Gli Italici

La prima civiltà di cui si ha traccia in Italia risale al VI millennio a.C., e fa riferimento alla cultura della “Ceramica Cardiale”, si tratta di una popolazione originaria della valle dell’Indo, facente parte di un flusso migratorio che attraversando la Persia, il Caucaso, L’Anatolia, la Grecia e l’Italia, ha colonizzato l’Europa occidentale, dando origine alla cultura Indoeuropea.

Si trattava di cacciatori raccoglitori che praticavano anche l’agricoltura e l’allevamento, ma pur appartenendo a una civiltà evoluta, che sapeva anche navigare, vivevano in grotte artificiali, scavate in devozione alla Grande Madre Terra, dalla quale non volevano separarsi, e a loro si deve la fondazione della città di Matera, famosa proprio per le case scavate nella roccia, il cui toponimo è l’acronimo di “Madre Terra”.

Polibio e Plinio il Vecchio indicavano la Calabria con il nome di “Cocynthos”, Kokynthos in greco, due toponimi che i linguisti definiscono pre Indoeuropei e non sono in grado di tradurre. In realtà il toponimo Kokynthos sarebbe molto affine a Zakynthos un’isola ionica oggi chiamata Zante, la quale deve il suo nome al mitologico Zakynthos, quindi la radice “kynthos mi fa pensare a un nome tribale oppure diversamente a un recinto.

Un aiuto per la soluzione del dilemma ci potrebbe arrivare dal toponimo Cosenza, la quale sarebbe stata fondata sopra a un villaggio antico chiamato: Kos, o Kossa, che secondo alcuni diventeranno la base dell’indoeuropeo grotta o caverna, quindi si può pensare anche a un villaggio che come Matera era scavato nel tufo , il lemma sarebbe poi corrotto per difetto di pronuncia dall’italico fossa e dal lombardo foss.

Da considerare che anche Gravina è un altro etimo pre indoeuropeo, del quale non si conosce il significato antico, ma che oggi indica una fossa all’interno della quale i neolitici hanno scavato le loro case.

Quindi Kokynthos significherebbe grotta nel recinto?

Durante l’età del bronzo in Italia giunsero altri popoli, mentre le conoscenze attuali ci portano a considerare gli “enotri”, come il popolo italico più antico, i quali potrebbero anche essere i discendenti dei Kokynthos.
Sul significato del toponimo “Enotria”, si può fare riferimento al sanscrito “Eno”, sinonimo di fiume come prefisso, mentre la radice “otri” potrebbe derivare dal latino “Uter”, sinonimo di utero, con riferimento al canale e al mare Adriatico che simboleggiano un utero, oppure dal greco “oythar”, corrispondente a seno o mammella ma soprattutto al sanscrito “aothra”, sinonimo di scarpa, come appare il territorio abitato dagli enotri, quindi dobbiamo supporre che anche loro appartenessero alla cultura indoeuropea.

Ma il dubbio che allora ci fossero dei cartografi in grado di disegnare in modo perfetto la forma della nostra penisola, e il prefisso Eno”, mi fa pensare a un significato diverso, forse il toponimo Enotria poteva indicare la “Terra dei Tre Fiumi”, o forse da una pronuncia più arcaica, Eno poteva indicare il “Mare” quindi “Terra dei Tre Mari”.
Si potrebbe considerare anche il messapico “Odra”, sinonimo di acqua, in questo caso si avrebbe “Enodra”, con il significato di: “Fiume di Acqua”, non avrebbe senso, a meno che: uno dei due sostantivi non sia il nome di una divinità delle acque, pertanto andrebbe inteso come “Fiume di Odra” oppure” “Acqua di Eno”.
Eno sarebbe un sinonimo del greco “Eri”, derivato da “Eris”, quindi tanto Eno che Eri potrebbero essere un riferimento a una divinità delle acque

L’Enotria ci porta alla località di Otranto, la città più orientale d’italia, la quale si affaccia sull’omonimo canale marino, e che come il resto della Puglia, era abitata dai Messapi, una popolazione pre ellenica proveniente dalla Grecia, e a loro è dovuta l’origine del toponimo Otranto, originato appunto dal messapico “odra” sinonimo di “acqua”, da cui il nome in greco classico “Hydroùs”, e in latino “Hydruntum”, mentre il torrente che divide in due la città, dandogli l’aspetto di due località riunite, era chiamato Hydrus oggi Idro.

Infatti sulla fondazione di Otranto, si può pensare a due insediamenti separati dal fiume, in quanto, al territorio di Otranto oggi appartiene anche “Punta Palascia”, ora Capo d’Otranto, mi sembra evidente che in quel luogo sono sbarcati anche i palaici i quali in seguito porteranno il culto di “Etna” in Sicilia.

Dall’idronimo idro hanno sicuramente origine i nomi della città di Atri nel Molise, Adria nel Polesine e del mare Adriatico.
Infatti il nome Adriatico è composto dalle radici greche Hydrus, e “Attikòs”, che significa appartenente all’Attica, ma anche attiguo, o attilato vale a dire “Mare Stretto”, ma bisogna anche considerare che Atene era la capitale dell’Attica, e pertanto bisogna prendere in considerazione anche la sua divinità principale: “Athena”, quindi: “Acqua di Athena”.

L’idronimo Idro lo troviamo anche in Slovenia, nei pressi di Caporetto, si tratta di un paesino attraversato dall’omonimo fiume, ed anche in provincia di Brescia, con il lago d’Idro, chiamato anche “Eridio”.

Ma tra le divinità adorate dai messapi e dagli eridani andrebbe inserita anche “Eris”, la dea della discordia degli elleni.
Infatti la dea assunse questa entità dopo aver lanciato la mela della discordia, che portò la lite tra: Hera, Athena e Afrodite, una contesa che richiese il giudizio di Paride e causò la guerra di Troia.


Il motivo della provocazione fu il mancato invito della dea al matrimonio di Peleo e Teti (futuri genitori di Achille), al quale parteciparono tutti gli dei dell’Olimpo.
Quindi se al matrimonio di Peleo e Teti parteciparono tutti gli dei dell’Olimpo, significa che Eris era una divinità appartenente a una cultura pre ellenica e probabilmente era stata ripudiata dalla gente.

Infatti il nome di Peleo, ci dice chiaramente che il re della Tessaglia, non era un elleno, ma un pelasgio, il quale sposando Teti figlia di Zeus avrebbe dovuto essere un adoratore del suocero, Ma al tempo di Peleo e della guerra di Troia il mondo greco era dominato dai micenei il cui dio era Poseidone mentre gli elleni Zeus e gli dei dell’Olimpo erano ancora di la da venire, quindi appare evidente il tentativo dei teologi elleni di accomunare una divinità dei pelasgi al culto di Zeus.

Nella mitologia greca, secondo alcuni Eris era la sorella minore di Ares, altri gli attribuiscono origini diverse come figlia di Zeus o Hera, ma concepita come Athena, vale a dire senza accoppiamento.
a Eris viene attribuita anche la maternità della dea del fiume Lete, il fiume dell’oblio.

L’esistenza di una divinità delle acque chiamata Eris è confermata anche dal nome”dell’Eritrea, “Eritriyà”, in sanscrito, “Erythros”, in greco antico, che significava “Mar Rosso”, quindi Eris era sicuramente una divinità delle acque.
Ricordiamo che le rive nord occidentali del Mar Rosso sono state colonizzate dai caucasici per ben due volte la prima: novemila anni fa, la seconda nel II millennio a.C. e non a caso, nella lingua egizia “eri”, aveva il significato di inondazione.

In conclusione considerando che come il nome di Danae Eris aveva numerosi significati, sempre relativi all’acqua, si può affermare che Eris era la stessa entità di Danu, alla quale però era stato attribuito un teonimo tribale, o comunque non vedico.

Durante l’età del bronzo, le prime popolazioni ad insediarsi in Italia, provenivano dalla Tessaglia, una regione composta da numerose ed ampie vallate situate a sud della Macedonia e del monte Olimpo, le quali sbucano nel golfo di Salonicco.
Le due popolazioni pre minoiche più antiche, che sembrano originate dalla stessa etnia, la cui presenza in italia è citata nella mitologia greca, sono i lapiti, popolazione estremamente civile, composta da agricoltori e da grandi domatori di cavalli, e i centauri, pastori montanari barbari, i quali entreranno nel mito come uomini metà cavallo, per il fatto che non scendevano mai dal proprio cavallo, nemmeno in combattimento, ed è proprio grazie a questa abilità, che Nesso, nonostante sia ferito mortalmente, riesce a sfuggire alla furia di Ercole, il quale combattendo a piedi non poteva inseguire l’avversario.

