopo il cataclisma del mar Nero, gli appartenenti alla linea evolutiva “J”, sotto la guida di un capo mitologico, che poteva anche chiamarsi Sem, si sarebbero spostati verso la penisola arabica, che allora come il Sahara assomigliava più a una savana che a un deserto, e anche loro si separarono, infatti quelli che penetrarono nella penisola araba diedero vita a una propria linea evolutiva indicata con la sigla “J1”, mentre quelli che si fermarono nel territorio siriano formarono il ceppo generico “J2”, che in seguito si diffuse nel mediterraneo orientale.

     Le stesse teorie sull’inondazione del Mar Nero, vengono avanzate anche nei confronti dello stretto di Hormuz e del Golfo Persico, e sono senz’altro valide per quanto riguarda l’innalzamento del livello del mare, che è stato nell’ordine massimo di 120 metri, infatti la profondità media del golfo di 50 metri, ci dice che allora il golfo era un territorio completamente emerso attraversato da un fiume, che riuniva il Tigri e L’Eufrate e quindi abitato, ma la sua attuale profondità massima di 180 metri, per di più nei pressi dello stretto di Hormuz, a sua volta profondo 200 metri m’impedisce di pensare all’esistenza di una barriera che separava i due mari e di un lago, che attirava lungo le sue rive numerose mandrie di animali.

Ciò andrebbe messo in relazione anche con il processo di desertificazione, iniziato durante l’era glaciale, che ha progressivamente allontanato dalla bassa Mesopotamia la vegetazione e i grandi mammiferi.

Anche il mar Caspio presenta caratteristiche che possono far pensare a un diluvio originato da un improvviso aumento del flusso idrico.

Ciò è dovuto al fatto che questo lago salato è posto all’interno della “Depressione Caspica”, ragion per cui il livello delle sue acque è di 28 metri sotto il livello del mare, mentre il fondale scende dai 6 metri nel bacino settentrionale, con una profondità media di 25 metri, ai 1025metri del bacino meridionale, nei pressi della costa della fertile valle dell’Hyrcania, situata ai piedi del vulcano Damavand,  pertanto con un fondale inclinato verso sud si può supporre che durante l’era glaciale il livello delle acque fosse  ancora molto più basso, e quindi  la depressione caucasica  fosse un ampio territorio abitato.

Le stesse ipotesi valgono anche per il mar Rosso, anche se la sua profondità massima 2200 m e media 500, lasciano poco spazio alle ipotesi.

A ciò bisogna aggiungere le frequenti bufere di sabbia che si scaricano sull’acqua, causando il progressivo innalzamento del fondale.

Lo stretto di Bab el Mandeb (Porta del lamento funebre), che separa il mar Rosso dall’oceano Indiano, con la sua profondità inferiore ai duecento metri ha dato luogo alla leggenda di un mitico re che fece abbattere la montagna che separava i due mari.

Un’altra leggenda parla di un terremoto catastrofico che causò la separazione della costa africana da quella arabica e l’annegamento di molte persone.

 

Rino Sommaruga

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