Il Tirolo

   Il Tirolo esiste come stato indipendente fin dal XII secolo d.C., allora era un possedimento del conte Mainardo I di Tirolo-Gorizia, ed aveva un’estensione territoriale che comprendeva parte dell’Engadina, della val Tellina fino a Tirano, tutto il Trentino, il Friuli e l’Austria, mentre il capoluogo era Castel Tirolo nei pressi di Merano.

Ma il concetto di Tirolo serpeggiava già in epoca romana, in quanto i legionari fondarono una base logistica nei pressi di Innsbruck chiamata Teriolis, poi divenuta città mercato, oggi identificata con Zirl, quini possiamo supporre che Teriolis fosse un toponimo con il quale i romani identificavano il territorio di un popolo che adorava una divinità della terra chiamata Maia, o anche “Magera”, perché era la portatrice dei frutti della terra, dalla quale prenderà il nome il mese di maggio.

Infatti, documenti risalenti al 857 d.C. attestano che Merano in origine era chiamata Maia, mentre il territorio circostante era detto Mairania,

Il nome primitivo di Merano è conservato ancora oggi dai due quartieri più antichi della città, Maia Alta e Maia Bassa, un toponimo che faceva riferimento a Maia una dea greca della fertilità, adorata anche dai romani.

Le logiche che nei tempi primitivi condizionavano la fondazione dei villaggi, mi fanno supporre che Maia Alta fosse il villaggio retico primitivo, mentre Maia Bassa fosse il primo insediamento romano.

In seguito i villaggi del circondario sarebbero stati riuniti in un unico centro amministrativo chiamato Mairania, sinonimo di “Maia Regina”, diventato Meran in tedesco e Maran in ladino, mentre io ipotizzo una pronuncia più primitiva come “Meràa”, o “Merä”.

Maia era una divinità della primavera, e faceva parte dell’olimpo greco in quanto madre di Ermes, il messaggero degli dei, ed era figlia di Pleione, una ninfa protettrice della navigazione, a sua volta figlia di Oceano.

Il padre di Maia era Atlante, uno dei titani spodestati dagli dei dell’Olimpo, pertanto possiamo supporre che Maia fosse una grande madre pre ellenica, in quanto nella lingua greca antica il suo nome significava: “Ostetrica” il cui culto è migrato verso nord con i celti, vale a dire i greci primitivi, come i minoici o i pelasgi, dei quali i reti abitanti del Tirolo potevano essere una tribù.

Secondo la tradizione romana, ogni primo maggio il sacerdote di Vulcano le sacrificava una scrofa gravida, nessuno ne conosce la ragione ma uno scrittore del IV secolo d.C., Ambrogio Teodosio Macrobio, riferisce che Lucius Cincio Alimento (uno storico, politico e pretore in Sicilia, nel 210 a.C., quando venne fatto prigioniero da Annibale), nei suoi annali (andati perduti) spiegava che Vulcano era il marito di Maia.

Il fatto che Lucio Cincio fosse soprannominato Alimento mi fa supporre che fosse il sacerdote di una divinità dell’agricoltura, come appunto poteva essere Maia, il cui culto potrebbe essere stato adottato dai romani durante la seconda guerra punica, in quanto solitamente i romani cercavano di rabbonire le divinità dei nemici, ammettendo i loro culti a Roma, erigendo templi in loro onore.

Così fecero con Giunone durante la guerra con Vejo, e con Cibele, la Grande Madre dei frigi, adorata anche dagli insubri alleati di Annibale.

Forse Maia, la Primavera, era figlia di Cibele?  Come Persefone e Proserpina lo erano di Demetra e Cerere? L’accostamento a Vulcano mi fa pensare anche a Thera, la Grande Madre dei minoici, della quale il vulcano Santorini era la sua manifestazione, In questo caso Vulcano poteva esserle padre o marito. Non a caso nella mitologia greco-romana Efesto e Vulcano erano mariti rispettivamente di Afrodite e Venere.