Questa abilità nell’allevare i cavalli e di cavalcarli, unite alla posizione geografica della Tessaglia, un territorio interessato dai flussi migratori provenienti dal nord est, mi fanno pensare a popoli provenienti dalla steppa Caucasica, luogo dove i cavalli furono addomesticati prima del secondo millennio a.C.

Nel corso del II millennio a.C., queste popolazioni primitive migrarono dalla Tessaglia a causa dell’arrivo delle prime popolazioni elleniche, che li spinsero verso l’Albania e poi in Italia.
A testimonianza del loro arrivo in Italia sono sopravvissuti toponimi come: Riva dei Tessali, e Castanea, continuazione del nome di un’antica città della Tessaglia, che nel medio evo diventerà: Castellaneta (Taranto).


Secondo Strabone i tessali primitivi fondarono Ravenna, che in seguito avrebbero ceduto agli umbri, per poi scomparire dalla storia, probabilmente assorbiti dai nuovi arrivati; potrebbe trattarsi dei rasna o rasenna, i Villanoviani che si sarebbero associati con i fenici fondando la civiltà etrusca.
Altri toponimi tessali che sembrano continuare la tradizione pre ellenica li troviamo anche nel territorio dei liguri, sono “Angeia” con riferimento ad Angera e: “Antron”, forse la valle Antrona sempre sul lago Maggiore.

L’epoca dell’arrivo in Puglia dei proto tessali, coincide con l’arrivo degli Japigi popolazione di identica origine, così chiamati dagli storici greci perché ritenuti discendenti di Japige figlio di Dedalo.


Gli Japigi, anche loro grandi agricoltori e allevatori di cavalli, si mescolarono con le popolazioni indigene formando varie tribù come i Dauni è i Peucezi, le quali vivevano nelle attuali province di Foggia e Bari, in seguito i romani li chiameranno Apuli e Apulia la terra dove vivevano, forse perché adoratori di Apollo.

Lapiti e Japigi, sono due etnonimi che hanno una forte affinità etimologica, che però non riesco a ricostruire; per i lapiti la radice piti e la loro provabile origine scita, mi fanno pensare ai pitti, in particolare la radice sembra riferirsi al greco “pityron” sinonimo di crusca, termine usato dai greci per indicare la “pitiriasi” una dermopatia che produce arrossamento e successiva desquamazione della pelle, una patologia che colpisce soprattutto le persone dalla carnagione più chiara

Nel nome degli japigi invece troviamo due radici che hanno lo stesso significato, il greco “ìambos” sinonimo di “battuta”, di spirito o di piede, usata nella metrica musicale.
Da ricordare l’inglese “Jump” (pronuncia giamp), sinonimo di salto.
Il prefisso “ja” se originato da “jambos” sarebbe assimilabile al gallico “jamboo” sinonimo di coscia, continuato ancora oggi dal dialetto lombardo e dalla lingua francese.
Pigi a sua volta è un palese riferimento al verbo pigiare, derivato direttamente dal greco “pigio” “pigis” al plurale, un riferimento alla gamba che pigia, quindi un sinonimo di battuta, forse si trattava di quei lapiti che inizialmente si lasciarono sottomettere dagli elleni, e poi giunti in Italia come lavoratori.
Curiosamente nei pressi di Porto Cesareo, non lontano da riva dei Tessali, c’è una località chiamata Punta Prosciutto, un caso o un retaggio del passato?

Considerando che erano abili cavalieri provenienti dal nord est, si può supporre che gli japigi indossassero le brache in pelle, un indumento molto utile nel cavalcare senza sella, quindi possiamo pensare anche al persiano “päy jamè”, il quale significava: “vestito da gamba”, poi diventato “pigiama”, considerando la grande affinità di usi e costumi, tra i persiani le popolazioni pre elleniche, accomunati da usanze caucasiche, possiamo pensare che gli elleni, essendo di origine siriana e cultura semita, li distinguevano proprio dal fatto che portavano il päy jamè .

Sicuramente gli elleni nel vedere degli uomini che cavalcavano con indosso delle brache di pelle, potevano essere vittime di un effetto ottico, che li portava a vedere un tutt’uno di cavallo e cavaliere, per la fortuna dei cantastorie, i quali trovavano nei centauri ampia materia per il loro sensazionalismo.

Sembra che gli japigi parlassero la stessa lingua e avessero la stessa origine etnica dei messapi, dei calabri e dei salentini, popoli che vivevano più a sud, praticamente nel territorio dove sbarcarono i Lapiti.


A conferma del legame dei messapi dell’età del bronzo con i cavalli, alla periferia di Lecce, si trovano le tracce di una loro importante città chiamata Cavallino, mentre di quel poco che si conosce sulla loro religione, sembra che nei sacrifici cultuali usassero bruciare un cavallo vivo. Ciò trova riscontro nella cultura paleoveneta nella quale è attestato il culto di Nettuno, al quale venivano sacrificati i cavalli, come attestato a Oderzo , un culto celebrato anche ad Altinum, località situata nei pressi della Cavallino veneta.

In particolare voglio citare i calabri, una popolazione che solo in seguito si insediò nella regione che oggi porta il loro nome, in quanto l’etimologia del loro etnonimo è interessante, perchè il loro nome greco “kalabros”, significa: “scendono dai monti”, infatti secondo i linguisti “kala” (scende) sarebbe un verbo di origine italica, poi adottato anche dalla lingua ellenica, mentre “bros”, è originato dal greco “òros”, sinonimo di monte.


In Calabria esisteva un fiume e relativa divinità chiamati appunto Kalabros, dei quali si è persa la memoria, l’unico ricordo è rimasto il nome della sorgente chiamata “Lika”, situata in Lucania, la quale farebbe pensare a una divinità da mettere in relazione con la Lucania stessa, e ai luvi o luky, ma anche a Lykoreia e a likos, sinonimo di lupo o licaone, quindi poteva essere una sorgente sacra ad Apollo.

Si potrebbe anche considerare che nella lingua celtica lika significa “pietra”, e quindi ipotizzare che la sorgente fosse situata sul monte “Petricelle”, sul quale sorge il fiume “Esaro”, il cui idronomo è affine al toponimo Pesaro, la quale è bagnata dal fiume “Foglia”, anticamente chiamato “Isaurus”, dal quale deriva il nome di Pesaro: “Pisaurus”, da considerare anche l’Isarco in alto Adige, “Isarus o Isarcus”, in latino, e il fiume francese “Iserè”, Isara in latino .


Lungo il corso dell’Esaro sono stati ritrovati i resti di un centro termale risalente all’epoca romana, quindi posiamo pensare che anticamente le acque dell’Esaro erano considerate curative, pertanto la sua sorgente era considerata più importante di quella del Crati, il quale pur avendo una portata d’acqua maggiore era considerato un suo affluente, quindi Kalabros era il nome di un fiume che sorgeva sul monte Petricelle allora chiamato Lika (Pietra).


Da considerare che l’idronimo Crati deriva da cratere, il che rispetta l’aspetto della piana di Sibari, un ampio terrazzo tra i monti, che allora poteva essere paludoso, con il fiume Esaro che sfociava direttamente in mare o in una palude.
I linguisti attribuiscono al prefisso “Is”, un origine primitiva, usato nella formazione di idronimi che indicavano fiumi che scorrono su pendii ripidi.

Anche Vibo Valentia ha un nome antico di origine vitula-bruzia “Hipponion”, un toponimo nel quale troviamo la radice greca “hippo”, sinonimo di cavallo e il celtico “nion” che indica il frassino, albero sacro a Poseidone, dio del mare, ma anche dei cavalli, come la celtica Epona, anzi, etimologicamente Hipponion potrebbe essere la forma greca per indicare un luogo sacro proprio ad Epona, a dimostrazione che la cultura italica era celta.
Ma a questo punto si può anche mettere in discussione il toponimo moderno, in quanto Vibo Valentia fa riferimento a due località distinte, “Vibona”, in riva al mare e Valentia sulla collina.

Infatti, constatato la presenza del culto di Epona, la dea dei cavalli, che compie anche la magia di far galleggiare le cose, si può concludere che “Vibona” sia una corruzione di Epona o un epiteto rivolto alla matrona dei celti, conseguentemente anche “Valentia”, non sarebbe un titolo onorifico attribuito dai romani agli abitanti della collina, per la loro fedeltà durante le guerre puniche, ma un toponimo generato dalla cultura ligure, come le varie: Valenza, Valencia, Valence, Valenciennes, ecc..

Ma non posso escludere che il culto di Epona sia stato introdotto dai coloni romani, i quali avevano adottato la dea celtica come protettrice di cavalli e cavalieri, e bisogna considerare anche i mercenari liguri al servizio dei cartaginesi, i quali dopo la fuga di Annibale, potrebbero essersi insediati sulle alture appenniniche.
A Vibo Valentia, sempre nei pressi del mare troviamo anche la frazione di Bivona, una provabile duplicazione del sito sacro ad Epona.

Bivona è un toponimo che troviamo anche in Sicilia, nella provincia di Agrigento, e che secondo alcuni sarebbe un dubbio riferimento alla città greca di Hipponium, fondata da Gelone tiranno di Siracusa, ma sempre nei pressi di Bivona, si cita anche una località indigena: “Hippana”, situata sulla cima dei monti dei Cavalli.

La presenza di popolazioni pre elleniche in Puglia e Basilicata si può riscontrare anche nella toponomastica del golfo di Taranto a partire da Riva dei Tessali nel comune di Castellaneta Marina, mentre più in alto abbiamo Palagiano e Palagianello che ricordano l’antica presenza dei Palaici.


Taranto con il suo Mare Piccolo sembra simboleggiare la vagina di una dea e il suo nome Messapico “Taras”, sembra derivare dal nome del suo fondatore, un mitico condottiero figlio di Poseidone e di Satyria una ninfa delle acque la quale in origine era una divinità importante, infatti il fiume “Tara”, che sfocia nel Mare Piccolo, con il toponimo Taranto mi fanno pensare all’idronomo gallico di un fiume della Galizia chiamato appunto Tamara, una probabile corruzione di Samara, una divinità delle acque preistorica VI millennio a.C. Quindi Poseidone è la solita sovrapposizione ellenica a una divinità primordiale

in oltre Tara potrebbe essere una corruzione del teonimo Thera, la “Madre Terra”, quindi dobbiamo supporre che il mito tramandato vocalmente sia stato profondamente corrotto.

Da citare la collina irlandese di Tara, un altura sacra, dove venivano incoronati i re d’Irlanda, sulla quale è conservata la “Pietra del Destino”, il simbolo religioso più importante prima della cristianizzazione.

Da ricordare anche “Tarabara”, il nome di una frazione del comune di Albizzate (Va), dove la presenza di un santuario dedicato alla Madonna della Purificazione, in riva al fiume Arno, e la toponomastica (via delle Cerelle),fanno pensare alla presenza di un altare antico,  sul quale si compivano sacrifici in onore di Proserpina la figlia di Cerere, che alla fine del raccolto ritornava nel mondo dei morti.

Tra i messapi questi sacrifici erano compiuti da una sacerdotessa chiamata “Tabaroas”.

I romani celebravano il “Mundus Cereris”, durante il quale aprivano una buca sacra che collegava il mondo dei vivi con quello dei morti per favorire il ritorno di Proserpina dal marito “Pluto”, e vi gettavano delle offerte destinate al dio dei morti.

Questa tradizione mi fa pensare che esistesse anche la buca sacra per favorire l’arrivo di Proserpina tra i vivi , pertanto la via delle Cerelle collegava le due buche sacre, simboleggiando il passaggio della Cerella nel mondo dei vivi.

Cerella era l’epiteto latino della primavera, con il quale i romani chiamavano Proserpina, in quanto figlia di Cerere.

Taras, potrebbe essere una divinità taurina proveniente dai monti Tauri o dal Kersoneso, (Tauride), come sembrano dimostrare le isole Cheradi, poste di fronte a Taranto e che bloccano l’accesso alla baia.
Infatti il nome greco delle isole era “Choirades”, sinonimo di corna, ma anche “Elektriches”, per la presenza abbondante di ambra (elettro), mentre l’isola più grande: oggi San Pietro, era chiamata “Phoebea”, sinonimo di luminosa, in onore di Artemide, sorella di Apollo “Phoebeo”, si tratta di una prima sovrapposizione a un culto femminile primitivo, al quale seguirà quella cristiana medioevale di santa Palagina una santa siriana del III secolo d. C., il cui nome richiama l’etnonimo dei Palaici, e della quale mancano vere testimonianze sulla sua esistenza, tanto è vero che, in seguito il suo nome fu sostituito con quello molto più attendibile di: san Pietro.
Mi sembra abbastanza plausibile il fatto che dove si adorava una dea madre, si venerasse anche un dio della fertilità.

L’isola più piccola era chiamata “Elettra”, ma essendo l’elettro (ambra) una resina degli abeti, mi sembra più logico pensare a una dea madre, in quanto a quei tempi i gioielli in ambra erano molto più preziosi di quelli in oro, per via del fatto che l’ambra era prodotta dall’albero sacro alla Grande Dea Madre, e sulle isole Choirades di questi gioielli ne sono stati trovati molti.

Le Elettra della mitologia sono due, una è un oceanina figlia di Poseidone, la ninfa dell’acqua che zampilla, mentre la seconda era figlia di “Atlante” un’altra divinità pre ellenica, declassata a “Titano”, e amante di Giove, dal quale concepì Dardano, uno dei mitologici re di Troia, quindi la figlia di Atlante era un altra alter ego di una divinità palaica (Palagina), introdotta nel contesto ellenico, mentre il padre pre ellenico di Dardano sarebbe stato Vindonnus, la massima divinità dei dardani.
Altri toponimi di origine pre ellenica presenti a Taranto, che collegano culturalmente i suoi fondatori con i padani primitivi sono: Punta Pennino e Punta Pizzone.

Dopo queste prime migrazioni che hanno interessato il territorio degli enotri e dell’attuale Albania, una traccia importante di questo evento è il nome di una tribù illirica chiamata Albanoj, la quale era stanziata nell’entroterra di Durazzo, un etnico dal quale deriverà il nome dell’attuale nazione albanese.


Dall’Albania e dall’Enotria il flusso migratorio continuerà seguendo le coste adriatiche dell’Italia e della penisola balcanica, fino alle rive della Manica e del Baltico, dove in seguito i proto albanesi si scontreranno con gli arii che scendevano dal nord, fondendosi con i quali daranno vita all’etnia gallica.

In Italia oltre alle culture già citate, fonderanno la mitica Albalonga, ma una traccia significativa del loro passaggio, la troviamo anche nel nome di Alba Adriatica, infatti il nome della località marina è originato dalla maestosità della “Montagna dei Fiori”, un monte che, specie quando è innevato, a chi arriva dal mare, appare imponente tra le colline che lo circondano.


Una visione che agli albani ha ricordato certamente le maestose montagne del Caucaso, e non a caso la regione circostante prese il nome di “Abruzzi”, in quanto le montagne abruzzesi essendo le più alte ricordavano agli albani i monti Elburz, ai piedi dei quali avevano vissuto i loro antenati.

Ovviamente considero i due toponimi moderni come derivati da un unico nome primitivo

Anche il nome della colonia romana “Alba Fucens”, non è altro che la continuazione di un toponimo albano già esistente sull’altipiano del Fucino.

A testimonianza del legame etnico tra gli albensi primitivi e gli illiri si può citare la fondazione di Truentum alla foce del Truentus (Tronto) da parte dei liburni, popolo di marinai illiri, stanziato tra l’Istria e la Dalmazia.
L’idronimo Truentus è una forma latina che indica un fiume sacro a “Druantia”, la regina dei druidi e dea madre, mentre più a nord del Tronto troviamo il torrente Tesino, che i romani chiamavano Tessuinum.

L’idronimo Tessuinum e la presenza dei liburni, mi portano a considerare toponimi come: Teschen, la città divisa in due tra Polonia e Cecoslovacchia, i toponimi altoatesini: “Tesero, Tèsimo (ted. Tisens) e Tesino, valle del torrente oggi chiamato: Grigno, come originati dal nome della divinità caucasica Teshup, alias Taru, Tarhun, e Taranis, conseguentemente, a questi teonimi oltre a quello del Tanaro, va associata anche l’origine dei nomi del Ticino e del Taro.
Ma se il culto di Epona arriva dalla Tessaglia, non si può escludere che il nome del Ticino sia legato a quella regione.