Ma essendo Maia una dea della primavera il suo essere andrebbe comparato a quello di Persefone e Proserpina, che come lei nella mitologia greco-romana erano la Primavera e mogli di Ade e Pluto, due divinità del regno dei morti, per cui potevano stare tra i vivi solo sei mesi l’anno, i quali coincidevano con la primavera e l’estate.

Quindi il vero marito di Maia avrebbe potuto essere Velkhanos una divinità dei morti cretese (minoici), il cui nome o entità potrebbero essere stati confusi dai latini.

Il teonimo Thera potrebbe essere anche lui all’origine del toponimo Tirolo, in quanto è la radice greca che indica la terra.

Ma la divinità più importante dei reti sembra essere stata Reitia, che alcuni storici identificano anche come Rethia Phora la dea dei passaggi, in quanto veniva raffigurata con in mano una chiave, perchè considerata la Guardiana della porta del Cielo e pertanto veniva identificata con la luna.

Un particolare da non trascurare è il nome del passo Resia, il quale ricalca esattamente il teonimo Rethia Phora.

Sicuramente Rethia era la Grande Madre del popolo retico, e per questo si chiamavano reti, vale a dire: figli di Reitia o Rethia, ma in ogni caso si trattava della stessa entità divina di tutte le grandi madri della cultura indoeuropea, quindi alter ego di Demetra e Cerere Cibele e forse madre di Maia.

Piuttosto contradditorio il fatto che al passo Resia sorge L’Adige ed inizia la valle Venosta, due toponimi che sembrano riferirsi ad altre divinità.

Ufficialmente Adige sarebbe la traduzione del tedesco “Tyrol”, il quale significa terra e farebbe riferimento alla Grande Madre Thera, Gea o Gaia per gli elleni, Tellus per i romani, la quale  a sua volta darebbe il nome all’adiacente val Tellina,  mentre il prefisso “Ad”, di Adige è caratteristico in alcuni nomi di fiumi, che ritroviamo anche nel nell’idronomo Adda che sorge in val Tellina, quindi considerando la stretta identità culturale tra gli antichi tirolesi e i valtellinesi escludo che Adige e Tyrol abbiano lo stesso significato.

In realtà il nome dell’Adige è una corruzione del teonimo “Aditī una Grande Madre alter ego di Danu, indicata come la madre delle divinità “aditya”, i quali non sono altro che Varuna, Indra, Mitra, ecc. vale a dire gli stessi danava figli di Danu.

Quindi Aditī e Danu sarebbero stati i nomi tribali di una stessa entità divina, e con ogni probabilità Aditī era la grande madre dei germani.

Da ciò deriverebbe l’utilizzo del prefisso “Ad” nella formazione di alcuni idronomi, e soprattutto voglio indicare il nome dell’Adamello, la montagna che divide la valle Camonica dal Tirolo il quale è formato dal prefisso “Ada”, e dalla radice celtica “Mello”, comunemente nota come sinonimo di collina, ma evidentemente a quei tempi, la gente non distingueva le colline dalle montagne, e per loro erano semplicemente dei luoghi alti.

Quindi il toponimo Adamello avrebbe indicato una montagna sacra ad “Ada”, forse un diminutivo di Aditī; questo grazie al suo imponente ghiacciaio che ricopre la sua vetta, che gli antichi consideravano una manifestazione della Grande Madre.

Da considerare nei pressi del Passo di Resia il Lago della Muta, situato nel comune di Curon; il cui toponimo fa pensare alla presenza di un gurù, il quale interpretava i mugugni di una donna muta, come manifestazione della volontà del dio, il quale doveva trattarsi di una divinità solare come appunto Vindonnus, un’usanza che riscontriamo anche nella fondazione di Roma, in quanto il nome di Acca Laurentia significava appunto la Muta dell’Alloro, albero sacro alle divinità solari.