I liburni con gli istri, i dalmati e i carni diedero vita alla civiltà dei castellieri che interessò anche il Veneto, il Friuli e la Julia, in pratica si trattava della continuazione del megalitismo pelasgico o kurgan (L’Altamura dei Messapi), che si manifestava nella fondazione di villaggi fortificati con pietre.

La presenza dei pelasgi o albani nel zona di Alba Adriatica, è testimoniata anche da ritrovamenti archeologici avvenuti nel territorio di Tortoreto, e lungo le rive del fiume Salinello, dove è attestata l’esistenza di villaggi fin dall’età della pietra, in particolare merita di essere citata la cultura di “Ripoli”, IV mila a.C.
Ma Tortoreto esisteva già in epoca romana, con il nome di “Castrum Salini”, quindi un villaggio fortificato la cui origine è collegabile alla cultura dei castellieri.

Il toponimo Castrum Salini deriva dalla presenza alla foce del Salinello, di un villaggio chiamato “Ad Salinas”, per via delle saline presenti lungo le rive del fiume, che anticamente i piceni chiamavano “Helvinus”; sinonimo di giallo o giallastro, o “Serinus” nome di una famiglia di passeriformi dal colore giallo come il canarino o il verzellino.


Premesso che per effetto di fenomeni elettrolitici causati dalle particelle elettriche presenti nell’aria, i depositi salini possono assumere una colorazione gialla o rossastra, bisogna considerare che nel fondare nuove città, gli antichi italici traevano gli auspici dal volo degli uccelli, seguendo una tradizione chiamata “Primavera Sacra”, in base alla quale i figli minori, consacrati guerrieri, formavano nuovi clan, e fondavano nuovi villaggi, nei luoghi dove l’uccello totemico prescelto costruiva il proprio nido.


Con ogni provabilità secondo gli intendimenti umani di allora, gli uccelli con il loro volo si avvicinavano agli dei, e perciò erano in grado di percepire i loro comandi, pertanto gli uomini nel scegliere i luoghi dove fondare nuove città si ispiravano al volo degli uccellini appena svezzati, i quali abbandonavano il nido materno e andavano alla ricerca di un luogo dove costruire il proprio.

Infatti secondo la tradizione, l’etnonimo piceni ha origine da una primavera sacra dei sabini, durante la quale un nuovo clan si insediò lungo il versante Adriatico dell’Italia centrale, traendo l’indicazione dal volo di un giovane picchio verde (Picus viridis), che diede origine all’etnonimo dei piceni e divenne il loro uccello totemico.

In particolare si può ipotizzare anche un possibile collegamento culturale dei piceni con gli abitanti della valle Seriana, che con il suo fiume Serio e il passo del Serio, dalla provincia di Bergamo ci introducono nella terra dei reti, poi divenuti elvezi.
Da aggiungere anche la val Serina, il monte Alben, il fiume Albina, il quale sorge sull’altipiano di Selvino (Helvinus ?), e confluisce nel Serio nella città di Albino.

Quindi sull’origine del toponimo Tortoreto si può ipotizzare anche la presenza di un villaggio fortificato dei reti poi divenuto Castrum Salini con la romanizzazione.

Anche Roma venne fondata in primavera, dopo l’auspicio di un volo di avvoltoi, un volo nefasto, mi verrebbe da dire, che tra l’altro sarebbe stato favorevole a Remo, ma l’interpretazione degli auspici toccava ai sacerdoti, i quali erano ben consapevoli della mediocrità del personaggio; ma nell’iconografia di allora, la lupa che allatta i gemelli sotto al Ficus Ruminalis, veniva sempre ritratta in presenza di un picchio.

Come ho già detto il prefisso var è diffuso in molti toponimi dell’Italia settentrionale e della Francia meridionale, dove durante l’età del rame era diffusa la cultura ligure      

      Innanzi a tutto possiamo citare la val di Vara con l’omonimo fiume e la sua città più importante, Varese Ligure, si tratta di una valle che risale la montagna fino al passo “Cento croci”, dove si congiunge con la val di Taro (Taranis? Un dio del tuono), che la collega con la pianura Padana, tra Parma e Alessandria, quindi un passaggio obbligato per le merci che andavano o arrivavano dal nord; in val di Vara è da citare anche la località di Cassana, un altro riferimento alla quercia, facente parte del comune di Borghetto Val di Vara, sicuramente un antico villaggio fortificato.

       Oltre alle solite caratteristiche incisioni che facevano riferimento al sole e al toro, la val di Vara è dominata dal monte Penna, dove oggi troviamo un santuario consacrato alla “Madonna della Penna”, una sovrapposizione cristiana a un luogo sacro al dio ligure “Penninus”, il quale assieme al celtico “Albiorix” e all’umbro “Summano”, erano divinità delle vette.

       Successivamente, Summano “colui che sta in alto”, dopo un periodo di transizione, durante il quale veniva considerato come una manifestazione di Giove, venne adottato come dio delle vette anche dai romani.

      Il passo delle Cento Croci è dominato dal monte “Dragnone”, sul quale la costruzione di un tempio Mariano ha cancellato le tracce di un luogo di culto ligure, sempre in val di Vara, sulla cima del monte Zignago, sotto il pavimento di una torre medioevale è stato ritrovato un fondo di capanna senza focolare, il fondo era in argilla battuta, dello spessore di trenta centimetri con al centro un foro di venticinque centimetri di diametro, che scendeva fino a toccare la roccia sottostante, nel foro era inserita un’olla rovesciata databile attorno al VIII secolo a.C., che conteneva ghiande abbrustolite, con tutt’intorno cocci di anfora conficcati verticalmente nel battuto di argilla. (I Liguri e la Liguria B.M. Gianattasio).

         Tra le montagne sacre della Liguria possiamo mettere anche il monte Ceppo, la cui altezza supera i 1600 m. il toponimo è sicuramente originato dal teonimo Kephisos, il dio luvico delle acque, forse giunto in Italia con la cultura del ferro.

      Sulle pendici del Monte Ceppo non si segnalano ritrovamenti archeologici, ma il capoluogo del territorio Bajardo (900 m s.l.m.) è indicato come centro abitato già nel 1000 a.C.  Bajardo potrebbe essere la corruzione di “Bajadera”, nome sanscrito delle danzatrici sacre, le quali si esibivano nei templi in onore degli dei, Essendo il paese situato su di un’altura davanti al monte Ceppo, si può arguire che la bajadera danzasse in onore di Kephisos”, il dio delle sorgenti.      

            Da citare il monte Ebro sicuramente sede di un gurù molto importante, un’ipotesi suggerita dal fatto che la montagna domina la valle “Curona”, il cui nome non è altro che la cristianizzazione di un toponimo ligure, il quale indicava la valle del Gurù.

            Da considerare anche l’omonimia con il fiume iberico Ebro, e l’affinità etimologica con il nome del El’brus la montagna più alta del Caucaso.        

             Un altro luogo sacro della Liguria è Varazze, il cui nome dialettale è “Varase”, non è altro che la continuazione di Varese, situata ai piedi un altipiano dominato dal monte “Beigua”, un’altra montagna sacra, ricca di incisioni rupestri, anche qui abbiamo una valle che risale verso i facili passi collinari, per poi scendere tra Alessandria e Pavia.

         Savona è dominata dal colle di Cadibona, conosciuto anche con il nome di “Bocchetta di Altare” un toponimo italianizzato, che dovrebbe indicare un luogo sacro al “Bӧ”, con il significato di “Casa del Bue”, ripetuto da una località posta più in basso e da alcune frazioni chiamate direttamente “Ca del Bӧ”.

       Il toponimo Savona sarebbe originato dalla divinità gallica “Souconna”, o Saona, nome di un fiume francese, legato alla tradizione dell’Imbolc, lungo il quale i galli avrebbero inventato il sapone.

         Con ogni provabilità pur mancando un fiume importante come la Saona, a Savona va segnalata la presenza di località come “Bosco delle Ninfe”, e “Fontanassa”, sicuramente luoghi ricchi di sorgenti sacre.

            Alle falde del Beigua c’è il monte Grosso (402 m slm), sulla cima del quale troviamo il santuario di Nostra Signora della Guardia, una sovrapposizione al culto di Rhetia Phora. 

Entrando nell’area piemontese troviamo Vinadio, dove la presenza di una sorgente termale frequentata fin dai tempi dei romani, richiama l’origine del toponimo a una divinità solare anatolica, giunta nella pianura Padana con la cultura del ferro, che gli ittiti chiamavano “Windos”, alter ego del troiano “Ilios” e dell’ellenico Elios, adorato dai liguri romanizzati con il teonimo “Apollo-Vindonnus”, dio del sole e delle guarigioni.

Proseguendo lungo il sentiero che porta al colle della Lombarda (un toponimo fuori luogo, sulla cui origine non riesco a trovare una spiegazione) e successivamente all’omonima cima, si incontra il santuario dedicato ai Santi, Anna e Gioacchino i genitori della vergine, posto a 2000 metri di quota e a poche centinaia di metri da una parete rocciosa, sulla quale e apparsa la Madonna che chiedeva la costruzione del tempio.

È ipotizzabile che sulla parete rocciosa fossero presenti dei graffiti rupestri inneggianti alla Grande Madre della Natura, cancellati dai cristiani.

Mentre sul versante opposto delle Alpi, nella vicina Valle delle Meraviglie dominata dal monte Bego sono state ritrovate oltre 35000 incisioni che risalgono fino al V millennio, sfuggite alle “purghe” cristiane a causa della scarsa accessibilità del luogo.

Nelle vicinanze del monte Bego scorre il fiume Tinee (Tinea), il quale diffonde il teonimo “Tinia” all’interno dell’omonima valle, si tratta di una divinità adorata dagli etruschi, della quale si trovano tracce anche tra liguri, probabile retaggio di un’origine comune.

            Tinia chiamato anche Tunia è considerato dagli studiosi come l’alter ego etrusco di Giove e aveva come moglie “Talna”, la dea del parto, ma in realtà il suo nome è originato dal celtico “Tinne”, il nome dell’agrifoglio, l’albero sacro delle divinità solari.

Sempre nei pressi del monte Bego troviamo anche una continuità vedica nella toponomastica, con il “Col di Vars”, con relativa vallata e fiume, anticamente era chiamato “Varo”, tutte montagne che possiedono le stesse caratteristiche del Campo dei Fiori: roccia calcarea, abbondanti sorgenti e ampia visibilità del territorio circostante.  

      Risalendo le Alpi verso nord incontriamo anche la valle Varaita ed il suo fiume omonimo, che nella lingua occitana è chiamata “Varaha”, sinonimo sanscrito di cinghiale, l’animale totemico dei Varahi, in quanto i pagani credevano che le divinità come Varuna e Lug si incarnassero nel “Varaha”.

            La valle è dominata dal Monte Viso, ma alla sua estremità più alta si biforca, e una delle due biforcazioni si arresta sulle pendici del monte Bellino, quindi è palese che nella valle i liguri adoravano “Bel”, e che il Monte Viso, dietro al quale tramonta il sole, con il suo Pian del Re fosse considerato la dimora del dio. Il toponimo Varese lo posiamo identificare anche nella località Verrès situata all’imbocco della valle d’Ayas, lungo la riva sinistra della Dora Baltea

     La valle d’Ayas è un picolo Tibet ligure, infatti già a partire dal toponimo Ayas, capiamo che ci troviamo nella valle del Ghiaccio, Infatti Champoluc è il centro abitato della valle, situato più in alto, 1600 m. slm., quindi possiamo supporre che al tempo dei liguri, almeno d’inverno, il “Grande Ghiacciaio di Verra”, si allungava fino a ricoprire buona parte della valle.

       Con ogni provabilità nell’immaginario spirituale dei celti il ghiacciaio che si allungava e poi si scioglieva, simboleggiava l’accoppiamento tra le due divinità.

       Il nome del ghiacciaio è un altro riferimento a Lug,in quanto  “Verra”, è il femminile di verro o mocco, epiteti rivolti a Lug, quindi un riferimento alla scrofa che si accoppia con il dio,  probabilmente la divinità immaginata era Epona o la Morrigan, mentre il nome del fiume Evançòn, che sorge dal ghiacciaio, sarebbe una forma celtica che ha prededuto il latino “evacuàre”, quindi: il fiume Evançon simboleggiava la vita trasmessa agli umani per mezzo dell’evaquazione, prodotta dall’accoppiamento divino.

      Da sottolineare che la radice “ançon”, presente nell’idronimo Evançon sarebbe un sinonimo dei celtici “kona”, e “mona”, quest’ultimo continuato ancora oggi dal dialetto veneto, i quali indicavano il “Monte di Venere”.

La presenza del nome Eva come prefisso di molti sostantivi simili ad evacuare, come evadere, evaporare, evanescente, fa pensare all’esistenza fin dal primo neolitico, di una divinità materna indoeuropea, chiamata Eva, nella quale gli estensori della bibbia hanno poi individuato la compagna di Adamo.    

          Al grande Verra si affianca anche il ghiacciaio del “Lys”, sormontato dalle omonime vette: “Lyskamm Orientale”, e “Lyskamm Occidentale”, unite tra loro da un sottile strato di roccia e ghiaccio, ovviamente il ghiacciaio alimenta l’omonimo fiume, che percorre l’altrettanto omonima valle.

        Lys è un vocabolo della lingua francese che significa “giglio”, “lily”, in inglese, “lilie”, in tedesco, “lirio” in spagnolo, quindi Lys è un toponimo che fa riferimento a un fiore sacro alle divinità materne, Giunone ed Hera in primis purtroppo non riesco a trovare indizi che mi possano portare verso una ben determinata divinità celtoligure.

           Il nome delle due Lyskamm contiene la radice tedesca “kamm”, che significa “cresta”.

           Un fiume di nome Lys lo troviamo anche in Francia, il quale nasce sulle colline dell’Artois (da Artios l’orsa che domina la frana e l’alluvione), e dopo aver attraversato la regione (Passo di Calais), anticamente abitata dai morini e dagli atrebati, sconfina in Belgio, dove confluisce nella “Schelda”. 

          In liguria ci sono toponimi come Lerici e Leira, una valle e l’omonimo torrente che devono il loro nome al giglio, anche la forma spagnola “lirio” autentica l’origine del nome del fiume Liri, lungo le rive del quale troviamo la località Morino, una Morini si trova anche in provincia di Verona, evidenti tracce delle migrazioni dell’omonimo popolo.

         Il Monte Rosa, anticamente chiamato “Sas Gros”, deve il suo nome attuale alla sua cima più importante, oggi denominata “Cima Dufour”, mentre in precedenza era Monte Rosa, evidentemente preceduto da un primitivo “Mota Rusa”, traccia di un culto materno primordiale, che ha preceduto anche i liguri.

            Quando si parla del Monte Rosa si pensa sempre al colore e mai al fiore, ciò è molto importante, perchè la rosa era sacra ad “Afrodite”, la dea greca dell’amore e della bellezza, figlia di Urano, e per questo chiamata anche Urania, regina del firmamento ed adorata anche come dea madre.

            Il sinonimo greco del nome rosa è “Rodon”, mentre “Rodea”, è chiamato lo stelo, i quali sarebbero originati da una radice indoeuropea: “Vardh” o “Vradh”, che significa crescere o ergersi.

            Etimologicamente il greco “Rodon”, chiama in causa il fiume Rodano, il quale prende il nome dal ghiacciaio che lo alimenta che è situato nel Canton “Uri”, un toponimo che sembra fare riferimento al toro, il quale è diventato il simbolo del cantone, ma come sappiamo il toro era una divinità secondaria, il quale doveva la sua importanza al fatto di essere l’amante della grande dea madre, quindi Uri poteva essere l’etnonimo di un popolo che adorava Urania come grande dea madre.

           Il sospetto sull’esistenza di una divinità primordiale che si chiamava Urania è alimentato anche dal nome antico dell’Olona, “Urona”, il quale raccogliendo le acque che scendevano dalla Motta Rossa, diventava un fiume sacro alla grande dea.

In realtà i nomi del fiume Rodano e del ghiacciaio dal quale sorge, sono originati dal teonimo vedico “Danu” dea personificazione delle acque, per cui l’idronomo è composto dal prefisso “Ro”,(o meglio ancora Rö) sinonimo dell’indoeuropeo “Ri”, che significa scorre, e dalla radice “Danu”, quindi il significato di Rodano diventa acqua che scorre.      