Acca Laurentia era soprannominata la “Lupa”, in quanto secondo la credenza popolare il dio dell’alloro, il Lupo Apollo, oppure un’altra divinità solare si accoppiava con lei trasmettendogli le sue volontà.

Nell’Iliade Omero cita la sacerdotessa di Apollo destinata a rimanere inascoltata, quindi possiamo concludere che anche lei fosse muta.

Ma ciò che non torna in questo mito è il nome della sacerdotessa: “Cassandra”, il quale significa: “Colei che Passa tra le Querce”, quindi era una sacerdotessa di Cassio, e non di Apollo.

Ciò a dimostrazione che i racconti di Omero potevano essere ispirati da fatti e personaggi realmente vissuti, ma non coerenti o in relazione tra loro.  

La presenza del culto di una divinità solare, potrebbe aiutarmi a svelare l’origine del toponimo Venosta, in quanto posso prendere in considerazione il fatto che la valle è chiamata anche val di Sole, per la presenza di un monte indicato con il nome Sole, il quale per i valligiani ha un’importanza vitale, in quanto ripara la valle dalla tramontana, conferendole un clima mite e asciutto che favorisce l’agricoltura.

Quindi il toponimo valle Venosta potrebbe essere originato da un teonimo legato al culto del sole come potrebbe essere “Vindonno”, chiamato anche Windo o Lindo (sinonimo di Bianco) una divinità del sole anatolica, protettore di Troia (Wilusa) al quale era sacre anche Vienna e “Vinitia” (Venezia) primitiva (le città Bianche).

Bisogna considerare che i reti erano i discendenti degli abitanti primitivi della Grecia e Anatolia, provenienti dall’Albania caucasica attuale Azerbaigian, e originari della Persia pertanto erano portatori di una cultura che in epoche successive i micenei e gli elleni hanno adattato alle loro lingue e culti, prima con Poseidone e poi con Zeus, tanto che Vindonnus diventerà Apollo ed Elios. Infatti i celti romanizzati associavano il culto di Apollo con quello di Vindonnus

Bisogna sottolineare che i romani conoscevano la Rethia con il nome di Raetia et Vindelicum, proprio perché il territorio era popolato dai vindelici una tribù di adoratori di Vindonnus arrivati nel territorio retico dopo la caduta dell’impero ittita e quindi portatori della cultura del ferro, i quali si sarebbero insediati tra i reti, risalendo la valle Venosta, per poi scendere in riva al Danubio; e dove non a caso i romani fonderanno la città di “Augusta Vindelicum”, oggi semplicemente Augusta.

Da citare anche Veldidena, “Uuiltino” per i vindelici, dove i romani fondarono un’altra base di rifornimento, il luogo oggi è chiamato Wilten, un toponimo che richiama la divinità Wilios (Bianco), ed è un quartiere di Innsbruck.

Il quartiere sorge ai piedi del monte Bergisel, un toponimo che in apparenza potrebbe sembrare germanico ed indicare una fortezza, ma considerando che sulla cima del monte sono stati ritrovati bronzi risalenti al XII secolo a.C., in gran parte trafugati, e tracce di altari votivi, che testimoniano la presenza dei celti è fuor di dubbio che il toponimo sia di origine retica, quindi Bergisel significava Monte di Isel.

Quale sia il significato di Isel è difficile dirlo, ma una traccia ce la potrebbe fornire il fenicio Ezbel, dal quale deriva l’indeuropeo Isabella, il cui significato era “Amante di Bel”, per cui possiamo supporre che il monte Isel svolgesse le stesse funzioni della torre di Babele, sulla quale viveva una sacerdotessa destinata all’incontro carnale con il dio, Bel, Baal o Vindonnus.