     Nella lingua occitana il Rodano è chiamato “Ròse”, mentre in valdostano con “Rosà”, si indica un luogo ghiacciato, il ghiaccio invece è chiamato “Rouèsa”, mentre nei dialetti di origine leponzia come il varesotto, con Rouèsa si indica il fiore vero e proprio, più propriamente Rosa mentre con Rôsa si indica il colore.

            Si tratta di linguaggi che hanno tutti la stessa origine, la differenza nel significato è dovuta all’abitudine di chiamare rosa tutte le manifestazioni della natura attribuite alla Grande Dea Madre.

             Da citare anche il Platò Rosà sul Cervino, Rosasco (Rosa Nascosta), sulla riva del Sesia, Il comune di Rosà ai piedi del monte Grappa, con la sua frazione di San Pietro, un importante sito archeologico paleoveneto, il cui nome cristiano è una palese copertura di un toponimo antico, che faceva riferimento a una importante divinità vedica.

             Da citare anche la vicina Rossano Veneto, Rossano Calabro, Rosarno sempre in Calabria e Rosate in provincia di Milano. 

Anche nel bolognese troviamo toponimi di origine vedica, come Vergato.

Situato lungo la valle del fiume Reno, un altro idronimo indoeuropeo, Vergato caratterizza la propria origine anche dallo stemma, nel quale appare un cinghiale dotato di una fascia attorno al corpo, che pascola nella palude, mentre sullo sfondo sorge una collina fortificata, il tutto adornato con due rami di quercia adornati da ghiande dorate.

Si tratta di un chiaro riferimento a Varuna o a Lug soprannominati anche: “Il Verro”, da cui il toponimo Vergato, che significava il forte di Varuna o del Verro.

Nell’alta valle del Reno troviamo Porretta Terme, un toponimo che sembra riferirsi a Rethia Phora la divinità retica dei passaggi, ma le sue sorgenti termali mi fanno pensare alla corruzione di un toponimo primitivo che faceva riferimento al dio ligure delle sorgenti e delle guarigioni Bormanus, come potrebbe potuto essere Borretta o Gorretta, da gorgogliare o borbogliare.

Ciò sembra confermato anche dalla confinante Berzantina un altro toponimo che fa riferimento a Bormanus.

Ma lo stemma di Porretta Terme, al di là delle leggende medioevali, propone anche il tema del toro, Infatti il bovino che si abbevera nel laghetto termale con un faggio sulla riva, è un chiaro riferimento al “Jovis Fagutalis”, vale a dire “Giove dei Faggi” al quale sarebbe stata sacra la sorgente.

Da notare che il faggio presente nello stemma ha due rami recisi e uno intero, i quali con ogni probabilità vogliono simboleggiare due culti antichi, Bormanus e Lug, ai quali si è sovrapposta la venerazione di Giove.

La forte romanizzazione del territorio di Porretta Terme è testimoniata anche dalla presenza nei boschi di un santuario sacro alla Madonna dei Faggi, un’altra sovrapposizione cristiana ai culti antichi.

Un’altra testimonianza della forte romanizzazione del territorio è la confinante Castel di Casio il cui toponimo è un riferimento a Cassio e alla quercia, il quale ha come stemma un maiale che pascola nella pianura con sullo sfondo una collina fortificata, quindi molto simile allo stemma di Vergato.

La confinante Camugnano trarrebbe il suo nome dalla famiglia romana Camonius, ma a mio parere bisognerebbe fare i conti con una divinità della guerra, chiamata “Camulus” o “Camulos”, adorato dai Remi, un popolo di origine belga alleato di Cesare, che come premio alla loro fedeltà avrebbero ottenuto delle terre in Italia.

Ma non si può escludere un insediamento di gente proveniente dalla val Camonica dove si adorava la stessa divinità, comunque Camonius era sicuramente il nome di un celta romanizzato, oppure il nome pagano della località.

Tutto ciò è confermato dall’assetto urbanistico di Camugnano, il cui territorio ha conservato l’aspetto di un omphalos sacro a una divinità pagana.

Infatti, la chiesa sacra a san Martino sorge al vertice di un’altura che domina il territorio circostante e conserva attorno a sé uno spazio verde che la separa dal centro abitato, caratteristica dominante nelle tradizioni celtiche.

Anche la dedica a san Martino ci porta alla conclusione che il luogo era riservato ai culti religiosi già fin dal tempo dei longobardi, i quali nel corso del processo di cristianizzazione hanno sostituito i nomi delle divinità pagane con quelli dei santi guerrieri cristiani; quindi, possiamo affermare con certezza che durante l’età del ferro l’altura sulla quale sorge Camugnano era un omphalos sacro a Camulus.

Da segnalare anche la frazione Verzuno, situata lungo la riva del torrente Limentra, il cui toponimo deriverebbe dall’antica presenza di un recinto sacro al Verro, in quanto nel nome del luogo è presente la radice “Zona”, che nell’antichità indicava un luogo recintato.

Sempre nella provincia di Bologna dobbiamo considerare la presenza del fiume Santerno, un affluente del Reno che scorre nell’omonima valle.

            Il suffisso “erno”, che compone l’idronomo Santerno come abbiamo già visto per la località Erno nel triangolo lariano e per l’alto Vergante, richiama il nome gallico dell’ontano, “Ernos”, l’albero che cresce sulle rive dei fiumi, sacro a “Bran” il dio che resuscitava i guerrieri morti in battaglia, chiamato anche il Corvo.

            Ernos era sacro anche alla Morrigan Nera, che si manifestava nella forma di corvo come annunciatrice di morte; per tale motivo nella lingua dei celti Erno doveva significare inferno o indicare il mondo dei morti.

            In proposito bisogna citare la Gallisterna, una collina posta alla periferia di Imola, il cui toponimo significherebbe appunto Inferno dei galli.

            Che la valle del Santerno fosse considerata l’inferno, trova conferma nella natura gessosa del territorio attraversato dal fiume, il quale è il prodotto della reazione chimica del calcare con l’acido solforico presente nelle acque e nei vapori delle solfatare, fenomeno caratteristico nell’inferno dantesco nell’Averno latino e nell’Ade ellenica, e che in passato avrebbe impedito la fondazione di insediamenti umani.

I proto veneti che storicamente sono indicati come appartenenti alla stessa etnia degli albani, hanno lasciato una traccia del loro passaggio nel nome dei colli Berici, un toponimo che dal punto di vista etimologico è affine all’etnico “iberi, quindi è da supporre la presenza nel territorio di una tribù di etnia iberica, che vedeva in quelle colline il ricordo della lontana Iberia Caucasica.

Una testimonianza del legame della cultura iberica con i caucasici migrati in Italia, ci viene data anche dall’esistenza di numerosi toponimi che contengono la radice “serra”, la quale sarebbe la continuazione dell’iberico “sierra”, sinonimo di altipiano.
Un esempio è Serralunga d’Alba in provincia di Cuneo, situata in un territorio dove il toponimo Alba si spreca, una Serra Lunga la troviamo anche sull’altipiano del Fucino, si tratta un altipiano che dà il nome a una catena montuosa della quale fa parte, e che divide la Vallelonga dalla valle Roveto; in Calabria si può citare l’altipiano Le Serre; e poi le numerose Serravalle sparse in tutta Italia.

La radice indoeuropea “alb” la troviamo anche tra i colli Euganei nel toponimo “Abano Terme”, dove in epoca romana le sorgenti termali erano sacre ad “Aponus”, del quale esisteva un tempio e un oracolo molto importante, che veniva consultato anche dai romani.
Con ogni provabilità Aponus era una forma latinizzata di un teonimo, con il quale i romani tentarono di assimilare il dio Albiorix, con il loro Apollo.
Da considerare anche il dio solare “Windo”, che i romani chiamavano “Apollo Windonus”.

Dal teonimo romano Aponus avrebbe origine il toponimo Abano, mentre nelle sue vicinanze troviamo “Albignasego”, il cui nome ci indica chiaramente che si trattava di una città fortificata sacra ad “Albiorix”, in quanto il toponimo oltre ad avere come riferimento Albiorix, contiene la radice indoeuropea “sego”, sinonimo di forte, da cui: “Forte di Albiorix”, quindi si tratta di un retaggio del legame allora esistente tra la popolazione veneta e la cultura illirica dei castellieri.
Nel gergo volgare, il femminile di sego è ancora usato per indicare una persona debole o incapace.

La mancanza di riferimenti storici e la tarda fondazione del villaggio, mi fanno pensare che il toponimo Battaglia Terme sia da mettere in relazione a una tradizione antica legata al colle sant’Elena e alla sua grotta termale.
Infatti il nome Battaglia potrebbe essere un riferimento a “Bran”, il dio celtico che resuscitava gli eroi morti in battaglia, immergendoli nel suo calderone, come poteva essere la grotta termale che troviamo sul colle sant’Elena.

L’uccello totemico di Bran era il corvo, ma valevano anche le cornacchie e tutti gli uccelli neri, tanto che il loro appellativo era “scurbat”, sinonimo di “uccello scuro”, usato anche per indicare il dio.
Scurbat è ancora in uso nel dialetto lombardo per indicare le cornacchie, mentre a conferma della tradizione, nella lingua inglese moderna, “bat”, è sinonimo di pipistrello.
L’attuale nome cristiano del colle è chiaramente la sovrapposizione a un toponimo che faceva riferimento a una divinità vedica; e lo stesso si può dire dello stemma di Battaglia Terme, nel quale un’insolita aquila bianca su fascio romano, potrebbe essere una sovrapposizione a un: “Scurbat”, sempre che non sia un riferimento a Windonnus, il dio bianco.

Da citare anche la vicina Pernumia, un toponimo precristiano che sembra indicare la vicinanza di un luogo sacro, come potrebbe essere anche il Monselice, che come suggerisce la toponomastica locale, era un monte sacro al sole, dal quale è illuminato per tutto l’arco della giornata. Ma non si può escludere il significato di “Monte del Salice”, l’albero della saggezza.

A nord di Padova troviamo Trebaseleghe, il cui toponimo è da mettere in relazione all’incrocio di tre strade storiche, l’antica via Castellana, oggi strada regionale 245, che collega Venezia con la val Sugana, passando da Castelfranco Veneto, e la provinciale 44, via Treviso, la quale, secondo la tradizione romana era una via spina, che collegava la Castellana con la strada che da Venezia portava a Treviso. Infatti la “Chiesa della Natività della Beata Vergine Maria”, sorge all’interno di un trivio, sui ruderi di una basilica del VIII secolo d.C., traccia sicura dell’antica presenza di un tempio pagano.

Etimologicamente, il toponimo Trebaseleghe è composto da due radici, precedute dal prefisso “Tre”, la prima radice “Base” è originata dal latino “Basis”, sinonimo appunto di “Base”, intesa come punto di arrivo o di partenza, mentre “leghe” è il plurale della radice “Lega”, originata dal latino “Leuca”, il quale era l’unità di misura delle distanze, che corrispondente a 2,22 km, i mille passi romani, i quali prendevano anche il nome di miglio romano, misura utilizzata dai romani. La lega era un’unità di misura di origine gallica, chiamata appunto “leuga gallica”, che si differenziava dalla leuca romana per la lunghezza del passo.

Quindi il toponimo romano di Trebaseleghe era: “Tri Basis Leucarum” indicava che in quel punto era situato il primo cippo miliare di tre strade. Nell’antichità la presenza del primo cippo miliare implicava anche la presenza di un tempio, sacro a una divinità protettrice dei viaggiatori; in genere si trattava di Mercurio, ma essendo il luogo situato all’interno di un trivio, e considerando la natura paludosa del territorio circostante, il sito era sicuramente sacro ad Ecate, la dea dai tre volti, una divinità originaria della steppa ucraina e presente nella cultura greco-romana, che solitamente era indicata come protettrice dei trivi e dei posti frequentati dagli spiriti maligni.

Infatti la natura paludosa del territorio, con le sue nebbie e i fuochi fatui provocati dalla decomposizione dei corpi animali, favoriva le leggende sulla presenza di spiriti maligni, che nella tradizione greco-romana erano le “Empuse”, le tre figlie di Ecate, le quali si divertivano a spaventare i viandanti. Nelle tradizioni celtiche la divinità regina della palude era la: “Morrigan Nera”, annunciatrice di morte, la quale si manifestava nelle ombre confuse dalla nebbia.

Per il toponimo Oderzo, vale lo stesso discorso di Trebaseleghe, in epoca romana era un trivio, cioè un luogo di congiunzione tra l’antica via Postumia, con una “Via Spina”, che ancora oggi si può identificare con la via “Spinè”, attualmente provinciale 54, si tratta di un unico asse stradale che procedendo per linea retta attraversa il comune di Cessalto, dove si sovrappone alla provinciale 53, per poi raggiungere la località di Ceggia, dove si innesta sulla statale 14, la quale non non fa altro che sostituire l’antica via “Annia”, che in epoca romana collegava Padova con Fiume, passando proprio da Ceggia.

Un toponimo che potrebbe confermare la presenza del culto di Ecate, sarebbe la località “Tre Piere”, ma in dialetto veneto potrebbe anche indicare le tre pietre miliari poste all’inizio delle tre strade.

A favore della dea dei tre volti, c’è anche il il toponimo “Magera”, un ampia area campestre che fa pensare a un campo sacro al culto pagano di una divinità femminile, poi identificata dai cristiani come una megera.

Ma il toponimo Magera potrebbe anche derivare dalle tradizioni pre latine, e riferirsi a una divinità della terra, che veniva festeggiata al primo maggio, il giorno del risveglio della natura, da cui il nome Magera, “Portatrice di Frutti”, che poteva essere identificata con “Maia”, una delle divinità pre elleniche della fecondità e del risveglio della natura. Maia era anche la madre di Mercurio il dio dei viaggiatori, pertanto è ipotizzabile la presenza di un tempio sacro a entrambe le divinità.

Ma il toponimo romano di Oderzo: “Opitergio”, potrebbe anche essere stato originato dal teonimo Opis, come pure il nome paleoveneto “Obterg”, infatti come Magera si potrebbe ipotizzare la sabina “Ops“, che gli scrittori romani preferivano chiamare “Opis”, una divinità della terra e dei raccolti adorata dagli italici pre latini.

Ma tre erano anche le matrone dell’acqua dei celti: “Sulevia”, la dea che disseta e guarisce, “Artios”, l’Orsa che domina la frana e l’alluvione, ed infine “Epona” la dea che compie la magia di far galleggiare le cose, e protegge cavalli e cavalieri, poi adottata dalla cavalleria romana.

Le tre matrone avrebbero potuto essere identificate con i tre fiumi che attraversano Oderzo, Monticano, Lia e Piavon, e per questo il villaggio poteva essere stato indicato come la città dei tre fiumi, da cui il toponimo paleoveneto “Obterg”.

Interessante è il nome del fiume Lia, un nome biblico di origine accadica, che significava matrona, mentre nella lingua dei caldei, l’aramaico, era sinonimo di “Signora”, un nome giunto in Europa a causa della promiscuità, nella quale vivevano in Siria e Palestina gli indoeuropei e i semiti; infatti i caldei e molti aramei, pur essendo di stirpe semita adoravano divinità vediche come Mitra per esempio, o Ba’al, poi divenuto il Beleno degli indoeuropei.

Per il toponimo Oderzo bisogna considerare anche il messapico “Odra”, sinonimo di acqua, dal quale si è originato il greco classico “Idra”. I teologi elleni vedevano nell’Idra un diabolico serpente marino ucciso da Ercole; più o meno la descrizione della Grande Madre Paleolitica, che si trasformò in serpente per accoppiarsi con il Serpentario.

Odra potrebbe essere il nome di una divinità pre ellenica dalla quale ha preso il nome anche l’omonimo fiume che attraversa: Cecoslovacchia, Polonia e Germania, chiamato “Oder”, in tedesco, quindi Obterg poteva essere il sinonimo di “Tre Odra”.

Interessante è la frazione di Colfrancui dominata dalla “Mutera”, una collina artificiale di origine paleoveneta. Il nome stesso della collina ci dice che si trattava di un mucchio di terra, vale a dire una “Moots Hill” (Collina della discussione), che nella tradizione britannica dell’Età del Bronzo, costituiva “l’Omphalos “ (ombelico), vale a dire: “il centro del culto”.

Le Moots Hill inglesi e le Mutere venete alle quali possiamo associare le Mota Rusa dei liguri sono la testimonianza dell’esistenza di una parentela culturale tra i britanni e i padani dell’età del Bronzo, dovuta alla migrazione dei danai.