In proposito anche l’italico Veldidena porterebbe all’identica ipotesi, in quanto il suffisso “Dena” potrebbe derivare dal nome Dana che in sanscrito significa “Generosa”, e in persiano “Sapiente”, due etimi derivanti da lingue antiche, che comunque farebbero riferimento a una sacerdotessa o a una dea.

Da sottolineare anche il fatto che ancora nel 850 d.C., oltre al toponimo romano “Locus Wiltina”, era ancora in uso il nome Vindelico del luogo, vale a dire: “Uuiltino”, il quale ci riconduce al golasecchiano Uillo e all’omerico Ilios”, il mitico fondatore di Troia, e che con le 2 u al posto della W, denota l’origine primitiva della lingua parlata dai vindelici.

In seguito alla mitologica guerra di Troia (Wilusa) l’Anatolia fu investita da una grave carestia, un evento che trova riscontro sia nella leggenda del principe Tirrenus, che nei documenti egiziani, i quali registrano l’invio di cereali agli ittiti da parte del faraone Merenptah, in quanto gli alleati erano stati colpiti da una carestia.

Quindi a causa della carestia, verso la fine del secondo millennio a.C., gli agricoltori anatolici sarebbero migrati verso nord, seguendo la costa adriatica  raggiungendo il Veneto, da dove risalendo la valle Venosta arriveranno nella Raetia transalpina, dove si divideranno, alcuni clan si dirigeranno verso il Baltico, altri raggiungeranno la Normandia, dove dopo oltre un millennio li troverà Giulio Cesare, che li chiamerà “Veneti dell’Armorica”, Pomponio Mela cita il lago di Costanza con il nome di “Lacus Venetus”, Claudio Tolomeo cita il Golfo di Danzica come  “Sinus Venedicus”, Plinio il Vecchio li localizza lungo la Vistola.

Questa migrazione merita un commento a parte, perché a parte la diffusione dei segreti della metallurgia del ferro, he fino allora gli ittiti avevano tenuta segreta, l’abbandono dei campi divenuti improduttivi, ha dato il via a una fase storica molto importante, che ha determinato l’inizio del periodo ellenico.

L’abbandono della coltivazione ha favorito il ritorno della pastorizia, e quindi l’arrivo dei pastori Dori, Ioni ed Eoli (elleni), che già premevano dal confine della Siria, le cui capre potevano nutrirsi con le erbacce che crescevano sui campi inariditi dall’eccessivo sfruttamento.

Gli elleni poi raggiungeranno anche la Grecia, evidentemente anche lei colpita dalla carestia dove fonderanno una nuova grande civiltà. 

Sempre in merito alle divinità anatoliche giunte nel Tirolo all’inizio dell’età del ferro, bisogna citare anche Kephisos dio delle sorgenti, dal quale prende il nome la sorgente Cepina in val Tellina, e tante altre fonti diffuse sulle Prealpi.

Dal teonimo Kephisos deriva anche il nome di una roccia chiamata ceppo, dalla quale abitualmente sgorgano le acque della falda idrica superficiale.

In val Tellina era adorato anche Bormanus, al quale tra le varie fonti erano sacre le sorgenti di Bormio.

Tra le divinità norrene che avrebbero potuto originare il nome del Tirolo, è appariscente il teonimo “Tyr”, il dio della guerra e della giustizia dei germani (ariani), ma la divina Maia mi fa ritenere che i tirolesi fossero un popolo di contadini pacifici, discendenti da quegli agricoltori persiani (danai), che migliaia di anni prima abbandonarono la Persia in cerca di nuove terre da coltivare.

I quali attraversando il Caucaso, l’Anatolia, i Balcani, le Alpi e la Manica, popolarono l’Europa Occidentale, portando con sé una parte del seme della cultura indoeuropea, che poi avrebbero ricongiunto con la parte del seme portata dai germani, i quali avevano popolato l’Europa Orientale.

Rino Sommaruga

Copyright 2019 Rino Sommaruga

rinosommaruga@gmail.com Facebook Rino Sommaruga