Sulla Mutera è stato ritrovato lo scheletro di un cavallo e i frammenti di un vaso rituale il quale con ogni probabilità conteneva gli organi del cavallo considerati sacri. In seguito a rilevazioni magnetiche al centro della collina è stato scoperta anche una fornace di origine romana.

Si tratta di un ritrovamento un po controverso, in quanto come ho già spiegato quella collina era un luogo di culto, quindi la fornace doveva essere postuma a un altare, sul quale venivano sacrificati i cavalli al dio Altnoi, una divinità della laguna, il cui culto è già attestato nella vicina Quarto D’Altino; coincidenza vuole che i resti dell’antica Altinae sono state ritrovate in una località chiamata Fornaci.

A questo punto però bisogna chiarire alcune cose, in quanto nella vicina Patavium è attestata l’antica presenza del culto di “Neptunus”, una divinità italica molto antica, la quale oltre ad essere un nume marino era anche il dio dei cavalli, da qui il sacrificio dei cavalli in suo onore.

Ricordiamo che Nettuno era l’alter ego del greco Poseidone, il quale si infuriò con Ulisse, proprio perché aveva usato il cavallo, animale a lui sacro, per ingannare i troiani.

Quindi Altnoi poteva essere un nome locale di Nettuno, infatti considerando che il territorio di Quarto D’Altino è completamente piatto, bisogna escludere ogni ipotesi fin quì avanzate che il toponimo facesse riferimento a un altura naturale, in quanto Altnoi faceva riferimento a una Moots Hill o Mutera sacra a Neptunus, anzi, Altnoi era il sinonimo paleoveneto di “altare”.

La presenza di fornaci nei luoghi di culto sarebbe dovuta al recupero del materiale argilloso per fabbricare mattoni, ragion per cui la Moots Hill di Quarto D’Altino è scomparsa, come è successo anche alla Mutera del vicino comune di Fontanelle, sulla quale i romani avevano insediato un accampamento, la quale sarebbe stata spianata in epoche recenti, proprio per recuperare l’argilla.

A Oderzo va citata anche la frazione Faè, anticamente chiamata Faedo, un toponimo dovuto alla presenza di un faggeto sacro.

Tracce della cultura vedica le troviamo anche nel toponimo Treviso, Plinio il Vecchio, citava i “monti Tarvisanis”, infatti la Treviso primitiva sorgeva su tre alture, in seguito fu citata come “Tarvisius”, “Trabision”, “Tribicium”, e la forma più accreditata “Tarvisium” alla quale, come per l’omonima cittadina friulana, possiamo attribuire il significato di: “Taurus Weso”, sinonimo di: “Dimora del Toro”.

Considerando che la Treviso celtica è sorta su tre alture circondate da paludi, non si può escludere un plurale celtico di “Triweso”, sinonimo di “Tre Dimore”.

Lo stesso possiamo dire del fiume Sile, le cui sorgenti sarebbero state sacre a “Sulevia”, la dea che disseta, adorata in Inghilterra dai soldati romani con il nome di “Sulis Minerva”.

Anche il toponimo Susegana avrebbe potuto riferirsi alla dea fluviale “Sequana”, ma come la val Sugana ripropone i temi “Susa” e “gana”. Susa era il nome di un re mitologico dei persiani, il quale primo tra i persiani sarebbe sceso con il suo popolo dai monti Zagros, fondando il regno di Elam per dedicarsi all’agricoltura.

Però La città di Susa (Shush in siriaco, Cusà in antico persiano),divenne capitale dell’Elam solo in un secondo momento.

Ma l’esistenza nel Caucaso di una regione oggi chiamata “Sowsi”, traslitterato in “Shushi”, che dà il nome alla capitale “Şuşa”, fondata nel XVII secolo d.C., pertanto la grande diffusione del toponimo Susa, mi fa pensare che in realtà Susa era il nome di una popolazione caucasica migrata in varie direzioni, infatti il toponimo Susa lo troviamo anche in Tunisia, e in Cirenaica, luogo dove sono transitati gli iberi che hanno raggiunto la Spagna, mentre la Susa che scopriamo in Danimarca, è la conferma della migrazione dei caucasici fino alle rive del baltico, quindi una colonia di danai o di liguri, dalla quale dopo tre millenni i loro discendenti partiranno per il nuovo mondo, dove fonderanno una nuova Susa anche in Canada.

Invece il suffisso “gana”, aggettivo tramandato dai sumeri, ma come abbiamo già visto per la val Ganna (www.cassano magnago e gli insubri.it), è di provabile origine persiana, e aveva il significato di “demanio”, con riferimento alla dea,quindi un demanio pubblico, pertanto si può dedurre che “Susegana” e “Sugana” indicavano la: “Terra dei Susiani”.

Contrariamente all’ipotesi “Bellona”, un epiteto rivolto a Venere e Afrodite, le quali erano identificate con il pianeta Venere, Belluno è un toponimo che trae origine da una divinità lunare come potevano essere la romana Diana o la celtica Belisama, sorella di Bel, così come la divinità lunare greca, Artemide, era la sorella del dio solare Apollo.

Da considerare che Belluno e valle Belluna potrebbero avere avuto il significato di luna splendente ed essere un sinonimo di Belisama. Ma in realtà nel bellunese preistorico si adorava sia la luna che il sole, infatti il prefisso “Bel”, oltre a significare “Splendente” non è altro che il nome preistorico del sole, e a conferma di ciò, a nord ovest di Belluno, troviamo i “Monti del Sole”, la cui cima più alta il Piz di “Mezzodì”, il quale essendo la cima più a nord della catena, è allineata con il sole di mezzogiorno, quindi anticamente era usata come orologio astronomico. A conferma dell’origine vedica del toponimo, sui Monti del Sole troviamo un alpeggio chiamato “Pra de Luni”, e a sud un Piz Vedana, da citare anche una Certosa di Vedana, un monastero esistente già nel XI secolo d.C., e quindi da considerare una sovrapposizione a un tempio pagano.

Da prendere in esame anche la presenza a Belluno di un quartiere chiamato Sala, dove è presente una chiesa medioevale consacrata a san Matteo, quindi considerato che anticamente sala era un sostantivo che indicava la casa, o un ambiente grande e coperto, possiamo supporre che nella località ci fosse il primo tempio del territorio, naturalmente sovrapposto a un campo sacro.

Nel basso bellunese, troviamo un altra località di nome Luni, e altri luoghi dai toponimi spiccatamente carni come Cargnach, il quale accomuna quella popolazione agli antichi bretoni francesi. A fronte delle ipotesi secondo le quali il toponimo Montebelluna deriverebbe dall’antica dipendenza dell’abitato dalla citta di Belluno, bisogna considerare che Montebelluna è un comune sparso formato da varie frazioni mentre il nome fa riferimento a una collina sulla cima della quale sorge l’abitato di santa Maria in Colle, quindi una evidente sovrapposizione cristiana a un toponimo vedico. Ovviamente anche qui l’ipotesi del culto lunare è prevalente.

Anche per il nome della val di Sole in Trentino, esistono contraddizioni, in quanto gli studiosi ritengono che per via delle sorgenti termali il toponimo faccia riferimento alla dea celtica Sulis, che i romani equipararono a Minerva. In realtà Sulis era Sulevia, l’acqua che da sollievo, una delle tre matrone celtiche dell’acqua, mentre gli attributi curativi andavano anche alle divinità solari come Vindonnus e Apollo, da ricordare che Asclepio per i greci o Osculapio per i romani, era un dio della medicina figlio di Apollo.

Alla Dea Sulis veniva attribuita la capacità di diffondere malattie, Come Apollo a Troia, quindi più che a Sulevia dobbiamo pensare ad Artemide sorella di Apollo. I romani identificarono Vindonnus con Apollo, tanto che a Chatillon-sur-Seine (Francia), nei pressi di una sorgente è stata ritrovata un’iscrizione dedicata ad Apollo Vindonnus.

Dopo la Polonia, la Germania, e la Danimarca, la migrazione dei Caucasici arriverà anche in Francia, dove sulle coste della Manica Giulio Cesare incontrerà un’altra tribù di veneti, mentre Liguri e Danai avevano già invaso l’Inghilterra (IV secolo a.C.), come abbiamo già visto nel primo capitolo, e se nella lingua gaelica la Scozia è chiamata Alba e l’Inghilterra Albione non sarà proprio un caso.

Rino Sommaruga

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